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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

Primarie un successo. Ma non parliamo di trionfo della democrazia

 

Provocazioni, insulti, trappoloni. Sono parole usate da Renzi a 48 ore dal ballottaggio.
La polemica sulle regole nasconde una poco condivisibile interpretazione della democrazia

Loro ci vogliono mettere una pietra sopra. Lui ha promesso lealtà al suo segretario di partito e abbandona la polemica.
Noi siamo indipendenti da qualsiasi partito e l’unica lealtà che riconosciamo è quella alla razionalità.
Prima di stendere un velo pietoso sulla questione, molto più che sulle interpretazioni mediatiche del risultato del ballottaggio, delle strategie politiche che si delineano in vista del voto, quello vero, questa è una questione che merita un approfondimento.

Il tema che ha caratterizzato sin dall’inizio le primarie del centrosinistra, la polemica che ha infuocato la settimana a cavallo tra il primo turno e il ballottaggio, non è infatti un aspetto secondario. Può essere secondario per chi ha a cuore un partito, per chi ha degli avversari da battere, delle guerre da vincere. Non può esserlo per chi è fuori dalla contesa e vuole perseguire una informazione al servizio del pubblico interesse.

Su questo tema vogliamo intervenire per cercare di esprimere una opinione non influenzata da simpatie o vicinanze, politiche o personali, per l’uno o per l’altro. Vogliamo esprimere una preoccupata opinione sul modo di interpretare la democrazia che è chiaramente emerso proprio nella “polemica sulle regole”, che nasconde molte interessanti considerazioni su questa importante vicenda che ha monopolizzato l’attenzione politica degli italiani, anche e soprattutto di quelli che non sono andati a votare.

Prima di affrontare la questione sono doverose alcune premesse. Le primarie sono state un grande successo. Il Pd il giorno dopo il ballottaggio è schizzato in alto nei sondaggi. Ora, il Partito Democratico insieme a Sinistra e Libertà e Partito Socialista Italiano, la coalizione di centrosinistra che sarà guidata da Bersani ha varcato la soglia del 40%. Renzi, malgrado la sconfitta, per gli stessi sondaggisti è ancora il presidente del Consiglio preferito dagli italiani, con il 16% dei favori oltre che Bersani precede persino Mario Monti. Impossibile non parlare di successo. Del tutto falsi sono invece i titoli che hanno parlato di “record” e di “affluenza senza precedenti”. In realtà i 3,1 milioni dichiarati ufficialmente al primo turno sono decisamente meno dei 4 milioni delle primarie di coalizione che nel 2005 incoronarono Romano Prodi. Una affluenza persino inferiore a quella che il 14 ottobre 2007 portò alla nascita del Partito Democratico. Votarono infatti 3 milioni e mezzo di italiani che scelsero come segretario del partito con il 75% dei voti Walter Veltroni. Al ballottaggio sono andati ancora meno elettori di quanti elessero Bersani nel 2009, ed è importante sottolineare che quelle del 2007 e 2009 erano primarie interne al Pd e non di coalizione – vi hanno infatti partecipato anche Sel, Socialisti e Api – e dovevano eleggere non un segretario di partito ma il candidato alla presidenza del Consiglio.

Altro mito da sfatare è quello che è stato Bersani a volere le primarie. Come tutti sanno le primarie di coalizione sono una realtà nel centrosinistra dal 2005, dai tempi dell’Ulivo appunto. Bersani, molto più semplicemente si impegnò nella scorsa estate per evitare una “rottura”. In molti infatti parlarono in quei giorni di una possibile scissione nel Pd. Da bravo segretario e buon padre di famiglia portò tutti al compromesso. Un compromesso alla vecchia maniera che sulla bilancia metteva, da una parte la deroga allo Statuto che consentiva a Renzi di candidarsi, dall’altra nuove regole per contenere la partecipazione. La polemica sulle regole è infatti iniziata allora ed è continuata durante tutta la campagna elettorale. «Purtroppo sono state fatte delle regole a mio giudizio sbagliate – aveva dichiarato allora Renzi – Bersani aveva dato la sua parola che le regole non sarebbero cambiate, che le uniche regole cambiate avrebbero allargato la partecipazione. Purtroppo, spiace dirlo, non è andata così».

Tutte le precedenti primarie, infatti, non solo erano aperte al voto dei 16enni ma erano aperte a tutti i cittadini italiani che si fossero recati alle urne il giorno del voto semplicemente con un documento di riconoscimento. La necessità di stabilire “nuove regole” è stata avvertita per contenere e non allargare la partecipazione. Un modo per creare condizioni più favorevoli al segretario del Pd. Infatti quello che Bersani allora definì come «un capolavoro di democrazia» in realtà è stato un chiaro passo indietro rispetto alle precedenti primarie. Chiudeva la porta ai 16enni, burocratizzava le procedure di voto, non solo richiedeva una preventiva registrazione, ma questa doveva avvenire in un luogo distinto da dove si vota.

