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Tortora: la giustizia tradita

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Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi

Sono passati trent’anni da quel drammatico giorno che segna l’inizio di quel diabolico connubio tra malagiustizia e giornalismo spettacolo che ha finito per devastare il valore della libertà e dei diritti della persona nel nostro Paese.

Enzo Tortora viene arrestato a Roma il 17 giugno 1983 alle ore 4.15 del mattino nella stanza del suo albergo, quando scatta il blitz contro la camorra, nome in codice: “Operazione Portobello”.

Ma come ben documenta Daniele Biacchessi nel suo libro “Enzo Tortora, dalla luce del successo al buio del labirinto” Tortora sarà poi costretto ad uscire in manette dalla sede del Nucleo operativo carabinieri: «l’auto è parcheggiata appositamente sull’altro lato della strada. È costretto ad attraversarla a testa alta per almeno venticinque metri, davanti a centinaia di cronisti, teleoperatori e fotografi, accanto a gente che lo insulta, perfino. La foto scattata al momento dell’arresto è già un’icona e compie il giro del mondo».

Non “qualcuno” ma senza ombra di dubbio proprio la stessa procura aveva già avvisato la stampa. Il quotidiano napoletano Il Mattino» aveva fermato le rotative da ore e nei minuti dell’arresto stava già raggiungendo le edicole di tutta Italia con un titolone sparato in prima pagina: “Blitz anti camorra: c’è anche Tortora“.

Ma il Caso Tortora non solo evidenzia come possa diventare nefasto il rapporto tra stampa e inquirenti quando alimenta e spettacolarizza il barbaro giustizialismo, ma è piuttosto un simbolo evidente del trionfo dell’ingiustizia e del conseguente declino della cultura civile e democratica della società italiana.

Mi auguro che la vicenda Tortora la conoscano tutti, in questo senso consiglio a tutti la visione del film per la tv del 1999 interpretato da Michele Placido intitolato “Un uomo perbene” del regista Maurizio Zaccaro, ma in realtà sono proprio gli atti del processo a parlare chiaro.

Quel venerdì 17 del giugno del 1983 venne arrestato e offerto alla pubblica gogna un uomo accusato di reati gravissimi quali l’associazione camorristica e il traffico di droga senza che gli inquirenti disponessero di alcuna prova tangibile e riscontrabile.

Ancora più grave il fatto che malgrado fosse chiaramente emerso durante il processo che non esisteva nessuna prova riscontrabile e documentata, che il castello accusatorio era privo di ogni fondamento, Tortora fu condannato in primo grado a 10 anni di reclusione.

In una intervista concessa al programma “La Storia siamo noi“, in una puntata dedicata dal programma della RAI specificamente al caso Tortora, il giudice Michele Morello così raccontava il suo lavoro d’indagine che ha portato all’assoluzione del popolare conduttore televisivo nel processo di appello: «Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all’ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un pò sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell’altro, che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti: di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell’imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie… E Tortora, in aula, fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani perché non si fidava di loro e concludendo la sua difesa con una frase pungente: «Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi».

Che ci citino pure in giudizio per calunnia o diffamazione, oggi vogliamo ripeterlo con forza e convinzione, quei giudici non sono innocenti, sono colpevoli, eppure non hanno subito nemmeno una tiratina di orecchio, nessuna azione penale o indagine di approfondimento venne mai avviata, né alcun procedimento disciplinare verrà mai promosso davanti al Consiglio Superiore della Magistratura a carico di quei pubblici ministeri napoletani, che malgrado abbiamo calpestato il diritto, la costituzione, la stessa più elementare logica, proseguiranno spudoratamente le proprie carriere, senza ricevere censure per il loro maldestro operato.

E invece Tortora è morto. Ha sofferto il carcere (preventivo) solo per dieci mesi perché nel giugno del 1984 verrà eletto deputato al Parlamento europeo nelle liste del Partito Radicale, che ne sosterrà la battaglia giudiziaria anche quando il 17 settembre del 1985 Tortora verrà condannato a dieci anni di carcere con una sentenza più ridicola che scandalosa.

