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Monti: un Arrivederci o un Addio?

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Febbraio, marzo, aprile. Poco conta. Ora al voto. Dalle urne torneremo con meno spread e più umanità

Lo avevamo titolato subito giovedì, nero su bianco. Il Governo Monti era “tecnicamente” caduto. Al Senato i voti degli astenuti sono considerati contrari e su quel voto il Governo aveva posto la fiducia. Il Decreto Sviluppo viene approvato, la mancanza di fiducia al Governo certificata.

Non per nulla, ieri è stata infatti una giornata di consultazioni per il presidente della Repubblica. Ha incontrato i presidenti di Camera e Senato. Ha ricevuto le delegazioni dei tre partiti che nell’ultimo anno hanno rappresentato il sostegno del Governo in Parlamento. Dai colloqui con Alfano, Bersani e Casini è emerso che il Governo tecnico non aveva più il sostegno di una maggioranza. É la democrazia, bellezza!

Una cosa è certa, Monti è una persona fuori dal comune, è una persona straordinaria. Ovunque e qualsiasi incarico abbia svolto, ha sempre lasciato un segno indelebile di serietà, onesta, efficienza. Tutti gli hanno sempre riconosciuto il merito. Questo vale ancora di più in occasione di questa sua importante esperienza alla guida del Paese.

Ciò premesso, siamo rimasti sorpresi che Monti non fosse salito al Colle già ieri sera. Ma mentre questo è probabilmente avvenuto perché il Quirinale si è riservato qualche ora di riflessione per valutare, come opportuno, un percorso equilibrato e coerente con la prassi istituzionale che permettesse al Governo tecnico di restare in carica e portare il Paese alle elezioni, Monti lo ha evidentemente interpretato in maniera diversa. Siamo infatti rimasti sorpresi quando ha dichiarato “mi sfiducino”, visto che proprio questo e non altro, era avvenuto nel mattino di giovedì al Senato.

Siamo anche rimasti sorpresi di vederlo all’inaugurazione della Scala di Milano. Siamo rimasti sorpresi di vederlo addirittura andare all’estero, questa mattina a Cannes. Non siamo invece rimasti sorpresi di vederlo uscire arrabbiato dal Colle.

Fin qui abbiamo riportato fatti ed espresso opinioni. Ora ci addentriamo nel campo delle illazioni. Proviamo a portare avanti dei ragionamenti e trarre delle conseguenze sullo scenario politico che ci aspetta, partendo però da una o più premesse che possono essere inesatte, e persino false.
É la cronaca politica, bellezza!

Il presidente Napolitano ha provato a convincerlo che, per il bene del Paese, doveva per qualche mese discutere i provvedimenti, di volta in volta con i gruppi parlamentari, prima di sottoporli alle aule. Il presidente Napolitano ha provato a convincere Monti che per non allarmare i mercati, per evitare nuovi schizzi dello spread, sarebbe stato opportuno evitare l’esercizio provvisorio e le elezioni anticipate. Ma la riconoscenza al Quirinale per essere stato nominato Senatore a Vita, per essere stato nominato presidente del Consiglio incaricato, evidentemente non ha avuto il giusto peso.

Chissà se ad irritare Monti siano state la volontà presidenziale di rispettare la prassi istituzionale oppure le probabili eccezioni di incostituzionalità sul decreto di accorpamento delle provincie?

Forse l’ ex professore, non ha vissuto lo scorso anno la repentina e doppia chiamata del presidente Napolitano come un servizio da prestare al Paese, ma ha vissuto l’intera vicenda sentendosi investito da un destino inevitabile, quello di essere unico possibile salvatore della Patria. Napolitano ha investito molto su quest’uomo, lo ha nominato Senatore a vita, lo ha nominato presidente incaricato. mentre senza nominarlo, di fatto, lo ha persino trasformato nel più probabile successore alla stessa presidenza della Repubblica.

Tutto questo è avvenuto senza che Monti abbia mai dovuto chiedere nemmeno un voto.

Anche l’essere più freddo e razionale potrebbe smarrire il senso della realtà atterrando come un marziano prima negli uffici di palazzo Madama e dopo poche settimane in quelli di palazzo Chigi. Questo ancora di più se consideriamo l’estrema, assoluta, non insolita ma inconfutabilmente unica facilità con cui ha prima potuto formare il suo governo e poi governare.

