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Verso la Terza Repubblica?

Lo storico incontro tra il segretario del Partito Democratico e il leader di Forza Italia potrebbe rappresentare una svolta. In un solo colpo: una nuova legge elettorale, la fine del bicameralismo perfetto e la riforma del rapporto tra Stato e Regioni

Qualcosa è cambiato? Non ancora, ma molto sta finalmente per cambiare. Per ora ha decisamente cambiato verso il ritmo e il dinamismo dell’azione politica. Non c’è dubbio, è l’effetto Renzi. Lo aveva promesso nella campagna per le primarie che lo scorso 8 dicembre lo ha trionfalmente portato alla segreteria del Partito Democratico.

E il cambio di ritmo è iniziato prima di tutto all’interno del suo partito. Poche ore per formare la nuova segreteria, riunioni convocate all’alba, iniziative politiche con calendario serrato. Il premier Enrico Letta è riuscito a stopparlo solo sulla Legge di stabilità, su quella che una volta chiamavamo finanziaria gli ha infatti chiesto di non mettere bocca. Ma dal 2 gennaio il giovane segretario è ripartito alla carica.

Giustamente è partito all’attacco rispettando le reali priorità del paese, ma la sua bozza del piano per il rilancio del lavoro, il cosiddetto “Jobs Act” è finito impantanato nella solita palude che ha caratterizzato la storia della Seconda Repubblica. Il primo a bocciarla è stato il leader del Nuovo Centrodestra Angelino Alfano: «Il Jobs act di Renzi è fermo al ‘900», un piano stroncato anche da Forza Italia attraverso le parole di Renato Brunetta: «Scritto da dilettanti». Ma le critiche sono piovute anche da sinistra, la CGIL di Susanna Camusso in testa. Tra i pareri favorevoli, uno di cui Matteo Renzi avrebbe sicuramente fatto volentieri a meno, quello di Elsa Fornero: «Renzi in continuità con la mia riforma».

Il segretario incassa il colpo ma non si arrende, anzi rilancia affrontando un problema sul tavolo da oltre 30 anni, quello delle riforme istituzionali. Alla luce della precedente esperienza questa volta lo affronta per il giusto verso. Per approvare una legge servono i numeri e per questo tipo di modifiche i numeri devono essere ancora più ampi. Decide di parlare con tutti e scandalizzando i reduci dell’era del non fare in nome dell’anti-berlusconismo incontra, anzi, riceve il Cavaliere decaduto e pregiudicato nella sede del Partito Democratico.

Ieri ha sottoposto alla direzione del suo partito l’accordo che non solo ha i numeri per essere approvato in Parlamento ma in un sol colpo permetterà di finalmente ottenere tre importanti risultati: una nuova legge elettorale che garantisce governabilità, la fine del bicameralismo perfetto con un risparmio di circa un miliardo di euro dei costi della politica, la riforma del rapporto tra Stato e Regioni.

In Italia la politica sta finalmente tornando nel campo della concretezza e dell’efficacia. Concretezza ed efficacia del tutto sconosciute a personaggi come Stefano Fassina e Gianni Cuperlo.

Il primo, pur ricoprendo una importante carica di governo, quella di viceministro dell’Economia, in 8 mesi ha infatti prodotto il nulla assoluto. Le uniche occasioni in cui la sua azione ha assunto un qualche rilievo pubblico è stato quando nell’ottobre del 2013 ha minacciato e poi ritirato le sue dimissioni per non essere stato consultato dal ministro Saccomanni nella stesura della Legge di Stabilità, e poi quando invece le dimissioni le ha formalizzate in contrasto con la nuova segreteria del suo partito.

Sabato, in occasione dell’incontro tra Renzi e Berlusconi, l’ex viceministro ha dichiarato di essersi vergognato. Siamo per la assoluta libertà di espressione quindi riconosciamo il diritto di Fassina a scandalizzarsi, ma in nome dello stesso diritto esprimiamo il nostro parere: Fassina si dovrebbe vergognare di non essere riuscito ad incidere in alcun modo nella politica economica del nostro paese e soprattutto nella assurda politica perpetuata in Europa. Cosa poteva fare? Molto, anzi moltissimo. Non doveva minacciare dimissioni per non essere stato consultato ma doveva per esempio dimettersi quando era evidentemente stato sconfitto nel suo intento di evitare la cancellazione dell’IMU. Come viceministro dell’Economia poteva per esempio convocare i viceministri europei a Roma per un convegno che analizzasse prospettive, vantaggi e svantaggi di una inversione di rotta delle politiche economiche europee. Anche se non fosse riuscito nell’intento avrebbe comunque smosso le acque, contribuito ad aprire la discussione. Evidentemente ha ritenuto più importante partecipare ai talk-show per coltivare e possibilmente aumentare le oltre 11mila preferenze che ha ottenuto a Roma nelle primarie del dicembre del 2012 che lo hanno poi portato in Parlamento.

