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UE: il prelievo forzoso diventa modello

La cancelliera tedesca presa di mira nelle proteste a Cipro

La cancelliera tedesca presa di mira nelle proteste a Cipro

Ma non serviranno i colpi dell’Europa germanocentrica, l’Italia ha imboccato da sola la strada del suicidio

Mentre in tutta fretta l’Europa sta cercando di raccogliere e ricomporre i cocci causati dalla crisi di Cipro, nel Belpaese assistiamo ad uno stallo politico senza precedenti nella storia repubblicana. Eppure il leader del Partito Democratico ha definito addirittura: «indecente chi dice fate presto».

L’incontro della scorsa settimana non sembra aver avuto successo, Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi ieri se le sono date di santa ragione. Evidentemente il quarto d’ora a quattr’occhi non sembra aver sortito un buon risultato.

A Bari, accolto da un “Bentornato Silvio” dello striscione voluto dal sindaco Michele Emiliano, Berlusconi ha pronunciato un discorso che ha ricalcato, uno per uno, i temi della campagna elettorale che lo ha reso protagonista di una clamorosa rimonta, ma allo stesso tempo, ha lanciato un chiaro e inequivocabile messaggio: “larghe intese o al voto a giugno“.

Indecifrabile invece la posizione di Bersani che da Corviale non ha sparato solo sul centrodestra ma anche su Matteo Renzi e persino su Beppe Grillo. Insomma, il leader del centrosinistra ha ribadito che il Pd è diverso e migliore, che è l’unico in grado di dare una risposta al paese, ma non ha chiarito in alcun modo come intende formare un governo. Senza grillini o berlusconiani i numeri in Parlamento non ci sono, eppure Bersani sembra voglia “testardamente” imboccare proprio quella la strada che Giorgio Napolitano gli ha precluso, quella di un governo di minoranza.

Per giustificare il tempo sinora perduto, che secondo la Confindustria è già costato al Paese un punto di percentuale sul Pil, Bersani è ricorso ad un puro artificio invocando la Costituzione. Inutile sottolineare che non esiste nessun articolo o comma che preveda che ad elezioni svolte e Parlamento insediato il Paese debba rimanere senza governo. Tutt’altro, è decisamente una forzatura quella che ha costretto il presidente della Repubblica a “congelare” l’incarico e inventarsi i gruppi di lavoro per lasciare la patata bollente al suo successore.

Se a due mesi dal voto l’Italia non ha ancora un governo la responsabilità non è degli elettori ma ricade tutta sul leader della coalizione di centrosinistra, che oltretutto solo grazie alla attuale legge elettorale dispone di una larga maggioranza alla Camera. In realtà è stato infatti il Movimento Cinque Stelle ad aver ottenuto il maggior numero di preferenze alla Camera dei Deputati, ma proprio grazie al porcellum la ripartizione dei seggi non rispecchia la proporzione dei voti espressi dagli elettori ma assegna alla coalizione Pd, Sel e Socialisti guidata da Bersani quel premio di maggioranza che inevitabilmente influenzerà anche l’elezione del futuro presidente della Repubblica.

E sulla partita che Bersani ha deciso di anticipare rispetto alla formazione del governo arriva la rosa di candidati del Movimento Cinque Stelle che è stata espressa online da una assoluta minoranza. Infatti, rispetto ai quasi 10milioni di persone che nelle urne hanno scelto il movimento fondato da Grillo, sono stati circa 50mila quelli che hanno potuto votare, solo gli iscritti certificati al movimento al 31 dicembre 2012. Delle “Quirinarie” davvero poco aperte, ma che restano comunque più “democratiche” delle primarie che hanno incoronato il leader del centrosinistra e decisamente più evolute dell’auto proclamazione del leader del centrodestra.

I 48.282 ammessi al voto ora sceglieranno il candidato pentastellato al Quirinale tra questi dieci nomi, rigorosamente indicati in ordine alfabetico: Emma Bonino, Gian Carlo Caselli Dario Fo, Milena Gabanelli, Beppe Grillo, Ferdinando Imposimato, Romano Prodi, Stefano Rodotà, Gino Strada e Gustavo Zagrebelsky.

Romano Prodi si è tirato fuori, proprio come Beppe Grillo. Anche se la Costituzione stabilisce che può essere eletto qualsiasi cittadino italiano che abbia compiuto i cinquanta anni di età e che goda dei diritti civili e politici, il leader dei grillini non si considera candidabile per i suoi precedenti penali, relativi al drammatico incidente stradale del 1981 in cui morirono tre persone e per il quale è stato condannato per omicidio colposo.

Mentre cresce il consenso sulla Bonino ieri nel suo discorso il segretario del Pd non ha fatto cenno ad alcun nome, ha ribadito la volontà di individuare un nome condiviso se possibile, ma ha lasciata aperta la strada di una scelta di parte dal quarto scrutinio e soprattutto non ha smentito una sua candidatura.

Senza dubbio proprio l’ascesa di Bersani al Quirinale comporterebbe una serie di vantaggi per il Partito Democratico: permetterebbe una successione non traumatica alla segreteria, favorirebbe la formazione di un governo di scopo che oltre alle ineludibili misure economiche e cambiata la legge elettorale porterebbe il Paese a nuove elezioni nel 2014 in contemporanea alle votazioni per il Parlamento europeo.

