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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

Washington dimostra l’inefficacia della politica del rigore

congressousa

La sensazione che l’America finirà per aumentare il suo deficit statale e sosterrà la spesa pubblica porta al rialzo le borse mondiali e riduce il nostro Spread più di qualsiasi misura di rigore adottata in un anno dal Governo tecnico

Forse era già avvenuto in passato, ma a noi sono apparse più evidenti che mai. Stiamo parlando delle contraddizioni del nostro tempo che sono emerse nelle ore a cavallo tra il vecchio e nuovo anno.

Francia. Il primo bebè si chiama Sasha. Nato nei primi secondi del 2013, misura 48,5 centimetri e pesa 2,920 chilogrammi, è un maschietto che ha due mamme. Infatti è figlio di una coppia dello stesso sesso, composta da due donne, che lo hanno concepito in Belgio grazie alla procreazione assistita.

Indonesia. Il sindaco della città di Lhokseumawe, nel nord ovest del Paese proibisce alle donne di circolare sulle due ruote.
O meglio, ritenendo sconveniente per una donna il montare in sella a cavalcioni dietro un uomo e comunque non rispettoso dei precetti della legge islamica, vuole imporre per legge alle donne di sedersi all’amazzone, cioè con entrambe le gambe da un lato.

Africa. Centinaia di scarpe allineate ed abiti abbandonati testimoniano la strage di San Silvestro avvenuta in Costa d’Avorio. La festa per celebrare il nuovo anno si è trasformata in tragedia. Sessanta morti e centinaia di feriti, rimasti schiacciati dalla ressa di una folla enorme che stava abbandonando lo stadio al centro di Abidjan, dopo aver assistito allo spettacolo gratuito dei fuochi d’artificio per celebrare l’arrivo dell’anno nuovo. In Angola, decine di morti e sessanta feriti. Una scena diabolicamente simile a quella di Abidjan è avvenuta nello stadio della capitale, la città di Luanda. Sempre nella notte di San Silvestro, ma in questa occasione la calca non ha colpito all’uscita ma all’ingresso dello stadio, dove le autorità avevano previsto l’arrivo di circa 70mila persone mentre ne sono arrivate in un numero enormemente maggiore.

Stati Uniti. Per la prima volta negli ultimi quarant’anni il Senato degli Stati Uniti si è riunito nella notte di San Silvestro. Alle ore due di questa simbolica notte i senatori americani hanno approvato il testo bipartisan, aprendo la strada alla definitiva approvazione avvenuta il giorno dopo da parte dei deputati del Congresso.

La storia, non solo quella contemporanea, è sempre stata caratterizzata da paradossi. Ma il paradosso più evidente che stiamo vivendo nei giorni a cavallo tra il 2012 e il 2013 è senza dubbio quello che riguarda la diversa e opposta politica economica che perseguono Europa e Stati Uniti.

I nostri mezzi di informazione hanno giustamente parlato di “baratro fiscale”, hanno mutuato il termine “Fiscal Cliff”, e ci hanno spiegato che senza questo accordo tra il presidente democratico e la maggioranza repubblicana al Congresso sarebbero scattate automaticamente misure di aumento generalizzato delle tasse e ampi tagli alla spesa pubblica.

L’informazione quindi non è mancata, è stata infatti corretta, ma quello che è del tutto stato assente è il dovuto confronto e l’analisi e il raffronto delle politiche economiche e fiscali americane con quelle europee. L’enfasi è stata infatti data soprattutto alla contesa tra democratici e repubblicani, evitando di parlare esplicitamente, di approfondire, di dare il giusto risalto al fatto che quello che gli americani hanno fino all’ultimo momento cercato di evitare è esattamente quello che l’Europa propina da ormai troppo tempo come unica e salutare ricetta, quella dell’aumento generalizzato delle tasse e di forti tagli alla spesa pubblica.

Prima di tutto occorre precisare che la pressione fiscale negli Stati Uniti è quasi la metà rispetto a quella italiana. Aliquote intorno al 28% a fronte di quelle che ufficialmente in Italia sono intorno al 45% ma che in realtà rappresentano spesso oltre il 55%, ponendo il nostro Paese al vertice della classifica mondiale. Siamo infatti il Paese più tartassato del mondo. La situazione di fatto è ancora peggiore di quanto dicano le statistiche. Infatti mentre negli Stati Uniti, come nella vicina Svizzera, chiunque sappia scrivere e far di conto è in grado da solo di compilare la propria dichiarazione delle tasse, nel nostro Paese bruciamo ogni anni enormi risorse economiche e umane per affidare a professionisti la compilazione delle dichiarazioni delle tasse, essendo impossibile per un normale cittadino districarsi nell’assurda e complessa normativa fiscale.

Ora torniamo oltre Oceano. Democratici e repubblicani non avevano posizioni opposte. Il compromesso è stato infatti raggiunto per un aumento delle tasse alle sole famiglie che guadagnano oltre i 450mila dollari l’anno, a fronte di posizioni iniziali che vedevano i repubblicani disposti a penalizzare le famiglie con oltre un milione di dollari di imponibile, mentre Obama aveva ipotizzato in campagna elettorale di partire dal reddito oltre i 250mila dollari.

Una vittoria parziale per Obama, un accordo che porta ai tempi supplementari l’altra fondamentale questione, quella della spesa pubblica, che dovrà ora essere definita entro il primo trimestre di quest’anno.