L’astio e la perdita della più minima razionalità del pubblico ministero Diego Marmo è evidente quando in aula il 26 aprile del 1985 rivolgendosi al legale di Tortora, afferma: «Il suo cliente è diventato deputato con i voti della camorra!», una accusa di fronte alla quale Tortora grida: «È un’indecenza!» e per questo viene imputato per oltraggio a magistrato in udienza.

Il 9 dicembre 1985 il Parlamento Europeo respinge all’unanimità la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell’eurodeputato Enzo Tortora con questa motivazione: «Il fatto che un organo della magistratura voglia incriminare un deputato del Parlamento per aver protestato contro un’offesa commessa nei confronti suoi, dei suoi elettori e in ultima analisi, del Parlamento del quale fa parte, non fa pensare soltanto al «fumus persecutionis», in questo caso vi è più che un sospetto, vi è la certezza che all’origine dell’azione penale si collochi l’intenzione di nuocere all’uomo e all’uomo politico».

Finalmente il 15 settembre 1986 Tortora viene assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli. I giudici smontano in tre parti le accuse rivolte dai camorristi, per i quali inizia un processo per calunnia: secondo i giudici, infatti, gli accusatori del presentatore – quelli legati a clan camorristici – hanno dichiarato il falso allo scopo di ottenere una riduzione della loro pena. Altri, invece, non legati all’ambiente carcerario, avevano il fine di trarre pubblicità dalla vicenda: era, questo, il caso del pittore Giuseppe Margutti, il quale mirava ad acquisire notorietà per vendere i propri quadri.

Tortora sarà assolto definitivamente dalla Corte di Cassazione il 13 giugno 1987, a quattro anni dal suo arresto, era già tornato in televisione il 20 febbraio del 1987 con un ritorno in video molto toccante. Il pubblico in studio lo accoglie con una lunga standing ovation. Tortora, leggermente invecchiato e fisicamente molto provato dalla terribile vicenda passata, con evidente commozione pronuncia serenamente la famosa frase:
«Dunque, dove eravamo rimasti?
Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro.
Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta».

Nel 1988 nella trasmissione “Il testimone” condotta da Giuliano Ferrara, si documenta per la prima volta la vicenda giudiziaria di Tortora, chiarendo l’infondatezza degli indizi che indussero gli inquirenti al suo arresto. I pubblici ministeri Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, insieme al giudice istruttore Giorgio Fontana querelano Ferrara per diffamazione, che però viene assolto perché il fatto non costituisce reato.

In quello stesso anno il Caso Tortora spingerà i Radicali ad indire il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. In quella consultazione il popolo si esprimerà chiaramente, voterà il 65% degli aventi diritto dei quali l’80% si esprimerà per l’estensione della responsabilità civile anche ai giudici. Ma anche in questo caso il diritto, la democrazia e la volontà popolare verranno calpestate dalla legge Vassalli che eluderà questa importante riforma.

La situazione negli anni successivi peggiorerà ulteriormente. La prima grande ferita alla Costituzione verrà infatti inferta sull’onda del giustizialismo imperante di Mani Pulite con la modifica costituzionale che ridusse notevolmente gli effetti dell’immunità parlamentare, rompendo definitivamente quell’equilibrio tra i poteri dello Stato che aveva elaborato i padri costituenti.

Oggi il nostro paese non solo è sceso al 57esimo posto nella graduatoria mondiale sulla libertà di stampa, ma siamo stati condannati più volte dalla Corte di Giustizia europea per la penosa condizione sia del sistema giudiziario che del sistema carcerario che vede decine di migliaia di persone detenute in attesa di giudizio. Il clamore del caso Tortora, le sue sofferenze e il suo impegno politico, purtroppo non hanno avuto alcun effetto. La giustizia in Italia è ancora tradita.

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