Pur avendo meno del 30% del consenso popolare, la coalizione guidata da Bersani potrebbe infatti segnare una serie di importanti vittorie. Forte della presidenza della Repubblica, della Camera e del Senato, mantenendo per un anno il coltello dalla parte del manico Bersani avrebbe la possibilità di finalmente riuscire a smacchiare il giaguaro e recuperare molti dei voti che sono finiti all’ultimo momento ai grillini.

Solo in questa ottica i passi compiuti dal giorno dopo le elezioni da Bersani avrebbero un senso logico e razionale. Se così non fosse, avrebbe commesso un banale errore dietro l’altro e sarebbe presto destinato all’oblio dal suo stesso partito.
Ma mentre l’Italia si perde nel solito “teatrino” della politica, l’Europa germanocentrica continua ad assestare i suoi colpi mortali agli ideali europei.

Questa volta non a Bruxelles ma a Dublino, dove si sono riuniti i 27 ministri delle Finanze, sembra presa la decisione di accelerare l’Unione bancaria. Sarebbe una buona notizia se non fosse condita da un aceto fin troppo aspro. Ci avevano assicurato che il prelievo forzoso sui conti correnti e i depositi ciprioti era stata una misura unica e irripetibile, ora invece vogliono farla diventare una norma certa e codificata.

Incredibile, ma vero. Ecco le testuali parole pronunciate dal francese Michel Barnier, il Commissario europeo per il mercato interno e dei servizi finanziari: «Cipro resterà un caso eccezionale, ma in futuro, può essere che alla fine i clienti che hanno depositi superiori ai 100.000 euro vengano invitati a contribuire per salvare le loro banche. Questo sarà fatto con cognizione di causa e con norme codificate. Quello che è certamente da escludere è il ricorso alle tasche del contribuente europeo»

Purtroppo non appartengo a quella categoria di depositanti, all’opposto come altri milioni di italiani malgrado le difficoltà cerco di onorare i miei debiti, ma non per questo posso disinteressarmi da simili ingiuste misure che feriscono la democrazia e uccidono la libertà.

Il piano di salvataggio di Cipro ha rotto un tabù e malgrado le smentite rischia di diventare un modello. Dopo quattro anni in cui si sono susseguiti dei salvataggi finanziati dalla cosiddetta troika, Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale, d’ora in poi l’orientamento sarà quello di trovare risorse interne al paese e di costringere le banche a ricorrere ai loro investitori e clienti.

Il nuovo modello che stanno elaborando i tecnocrati europei vuole invertire l’ordine dei fattori: prima di tutto a pagare saranno i manager, poi i proprietari e gli azionisti delle banche, poi i soldi saranno prelevati forzosamente dai depositi superiori ai 100mila euro e se tutto questo non fosse ancora sufficiente solo allora si ricorrerà al denaro pubblico e al Fondo MES.

Dopo aver stanziato in favore del mondo finanziario la cifra mostruosa di 5mila miliardi di euro dal 2008 al 2012 ora l’Europa vuole cambiare strategia. Non ci sarebbe nulla di male nel costringere le banche a risolvere da sole i loro problemi finanziari, compreso il ricorso ai loro soci e ai detentori delle loro obbligazioni bancarie, ma coinvolgere i depositanti è decisamente un’altra mostruosa iniziativa dell’Europa a trazione tedesca.

Infatti la tecnocrazia europea continua ad operare nella massima improvvisazione e senza alcun indirizzo politico se non quello di placare la rigidità della Germania, che teme di dover salvare, direttamente o indirettamente, le perdite di banche di altri paesi della zona euro.

Scattare una fotografia sull’attuale situazione europea impregna la pellicola di foschi presagi, l’immagine sviluppata vede gli Stati membri più deboli economicamente che subiscono passivamente imposizioni e diktat che minano la sovranità democratica e li rendono come una sorta di nuovi “protettorati” della Germania e dei suoi alleati.

Gli ideali dei padri fondatori sono stati prima traditi e poi calpestati per finire del tutto dimenticati, n nome dell’economia sociale di mercato il processo unitario è pervaso dalle stesse identiche filosofie che hanno caratterizzato la “colonizzazione”.

Eppure il risultato delle urne è stato chiaro. Prima ancora di avere un governo, senza nemmeno dover battere i pugni sul tavolo, gli italiani hanno gridato e la loro voce, forte e chiara, si era fatta sentire in Europa: «Prendiamo nota che c’è stato un largo voto di protesta contro la politica di risanamento del bilancio. Abbiamo bisogno di combinare la disciplina di bilancio, il rigore fiscale, con la crescita e la lotta contro la disoccupazione, in particolare quella giovanile – aveva infatti dichiarato a caldo Martin Shulz, il presidente del Parlamento europeo. L’Europa aveva capito che doveva invertire la rotta: «la gente è pronta a fare sacrifici ma non ad ogni costo» aveva sottolineato Shulz.

Ma Roma invece di cavalcare l’onda dell’entusiasmo della sovranità popolare per operare e imporre una svolta a Bruxelles, ha finito per imboccare il percorso esattamente opposto. Un miope immobilismo che ci ha persino allontanati dalla periferia in cui da anni siamo relegati. Questa settimana eleggeremo un nuovo presidente della Repubblica ma i problemi sulla formazione di un governo restano esattamente identici a quelli che con evidenza emersero già il 25 febbraio. Ci sono quindi tutte le premesse perché l’Italia continui sulla strada del suicidio, rischiando di rovinare malamente, prima ancora che sul Belpaese si abbattano gli effetti della confisca dei Bot e dei prelievi forzosi che Bruxelles ci sta preparando.

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