Proviamo a pensare per un attimo a quale mole di invidia susciterebbe il paragone negli altri 24 presidenti del Consiglio degli oltre 60 governi della storia repubblicana.

Per arrivare a palazzo Chigi, 22 di questi, hanno militato per anni in un partito, uno ha fondato il suo partito in pochi mesi. Tutti sono passati attraverso elezioni, si sono dovuti mettere in gioco più volte, hanno dovuto chiedere il voto agli italiani. Ma questo lo hanno affrontato non solo i presidenti del Consiglio ma migliaia e migliaia di deputati e senatori della nostra storia repubblicana. Oltre a questo, quello che invece hanno sempre dovuto affrontare i premier incaricati, è stato il faticoso, difficile ed estenuante iter per formare il loro Governo. Una fatica assistita e sopportata anche dall’inquilino di turno al Quirinale, ma che indubbiamente gravava soprattutto sul futuro premier.

Da una parte la necessità di comporre una adeguata maggioranza parlamentare, dall’altra scegliere e sottoporre alla generale approvazione, la nomina di ogni singolo ministro, e naturalmente dei tanti, a volte tantissimi, sottosegretari. Insomma, un presidente del Consiglio incaricato doveva scalare una montagna, irta di trappole e difficoltà. Non solo doveva avere, ma palesemente dimostrare, pazienza, rispetto, disponibilità. Nella prima Repubblica doveva persino essere umile, visto che non poteva commettere l’errore di urtare alcuna delle molteplici e variegate sensibilità che componevano lo scenario politico, della maggioranza come dell’opposizione. Infatti, non solo doveva misurare il peso elettorale di ogni singolo partito, ma anche tenere conto delle diverse correnti politiche.

Certo, in maniera superficiale possiamo ancora pensare che per risolvere i problemi di questa complessa e difficile operazione veniva in loro aiuto il manuale Cencelli: “Un ministro vale quanto due sottosegretari e mezzo“. Ma quella resta una mitologia. Se vogliamo veramente superare il populismo, oggi dobbiamo ammettere che non si è trattato mai di risolvere semplici conti o complesse formule algebriche, ma si è trattato sempre di srotolare, e con la massima cura, articolate matasse, composte da rapporti umani, aspetti psicologici, intrecci relazionali, motivazioni ideologiche, scelte strategiche, interessi economici, sociali e politici. Non dimenticando di considerare che fino alla caduta del muro di Berlino, tutte le scelte dovevano, oltretutto, anche avere anche un occhio attento e di riguardo alla loro piena compatibilità con le esigenze internazionali del momento.

E non finiva lì. Una volta ottenuta la maggioranza il primo importante compito di un presidente del Consiglio era quello di regolare anche il cosiddetto “sottogoverno”. Prima di mettere in moto l’esecutivo, si doveva forzatamente passare dal rumore dell’accensione del motore, evocato dalle nomine dei direttori generali, funzionari speciali, presidenti, amministratori, consiglieri, segretari generali, della pubblica amministrazione, di enti, utili e inutili, delle società partecipate, direttori, vicedirettori, dei Tg e delle reti Rai e così via.

Poi, avviato il motore dell’esecutivo e lungo il corso della legislatura, che non durava mai molto a lungo, naturalmente ogni singolo provvedimento del Governo doveva necessariamente passare dalla condivisione, non solo con i gruppi parlamentari, ma anche con le correnti prima di approdare in Parlamento, dove si passava al confronto con l’opposizione.

Parlavamo di 22 presidenti su 25 dei 62 governi che ha avuto l’Italia repubblicana. La storia, non troppo remota, ci insegna infatti che la Seconda Repubblica si inizia a distinguere dalla Prima anche a causa dei cosiddetti governi “tecnici”. Il primo è quello di Ciampi, poi approdato al Quirinale. Il secondo è quello di Dini.

In realtà i governi di Ciampi e Dini si differenziano perché guidati da personalità non politiche, ma che provenivano da una carriera in qualche modo istituzionale, come quella che entrambi hanno percorso nella Banca d’Italia, arrivando al ruolo di Governatore il primo e di Direttore Generale il secondo. Questa era l’unica anomalia, almeno rispetto agli altri 60, infatti entrambi questi governi erano composti da non pochi politici.

