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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

Vietati gli spettacoli di Dieudonné

In nome della lotta all’antisemitinismo le più alte autorità della Repubblica francese mettono in discussione la libertà di espressione

«Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente»“. Nulla può meglio illuminare la ragione e chiudere ogni discorso sulla questione Dieudonné di questa frase pronunciata tre secoli fa e attribuita a Voltaire. Ma le più alte autorità francesi sembrano averla dimenticata.

La decadenza in Europa non si registra solo nei numeri economici e nelle difficoltà dell’euro ma anche e soprattutto nella perdita dei valori fondamentali che hanno segnato la sua storia. L’Europa ha resistito alle pressioni di Karol Wojtyla quando reclamava la presenza di un riferimento ai valori cristiani nella costituzione europea. Una scelta dettata da importanti valori laici che però vengono smarriti quando riguardano la libertà di espressione.

E quando è un paese come la Francia a mettere in discussione la libertà di espressione significa che siamo davvero arrivati alla frutta. Oltre ad essere garantita ormai praticamente da tutte le Costituzioni dei paesi membri la libertà di espressione è prevista anche nell’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che sancisce: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera“. Eppure proprio in Francia sta accadendo il contrario.

Davvero clamoroso vedere le più alte autorità autorità pubbliche francesi intervenire per annunciare lo studio di misure appropriate atte a limitare la libertà di espressione nientemeno che ad un comico. Alle nostre latitudini nessuno ne avrebbe parlato se non fosse stato per il gesto con cui il calciatore francese Nicolas Anelka ha recentemente festeggiato un suo gol nella premier league inglese.

Anche in Italia abbiamo quindi scoperto il gesto della “Quenelle” inventato dall’umorista Dieudonné N’Bala N’Bala, un cittadino francese nato nella banlieu parigina, cresciuto in una famiglia multireligiosa, madre francese e cristiana, padre camerunense e musulmano.

La questione Dieudonnè non risale certo alle scorse settimane ma torna regolarmente al centro del dibattito transalpino da più di un decennio. Dieudonné è infatti arrivato al successo già negli anni ’90, quando operava in duo con Élie Semoun, un ebreo francese.

Dal 1997 lavora da solo ed è ancora oggi considerato tra i migliori comici d’Oltralpe. Prima era considerato di sinistra, si è infatti candidato alle amministrative del 2001 alleato con gli ecologisti contro il Front National. Nel 2009 è stato invece classificato nella estrema destra, quando alle elezioni europee ha presentato una lista insieme ad Alain Soral. Poi accusato di negazionismo e antisemitismo Dieudonné è stato condannato in più occasioni dal tribunale di Parigi.

Abbiamo la fortuna di ben conoscere la lingua in cui si esprime questo straordinario umorista e possiamo assicurarvi che i suoi spettacoli sono davvero esilaranti. Il gesto della “Quenelle” che in Francia è ormai diventato un tormentone non ha nulla di razzista, né tantomeno si tratta di una espressione di antisemitismo. Sono i suoi detrattori che con enorme fantasia lo hanno paragonato ad un saluto nazista all’incontrario.

Come ha sempre dichiarato lo stesso Dieudonné si tratta piuttosto di un gesto “anti-sistema”. Nei suoi spettacoli infatti non irride unicamente gli ebrei, anzi gioca in maniera ancor più pesante con cristiani e musulmani. Dieudonné è dichiaratamente ateo e rivendica con determinazione i valori ed i diritti repubblicani.

Certo, non è contento di questa Europa, accusa il sistema di essere succube degli interessi dei banchieri, quelli che definisce come “i nuovi schiavisti”. Denuncia l’esistenza nella comunicazione politica e dei media di una sorta di gerarchia che affronta su piani distinti la sofferenza umana. Una specie di classifica del dolore che finisce per influenzare anche i tribunali di giustizia. Parla di due pesi e due misure quando vede prevalere il senso di colpa sulla shoah rispetto, per esempio, al genocidio degli indiani d’America ed alla tratta dei negri che ha alimentato per secoli il colonialismo dei bianchi.

Il suo umorismo sicuramente porta a riflettere, ma affrontando temi così delicati con il suo cinico sarcasmo, è inevitabile che può finire per offendere comunità etniche o religiose. Bianchi, negri o gialli così come ebrei, cristiani o musulmani, tutti possono trovare nei suoi spettacoli elementi di offesa.

Ma però negli anni ottanta nessuno ha neanche lontanamente pensato di portare in tribunale Pierre Desproges per la battuta pronunciata durante un suo spettacolo: “sono andati ad Auschwiz così tanti ebrei perché il viaggio in treno era gratuito“. Ho letto con passione e grande divertimento il suo “Les étranger sont nuls“, un libro di questo assoluto protagonista della storia dell’umorismo francese in cui i greci sono tutti dei pederasti, gli italiani sono tutti ladri e il barocco è una conseguenza della nostra abitudine a gesticolare, mentre gli spagnoli hanno un buco del culo estremamente piccolo per evitare le corna dei tori.

Invece Dieudonnè è stato da poco condannato per una canzone che ironizzava sulla shoah intitolata “Show-Ananas”. Davvero clamoroso che il tribunale non abbia tenuto conto in alcun modo che sulla scena a ballare indossando una divisa con la stella gialla di Davide era il regista dello spettacolo, un ebreo francese il cui padre è morto in un campo di concentramento. Davvero al mondo nessuno più di lui ha il diritto di scherzare su questa tragica vicenda.

Persino il presidente François Hollande è intervenuto: «Chiedo ai rappresentanti dello Stato, in particolare ai prefetti, di essere vigili e inflessibili». I sindaci di alcune grandi città francesi hanno quindi annunciato la loro decisione di vietare gli spettacoli del comico, accusato di diffondere un “messaggio di odio“.

La Repubblique infatti vieta rigorosamente al governo di emanare misure di ordine pubblico valide in tutta la nazione, quindi per il governo è impossibile vietare gli spettacoli di Dieudonnè, ma l’allora ministro dell’Interno Manuel Valls  inviava nel giorno della Befana una circolare a prefetti e sindaci invitandoli ad intervenire per bloccare il tour teatrale di Dieudonné, condannato più volte per incitamento all’odio razziale.

E all’invito del mininstro ha subito risposto il prefetto della Loire-Atlantique che ha emanato il divieto per il primo spettacolo previsto a Nantes. Gli avvocati di Dieudonné hanno subito risposto annunciando che avrebbero impugnato il provvedimento dinanzi al giudice amministrativo.

La battaglia si era quindi aperta, dopo la discesa in campo delle più alte autorità del paese anche Jean Germain, sindaco socialista di Tours, ha vietato lo spettacolo previsto il 10 gennaio cosi come il celebre Alain Juppé , ora sindaco di Bordeaux, ha deciso di vietare lo spettacolo in programma il 26 gennaio. Stesso discorso anche per Marsiglia, il sindaco Jean – Claude Gaudin ha ribadito il suo impegno a vietare lo spettacolo.

In passato, il comico ha sempre ottenuto dal tribunale l’annullamento delle ordinanze che vietavano le sue performance giudicandole lesive del diritto inalienabile alla libertà di espressione e di riunione. Ma la situazione è diventata più complessa. Di sicuro il clamore è al massimo e il dibattito in Francia si sta letteralmente infiammando.

Pur non condividendo molte delle sue posizioni politiche, non abbiamo dubbi, Dieudonné ha il pieno diritto di esprimerle ed il governo francese nell’interdirlo sta commettendo un gravissimo errore. Ora vediamo come reagiranno i “citoyens“.

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