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Torna la retorica dello spread

letta

Il premier Letta enfatizza la riduzione del differenziale tra BTp e Bund ma in realtà la situazione è solo peggiorata

La discesa dello spread «è una grande notizia frutto di un lungo lavoro e soprattutto dei sacrifici di tutti gli italiani» ha dichiarato Enrico Letta che ha sottolineato come «lo spread è una cosa molto concreta».

Non sarà facile, ma dovremmo al più presto liberarci dalla retorica dello spread. I mezzi di comunicazione hanno colpevolmente cavalcato quella nefasta onda mediatica che ha reso di uso comune quel termine prima sconosciuto.

Per lunghe settimane tutti i telegiornali hanno aperto ogni loro edizione puntando i fari sul termometro di quel parametro. Come se l’Italia fosse caduta in un pozzo, ci hanno trasmesso in diretta i disperati tentativi di salvarla, momento per momento.

In studio si sono susseguiti gli interventi di commentatori, saggisti ed esperti economisti le cui analisi e previsioni hanno lo stesso valore scientifico di quelle degli astrologi. E gli effetti di questo fenomeno continueranno a lungo a distorcere la realtà che è stata sostituita da una percezione.

Ci hanno infatti spinto a credere, come continua a fare oggi il nostro premier, che dallo spread dipende il nostro presente ed il nostro futuro, che influenza la spesa quotidiana, il costo delle bollette e del mutuo, la creazione di nuovi posti di lavoro, che insomma dallo spread dipende l’andamento dell’intera economia. Tutto questo oltre a essere assolutamente falso è anche fuorviante.

Lo spread infatti non è l’indicatore di un valore assoluto e reale ma è viceversa un mero parametro differenziale. Lo spread registra semplicemente la differenza di rendimento tra i vari titoli degli stati europei, il BTp italiano, il Bonos spagnolo, l’Oat francese, rispetto al titolo che viene considerato di riferimento, il Bund tedesco.

Per spiegarla in parole povere in realtà potremmo assistere ad un periodo di forte calo dello spread e questo pur scendendo per esempio dagli attuali 200 punti a 100 punti, invece di diminuire della metà il costo dei nostri interessi potrebbe paradossalmente vederli aumentare del doppio o del triplo. Questo potrebbe avvenire per effetto e in conseguenza di un eventuale forte rialzo dei tassi tedeschi rispetto ai nostri.

Analizziamo quindi solo la realtà e non una sua distorta percezione: nel gennaio del 2011 il rendimento dei BTp a 10 anni era del 4,81%, nello stesso mese del 2012 era del 4,84%, nel gennaio del 2013 era del 4,44%, mentre oggi è sceso al 3,97%.
Insomma, negli ultimi 4 anni si sono avvicendati 3 governi ma la variazione del tasso di interesse è rimasta entro una forbice di fatto inferiore all’uno per cento.

Un governo che voglia parlare con la lingua della verità non dovrebbe cavalcare l’effetto virtuale dello spread ma evidenziare la riduzione reale degli interessi che comunque rappresenta un successo. Un successo che dovrebbe stimolare nuovi e più decisi interventi, visto che il debito pubblico invece di diminuire è però aumentato, come è aumentata la disoccupazione che ha segnato il suo record assoluto in negativo mentre l’economia resta stagnante.

Liberi dall’irrazionalità dei mercati e dalla percezione distorta che ci regala lo spread e guardando al solo dato dell’interesse ci si imbatte anche in sorprese. Prima dell’avvento del governo tecnico, nel gennaio del 2011 il rendimento dei BTp a 10 anni era al 4,81%. In quel momento pagavamo interessi che erano meno del doppio rispetto a quanto li pagava la Germania, il cui tasso di interesse era infatti del 2,96%. A gennaio del 2012 invece paghiamo più del triplo. Infatti gli interessi dei titoli italiani sono variati di poco e in quel momento segnano il 4,44% ma quelli tedeschi nel mentre si sono dimezzati e sono scesi all’1,40%.

Non può quindi esistere alcun dubbio sul fatto che una corretta informazione dovrebbe prima di tutto indicare il tasso di interesse dei titoli di Stato e relegare ad una secondaria posizione lo spread.

E volendo affrontare la realtà con maggiore profondità dovremmo anche considerare che sul costo reale del debito incide anche l’inflazione. Come ben sottolinea anche il Sole 24 ore: «Questo significa che nella primavera del 2011 il costo reale del debito pubblico italiano sulle nuove emissioni a 10 anni ammontava al 2,1% (4,7% pagato sui BTp decurtato per il 2,6% di inflazione). Mentre oggi, pur essendo più bassi i tassi nominali (BTp al 3,94%) il costo reale del debito è maggiore (3,24%) in conseguenza del fatto che la svalutazione inflativa è inferiore (0,7%)».

Smettiamola quindi di usare a sproposito lo spread. Sul fatto che il debito pubblico è aumentato sono tutti d’accordo e la realtà dei numeri dimostra come sia ino9ltre aumentato anche il suo costo reale. Se a questo aggiungiamo il fatto che oltre ai pedaggi autostradali e alle bollette energetiche è aumentata anche la disoccupazione, la povertà, la sfiducia, non possiamo condividere l’enfasi che il premier ha dedicato alla soglia psicologica dei 200 punti dello spread per trovarci invece pienamente d’accordo con il nuovo segretario del Partito Democratico. Quando Matteo Renzi dice che «Non possiamo perdere nemmeno un minuto» ha pienamente ragione.

Siamo ancora nel pozzo, la tecnica impiegata da Monti ci ha spinti ancora più in fondo. I tentativi di Letta hanno finalmente invertito la direzione ma il movimento è ancora troppo lento. Per salvare l’Italia occorrono misure forti e radicali. Non esistono alternative.

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