Antonio Maccanico, Beniamino Andreatta, Nicola Mancino, Vincenzo Visco, Rosa Jervolino Russo, Publio Fiori, Valdo Spini, Roberto Formigoni, solo per fare qualche nome “politico” presente nella compagine del Governo Ciampi, rimasto in carica dal 23 aprile 1992 al 16 gennaio 1994.

Franco Frattini, Filippo Mancuso, Paolo Baratta, Tiziano Treu, Augusto Fantozzi, per citare qualche “politico” del Governo Dini rimasto in carica dal 17 gennaio 1995 al 17 maggio 1996.

Ma mai nella storia della nostra Repubblica la guida del Paese era stata servita su un piatto d’argento come nel caso del primo governo formato unicamente da tecnici e privo di politici come quello di Monti.

Mario Monti fu nominato a ricoprire una carica politica importante come quella di Commissario per il mercato europeo da Silvio Berlusconi. Siamo nel 1994. Il Cavaliere vinse nettamente le elezioni, ma ricordiamo quante difficoltà dovette superare per formare il suo primo Governo. Quella di Monti fu considerata già allora come una scelta “tecnica”, se non altro per distinguerla da quella invece tutta politica che aveva portato alla nomina di Emma Bonino a Commissario europeo.

Quest’ultima fu una sorta di ricompensa per gli alleati radicali, delusi dal Cavaliere proprio durante la formazione del suo primo Governo nel 1994. All’ingresso nella compagine governativa di Marco Pannella si opposero infatti Fini e Bossi. Entrambi protagonisti di successive cadute del suo governo. Bossi fece cadere il primo governo Berlusconi nel 1995. Fini è senza dubbio l’artefice della fine dell’ultimo Governo Berlusconi, che ricordiamolo, a differenza del primo, non ha perso la fiducia in Parlamento, ed anche se non proprio spontaneamente, si è dimesso per passare la mano a Monti il 16 novembre 2011 .

Ricordiamo fatti già noti solo per ribadire come mai un Governo nella storia della Repubblica abbia goduto di una così vasta e solida maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, come quella che ha sorretto in Parlamento il Governo Monti per oltre un anno. Monti non solo ha potuto scegliere ogni singolo membro del suo governo senza subire condizionamenti, ma ha potuto esercitare la propria volontà come a nessuno era mai capitato nella storia repubblicana.

Impossibile non considerare Alfano, Bersani e Casini come quel più volte evocato “Rassemblement”, che di fatto si è formato in Parlamento. Una maggioranza schiacciante nei numeri, accorpata unicamente per sostenere quel “governo di unità nazionale” nato per delega presidenziale. Questo governo non è stato un pasticcio, ma certamente una anomalia. Non solo perché formato da soli tecnici, ma perché ha rappresento una condizione straordinaria ed eccezionale, proprio come quella del Paese.

Monti rappresenta una anomalia nella nostra storia repubblicana perché mai nessun presidente del Consiglio prima di lui ha subito una così minima influenza dalle forze politiche presenti in parlamento. Docili e mansueti, morbidi e favorevoli, non solo i partiti, ma un atteggiamento se non supino almeno accondiscendente è venuto anche dalla maggioranza dei mezzi di comunicazione e persino dei sindacati.

Questo che ha appena concluso la sua avventura, proprio per la sua marcata, attenta, meticolosa, palese e costante, distinzione dalle forze politiche presenti nel parlamento, non sarà ricordato semplicemente come il primo governo tecnico, ma come la prima esperienza di “amministrazione controllata” della nostra democrazia parlamentare.

La storia ci dirà se e quanto questa esperienza sia stata utile. Ora al voto. La parola passa ai cittadini, alla sovrana volontà popolare. Che eleggano i loro rappresentanti. In fondo febbraio, marzo, aprile, poco cambia. In realtà è stato questo l’esercizio provvisorio. Un esercizio provvisorio della democrazia. Tutti sapevamo che era un governo provvisorio, con un mandato preciso e a termine. Il termine è arrivato.