Quello a cui viene dato poco risalto, che non viene puntualizzato con la giusta profondità è il fatto che gli Stati Uniti, stanno per modificare delle leggi in vigore che limitano l’ammontare del debito pubblico, per sostituirle con delle nuove regole che consentano di sostenere la spesa pubblica e quindi di aumentare il deficit statale.

Già ad ottobre dello scorso anno il ministro del Tesoro degli Stati Uniti aveva lanciato un chiaro ed inequivocabile messaggio rivolto proprio ai Paesi occidentali: «I Paesi sviluppati – aveva dichiarato Timothy Geithner – devono cercare prima di tutto di rilanciare la crescita piuttosto che ridurre i loro deficit pubblici».

Una dichiarazione in forte contrasto con il “verbo” propagato alle nostre latitudini. Una ricetta esattamente opposta a quella che ha guidato le scelte del Governo tecnico. Una questione importante e fondamentale sulla quale però nessun giornalista italiano ha ritenuto di dover porre domande al presidente del Consiglio Monti, durante le sue conferenze stampa.

Evidentemente il giornalismo italiano ritiene molto più importante per il futuro del nostro Paese chiedere conto a Monti delle futuribili alleanze, di Vendola o Casini, di quanto ha pagato la sua casa un ministro, piuttosto che sollecitarlo e ascoltare le sue risposte sulle diverse strategie economiche degli Stati Uniti rispetto all’Europa.

Oggi è sotto gli occhi di tutti quanto l’allontanarsi dall’austerità, il sostenere la spesa pubblica a scapito del rigore, il decidere di aumentare il deficit pubblico cambiando leggi che invece lo limitano, abbiano influenzato l’andamento delle Borse europee spingendole verso il rialzo ed abbiano ridotto lo Spread, più di qualunque annuncio di misure di rigore e di austerità, banalmente e inutilmente ripetuto più volte in Europa.

Oggi il differenziale tra BTP italiani e Bund tedeschi è sceso a 287 punti, la soglia indicata come obiettivo da Monti. Ma questo è avvenuto perché il professore si è chiaramente espresso sul suo ruolo di candidato alle elezioni italiane del 2013? Oppure i mercati, grazie alle sue vacanze, hanno ripreso fiducia sollevati dal vedere rientrato nella normalità il livello dell’acqua alta a Venezia? Lo Spread è sceso oggi per effetto del viaggio in Europa di Bersani che ha tranquillizzato i leader istituzionali sulle intenzioni di Vendola? Oppure lo Spread è sceso per effetto del discorso del presidente Napolitano che ha giustificato l’ingresso nella contesa di Mario Monti, illustrando come già Dini si era candidato pur essendo stato a capo di un Governo tecnico? O forse è stata la netta inversione di tendenza del Senatore a Vita, che dopo aver ribadito nella sua ormai famosa Agenda, che prima venivano i conti e solo quando ci sarebbero state le condizioni si sarebbe potuta allentare la pressione fiscale, sceso o salito che sia, ora in campagna elettorale ha cambiato rapidamente direzione promettendo di ridurre di un punto le tasse e si è posto come primari obiettivi quello della crescita e dell’occupazione?

Ovviamente, nulla di questo ha neppure minimamente influenzato il risultato di oggi. Tutto questo è successo solo perché le decisioni prese a Capodanno a Washington influenzeranno di fatto e positivamente l’economia mondiale. Mentre le decisioni finora prese, formalmente a Bruxelles, in realtà dettate da Berlino e condivise con convinzione da Roma, essendo esattamente inverse hanno sempre ottenuto il naturale risultato: quello opposto.

Nessuna mente razionale può negare che la politica dell’austerità sta devastando l’Europa. Tagli indiscriminati alla spesa sociale e aumento generale delle tasse in nome del rigore dei bilanci pubblici, hanno avuto come unico effetto quello di allontanare, anno per anno, le speranze di una ripresa economica. Una vera beffa per il nostro Paese, dove il deficit pubblico non è stato nemmeno contenuto. Non solo non è diminuito ma è persino aumentato, superando il tetto mai raggiunto finora dei duemila miliardi di euro.

Lo spauracchio del debito pubblico che grava sugli italiani, che ci è stato prospettato quotidianamente dai giornali, servitoci a colazione, a pranzo, a cena dai telegiornali, in realtà e di fatto, non è poi così mostruoso e impossibile da affrontare. Lo dimostrano non solo gli Stati Uniti ma lo certifica inequivocabilmente la stessa Europa.

Numeri e non chiacchiere. L’Europa dei burocrati, quella che persegue una politica supina agli interessi delle oligarchie finanziarie tartassando e deprimendo i suoi popoli sovrani, ha infatti stanziato e destinato alle banche ed in soli tre anni una cifra enorme, molto vicina all’intero debito pubblico italiano. Dall’inizio della crisi nel 2008 e fino al 31 dicembre del 2011 l’Europa ha infatti destinato ben 1600 miliardi di euro al sistema bancario europeo.

Questa considerazione non merita un commento? Serve forse un grande coraggio o una inaudita forma di spudoratezza per chiedere in conferenza stampa a Mario Monti perché l’Europa che ha sostenuto il sistema bancario con uno stanziamento di 1600 miliardi di euro in soli 3 anni non può invece sopportare che Paesi come il nostro o come la Grecia, la Spagna, il Portogallo, non possano avere dilazioni per ridurre nel tempo il loro deficit?

Non vediamo l’ora di comprendere quale siano le razionali motivazioni che portano ad evitare il fallimento delle banche private e che invece permettono di veder minacciati di fallimento i Paesi sovrani che costituiscono l’Europa.

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