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Venti di guerra

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Corea del Nord e Iran: la pericolosa alleanza alza il tiro delle minacce, il mondo torna a correre il rischio di una imminente e catastrofica guerra termonucleare

Governata dalla fine della seconda guerra da una dinastia che è si è tramandata il potere e che vede ora Kim Jong-un alla guida del Paese, il nipotino non ancora trentenne di quel Kim Il Sung che ha governato il paese dal 1948 al 1994 ed al quale è succeduto il figlio Kim Jong-il scomparso nel 2011, la Corea del Nord ha oggi rinnovato la minaccia di una guerra termo-nucleare nella penisola coreana ed ha invitato gli stranieri sul territorio della Corea del Sud a prendere in considerazione l’opportunità di lasciare il paese. Non sono interpretazioni giornalistiche o fonti diplomatiche ma questa è una minaccia espressa direttamente dal Comitato nordcoreano per la pace in Asia, che paradossalmente dichiara che: «La penisola coreana sta andando verso una guerra termonucleare» sottolineando che «in caso di guerra, non vogliamo che gli stranieri che vivono in Corea del Sud siano esposti e invitiamo quindi tutte le organizzazioni, le imprese straniere e i turisti ad adottare misure per allontanarsi da questo rischio».

Sicuramente si tratta di un ennesimo passo in avanti della propaganda comunista e anti-imperialista di Pyongyang, ma non bisogna sottovalutare che non si tratta solo di minacce verbali ma di una azione che è accompagnata da fatti concreti. La Corea del Nord ha infatti recentemente installato sulle rampe di lancio due missili a medio raggio in grado di colpire sia le isole del pacifico che appartengono agli Stati Uniti sia l’arcipelago giapponese ed a questo è seguito l’annuncio di enerdì scorso che formalmente avvisa le ambasciate straniere che la Corea del Nord non sarà più in grado di garantire la sicurezza delle missioni diplomatiche nella capitale a partire dal 10 aprile.

Nessuno dei paesi che hanno una missione diplomatica a Pyongyang hanno ritenuto necessario evacuare il proprio personale, anzi la Casa Bianca ieri ha salutato con estremo favore gli sforzi di Cina e Russia per cercare di abbassare la tensione. Washington aveva dimostrato la sua buona volontà annunciando il rinvio di un test missilistico previsto in California proprio per evitare di versare olio sul fuoco, un gesto molto apprezzato e considerato significativo dal presidente russo Vladimir Putin.

Ma probabilmente è stato interpretato come una debolezza, infatti non solo le minacce sono continuate ma per la prima volta da quando da quando sono stati aperti nel 2004 gli impianti di produzione di Kaesong, situati a ridosso del confine e in cui le due coree operano in collaborazione industriale sono stati del tutto chiusi in seguito alla decisione Nordcoreana di impedire anche ai suoi 53mila operai di lavorare, una misura che seguiva al divieto emanato la scorso settimana imposto agli operai Sudcoreani.

Le armi sono pronte, il Giappone ha dispiegato i missili anti-missile Patriots intorno a Tokyo, navi dalla forza poderosa e non solo americane, ma anche russe e cinesi sono dispiegate nella zona. Il freddo inverno sta finendo ma i venti di guerra iniziano a soffiare ancora più forti e quello Nordcoreano rischia di non essere l’unico fronte. La tensione è infatti diventata ancora più alta anche con l’Iran.

«Se i sionisti ci attacano ridurremo in polvere le città di Tel Aviv e Haifa», più o meno con queste parole l’Ayatollah Khemenei aveva inaugurato il Capodanno persiano che segna l’anno 1392. Una chiara e forte risposta alle parole pronunciate poco prima in Israele da Benjamin Netanihau e da Barak Obama in visita in Medio Oriente. Infatti per la prima volta il presidente americano lasciava uno spiraglio aperto ad un intervento diretto di Tel Aviv per fermare il processo che entro pochi mesi potrebbe dotare Teheran dell’arma atomica.

L’Iran proprio oggi ha inaugurato in pompa magna due nuove miniere di uranio e un nuovo complesso nucleare. Un ulteriore passo in avanti per il suo controverso programma nucleare, mentre i negoziati con le potenze occidentali continua nello stallo. Le miniere che hanno una profondità massima di 350 metri si trovano a Sagand ad un centinaio di chilometri dal complesso nucleare di nuova costruzione di Ardakan e secondo quanto affermato dalla televisione di Stato che ha mostrato le immagini dei nuovi impianti, avranno una capacità di produzione annua di circa 60 tonnellate di uranio, mentre il nuovo acceleratore di elettroni è in corso di costruzione nella provincia di Yazd.

Viene quindi accelerata la produzione del cosiddetto “yellowcake“, il concentrato di uranio che viene trasformato in minerale per la produzione di UF6, il gas utilizzato nelle centrifughe per arricchire l’uranio.

«In passato dipendevamo dall’esterno per rifornirci del yellocake, ma grazie a Dio, le miniere sono state aperte una dopo l’altra (…) Ora possiamo controllare l’intera catena di produzione di energia nucleare»ha dichiarato il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in un discorso televisivo pronunciato in occasione della Giornata nazionale della tecnologia nucleare, in cui ha chiesto all’Agenzia iraniana per l’energia atomica di accelerare la sua opera per sviluppare il programma nucleare.

L’Iran che collabora con la Corea del Nord da decenni nella ricerca e sperimentazione balistica, aveva già acquistato negli anni ’70, sotto lo scià, circa 600 tonnellate di uranio dal Sud Africa e ora dispone di riserve che ammonterebbero a ben 4.400 tonnellate. Nel dicembre 2010 Teheran aveva annunciato di aver prodotto la sua prima partita di uranio arricchito dalla miniera di Gachin, nei pressi di Bandar Abbas nel sud del Paese ed ha continuato le operazioni di esplorazione in tutto il paese per scoprire altri giacimenti di uranio.

«Prima avete tentato di impedirci di possedere la tecnologia nucleare e non ci siete riusciti. Oggi che abbiamo la tecnologia state ancora cercando di portarcela via dalle nostre mani (…) l’unica soluzione è quella di collaborare con noi, è necessario rispettare i nostri diritti» ha tuonato ieri il presidente iraniano.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) pubblicato a fine febbraio, l’Iran sta producendo uranio arricchito dal 3,5% al 20% nei due siti di Natanz e Fordo, situati nel centro del Paese. Proprio l’arricchimento dell’uranio in grandi quantità è al centro delle preoccupazioni delle potenze occidentali che considerano questa produzione a scopo militare, una considerazione condivisa anche da Russia e Cina che ha infatti portato alle risoluzioni delle Nazioni Unite e alle sanzioni all’Iran, rafforzate da un embargo unilaterale bancario e petrolifero dell’Unione europea e degli Stati Uniti.

A nulla sono serviti gli ultimi due incontri svolti a fine febbraio e all’inizio di aprile ad Almaty tra l’Iran e il cosiddetto gruppo dei 5+1, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina e Germania. Riunioni e trattative che hanno lasciato la situazione nell’impasse. Il presidente iraniano Ahmadinejad ha infatti finito per denunciare ancora una volta le potenze occidentali che secondo lui vogliono solo poter governare il mondo: «Quattro persone che si siedono insieme e dicono: noi siamo i padroni del mondo e gli altri sono schiavi. Ma quei giorni sono finiti (…) La volontà del popolo è quella di sconfiggere il potere satanico».

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