Ieri invece è stato il turno di Cuperlo. Dopo avere con estrema durezza attaccato il segretario, quando quest’ultimo ha replicato ha abbandonato la direzione. Non ci sarebbe nulla di strano ma il suo gesto non è compatibile con la sua carica di presidente dell’Assemblea. Il discorso di Cuperlo è stata una razionale e lucida apoteosi della filosofia politica della Seconda Repubblica: prima di tutto anti-berlusconismo, poi i principi fondamentali del discutere e del non fare. Il suo concetto di democrazia è malato e rappresenta esattamente il cancro che ha colpito l’Italia. Non bastano le primarie, non basta un congresso, non basta un voto in direzione, occorre discutere, parlare e trovare le verità che sono in seno anche nelle minoranze. Vogliamo cambiare la legge elettorale? Ebbene discutiamone per qualche mese nel partito e poi discutiamone per qualche anno con gli altri partiti. A questo punto le dimissioni da quella carica sarebbero un gesto più che dovuto.

Ma fortunatamente oggi queste posizioni sono diventate minoranza. La strada per entrare nel campo della concretezza è aperta. Ecco in dettaglio la proposta approvata ieri senza alcun voto contrario nella direzione del Partito Democratico.

Riforma elettorale: proporzionale a doppio turno con premio di maggioranza e soglie di sbarramento

Il modello prevede una distribuzione dei seggi con metodo proporzionale, con l’assegnazione di un premio di maggioranza eventuale e limitato e l’attribuzione dei seggi su base nazionale. In particolare, alla lista o alla coalizione di liste che abbiano conseguito il maggior numero di voti viene attribuito un premio di maggioranza pari al 18% del totale dei seggi in palio. Tale premio tuttavia viene assegnato esclusivamente se la lista o la coalizione di liste maggiore ha conseguito almeno il 35% dei consensi. In seguito all’attribuzione del premio di maggioranza una lista o una coalizione di liste non può in ogni modo ottenere un numero di seggi superiore al 55%. L’eventuale parte del premio eccedente viene redistribuita fra le altre liste o coalizioni.

Secondo turno di ballottaggio
Qualora nessuna lista o coalizione di liste raggiunga la soglia, si svolge un secondo turno di ballottaggio fra le prime due liste o coalizioni di liste. Fra il primo e il secondo turno non sono possibili apparentamenti.
Alla lista o coalizione di liste che risulta vincitrice viene attribuito un premio di maggioranza pari al 53% del totale dei seggi in palio. I restanti seggi vengono distribuiti proporzionalmente a tutte le altre liste e coalizioni di liste.

Soglie di sbarramento
Le soglie di sbarramento sono pari al 12% per le coalizioni, al 5% per le liste coalizzate e all’8% per le liste non coalizzate. Sono introdotti criteri per evitare il fenomeno delle cosiddette “liste civetta”. I seggi vengono distribuiti su circoscrizioni molto piccole (da 4 a 5 seggi in palio al massimo), in modo che i nominativi dei candidati possano essere stampati direttamente sulla scheda. Le liste sono bloccate e corte, per cui vale l’ordine di presentazione in lista ai fini dell’attribuzione dei seggi utilizzando criteri che garantiscano il riequilibrio di genere.

Riforma del Senato della Repubblica

In via transitoria l’impianto delle norme per il Senato è analogo a quello per la Camera mentre la riforma dovrà portare al superamento del bicameralismo perfetto. Il voto di fiducia al Governo spetta solo alla Camera dei Deputati. Il Senato della Repubblica viene trasformato in Camera delle autonomie, con l’eliminazione di elezione diretta dei suoi membri e di ogni forma di indennità.La trasformazione del Senato comporterà una significativa riduzione del numero dei Parlamentari.

Riforma del Titolo V della Costituzione

La riforma del Titolo V deve prevedere l’eliminazione della materia concorrente. Ritornano di competenza statale alcune materie tra cui:
1) Grandi reti strategiche di trasporto e di navigazione nazionale e relative norme di sicurezza;
2) Produzione, trasporto e distribuzione nazionale di Energia;
3) Programmi strategici nazionali per il turismo.
Per ragioni di sistema si segnala anche che contestualmente alla riforma del titolo V si procederà all’eliminazione dei rimborsi elettorali per i consiglieri regionali e l’equiparazione dell’indennità dei consiglieri regionali a quella del sindaco della città capoluogo di regione.

L’Italia può cambiare. Non servono miracoli, basta il buon senso e la volontà di fare.

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