Ora saranno i cittadini a stabilire se quello di Monti è un addio oppure un arrivederci. Quello che è molto probabile e che non saranno le urne a stabilire chi debba essere il nuovo inquilino di palazzo Chigi, ma come previsto dalla nostra democrazia parlamentare, la decisione maturerà dall’indirizzo delle aule e del Capo dello Stato. Saranno quindi gli elettori con il loro voto a determinare le forze che siederanno nel nuovo parlamento. Al momento la corsa sembra essere tra Bersani e Berlusconi, anche se Monti potrebbe decidere di non restare solo un fantasma, ma è risaputo che la sua figura aleggia anche come probabile successore di Napolitano. Una sua aperta e non più velata discesa in campo potrebbe compromettere la sua candidatura. Sarà importante verificare la portata reale del Movimento Cinque Stelle, la vera novità di queste elezioni, che potrebbe risultare dirompente rispetto agli equilibri consolidati del bipartitismo imperfetto.

Salvo sorprese a guidare le operazioni sarà ancora una volta Giorgio Napolitano. Il suo mandato scade in primavera, formalmente il 15 maggio 2013. Per palazzo Chigi tutto dovrebbe quindi restare nelle sue mani, ma quello che è certo è che il prossimo parlamento eleggerà il nuovo presidente della Repubblica. Su questo qualche parola la vogliamo spendere subito.

Più che superpartes Mario Monti è diventato storicamente ambipartes, essendo stato nominato a Commissario europeo prima da Berlusconi ma poi riconfermato anche dal Governo dell’Ulivo. Anche Prodi sta prepotentemente tornando in campo nella corsa per il Quirinale, ed anche le scelte di Casini degli ultimi anni sembrano motivate nell’ottica di aumentare le sue chances.

Una suggestione potrebbe essere quella di vedere concorrere per il Colle i due Commissari europei nominati da Berlusconi nel 1994: Mario Monti ed Emma Bonino. Una suggestione interessante non solo perché la Bonino sarebbe la prima donna a salire al Colle, ma anche perché ci è andata vicina nel 1999, quando ha raggiunto l’apice del gradimento popolare proprio durante la campagna “Emma for President”. Se ci fosse stata l’elezione diretta del presidente della Repubblica nessuno avrebbe avuto scampo.

Ma da allora i tempi sono decisamente cambiati, come dimostra la sconfitta alle regionali del Lazio contro la Polverini. Oggi i sondaggi difficilmente la darebbero nettamente in testa come allora. Ma visto che ancora oggi l’elezione del presidente della Repubblica non rispecchia necessariamente gli umori dell’elettorato, chissà se questa volta, soprattutto se Monti fosse destinato a subentrare a se stesso a Palazzo Chigi, i “grandi elettori” non finiscano per considerare come la più rassicurante proprio la figura di Emma Bonino. I partiti non sono più quelli di una volta, il prestigio internazionale della Bonino è diverso ma certamente non inferiore a quello di Monti. Nessuno nutre dubbi sulle loro elevate capacità di rappresentare l’Italia e di difendere la legalità e le istituzioni. E sulla scelta del Quirinale, molto più che su quella di palazzo Chigi, potrebbe risultare decisiva proprio la posizione dei deputati di Grillo, Maroni, Vendola, Di Pietro, che difficilmente immaginiamo possano preferire il nome di Monti a quello della Bonino.

Ci aspettano mesi in cui finalmente la politica torna al centro dell’attenzione. La nostra vita, il nostro futuro, cesseranno almeno per qualche mese di essere sudditi dello spread. Non sappiamo se questo corrisponda al buon senso e agli interessi del Paese, ma noi restiamo tra quelli disposti a perdere qualche decimale di Pil piuttosto che rinunciare ai diritti democratici e alla libertà.

Se invece il buon senso e gli interessi del Paese invitassero a perdere i diritti democratici e la libertà per non rinunciare a qualche punto di Pil, questa non sarebbe più la Patria degli ideali del Risorgimento, non sarebbe più la Repubblica sorta dalle macerie del fascismo, non sarebbe nemmeno più quell’Italia motore attivo di un’Europa nel solco del pensiero di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. E non ci resterebbe che emigrare.

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