Non può esserci alcun dubbio sul fatto che queste ultime primarie abbiano visto una minore affluenza. Non ci può essere alcun dubbio sul fatto che queste ultime primarie siano state in realtà molto meno “aperte” di quelle che elessero Prodi, Veltroni e lo stesso Bersani, che aveva dichiarato: «Alla fine la democrazia è guardare la gente negli occhi e farla scegliere liberamente. Si dimostrerà che questo lo facciamo solo noi». Invece abbiamo assistito ad altro. Alla invenzione di un Albo degli Elettori, e con modalità decisamente poco rispettose della privacy. Infatti, seppur presente in Francia per questo tipo di consultazioni “private”, questo viene eliminato subito dopo l’elezione, mentre da noi è stato deciso che resti a disposizione del partito, che potrà per sempre tenere traccia del voto avvenuto. Non solo non abbiamo visto pubblicati online i verbali del primo turno ma abbiamo assistito al bruciamento di documenti elettorali, un fatto denunciato direttamente da Renzi in persona e che sarebbe accaduto a Napoli la mattina del lunedì successivo al primo turno, di cui non abbiamo ancora trovato tracce di smentita. Se questo fosse accaduto in qualche paese africano gli osservatori internazionali non avrebbero certo parlato di brogli, ma di sicuro avrebbero segnalato irregolarità.

Sono molte, ma non sono queste le considerazioni che ci portano ad esprime una opinione preoccupata sulle ultime primarie del centrosinistra. Banale, fin troppo facile tirare in ballo l’Unione Sovietica, ma in realtà in questo caso siamo andati ben oltre il paragone con il linguaggio da soviet quando si parla di “infiltrazioni”. Il Partito Democratico continua ad essere “inclusivo” solo a parole, come aveva già dimostrato nelle primarie del 2007 respingendo la candidatura di Marco Pannella: “Il Collegio dei Garanti del Partito democratico ha respinto il ricorso presentato da Marco Pannella contro la decisione che l’aveva escluso dalla candidatura a leader del Pd. La motivazione principale, si legge nella nota del Collegio, è che «non è ammissibile la candidatura di persona notoriamente appartenente a forze politiche non riconducibili al progetto dell’Ulivo – Partito Democratico. L’onorevole Pannella – continua il Collegio – appartiene all’area del Partito radicale, e non si tratta di mera ispirazione ideale, seppure di grande forza e intensità. Tale appartenenza, anche da ultimo, si è estrinsecata in formali atti di rappresentanza politica e di riferimento elettorale, come la sua militanza nel Partito della Rosa nel Pugno». Ma il paragone da fare non è con la defunta URSS ma con il vivo e vegeto Iran, al centro dell’attenzione internazionale. Infatti quello che allontana del tutto questa consultazione dall’essere stata un esempio di democrazia, non è una polemica ma una questione ben più seria, una serie di fatti che sono avvenuti nella settimana tra il primo turno e il ballottaggio.

Quello che a noi preoccupa non è tanto il fatto che, senza l’anomalia tutta italiana, di un secondo turno chiuso e riservato solo agli elettori che hanno partecipato al primo, avrebbe potuto vedere una galoppante rincorsa di Renzi, che probabilmente sull’onda dell’entusiasmo e dell’interesse per la competizione, avrebbe finito per trionfare grazie ad una decisamente maggiore affluenza. Solo chi preferisce chiudere occhi e orecchie di fronte a fatti che non vuole vedere e ascoltare, può sostenere che tra i 6,5 milioni di telespettatori che hanno assistito al duello sulla Rai, non vi fossero centinaia di migliaia di persone a cui proprio quell’evento poteva aver suscitato la voglia di andare a votare.

Quello che preoccupa non è il fatto che quella che anche a Luigi Berlinguer, il presidente dei Garanti, sembrava una cosa ovvia, quella che chi non si era registrato al primo turno, poteva comunque registrarsi la settimana successiva e partecipare al ballottaggio. Questa questione aveva aperto  un energico braccio di ferro tra i due. D’altronde era a tutti evidente che questa era l’unica questione che poteva cambiare le sorti di un duello ormai segnato. Lo staff di Renzi si lamentava che restringendo solo al giovedì e venerdì la possibilità di registrazione si finiva per limitare la partecipazione e chiedevano a gran voce che venisse estesa o almeno posticipata al sabato o perché no, direttamente alla domenica del voto. Certo, era possibile registrarsi, ma solo in quei due giorni previsti dalle regole. Le regole sono regole. E vanno rispettate. «Non si cambiano le regole tra il primo e secondo tempo», ammoniva Bersani.

Le regole non si cambiano, ma a questo punto vengono interpretate. Detto, fatto: la regola che prevedeva la registrazione tardiva per partecipare all’eventuale secondo turno viene del tutto stravolta da un Delibera Interpretativa, chiaramente favorevole ad uno dei due candidati in corsa. Una decisione arrogante, che manifesta atteggiamenti non proprio usuali nel mondo occidentale contemporaneo.

Il punto 4 dell’articolo 12 del Regolamento elettorale che riguarda appunto il secondo turno recita infatti testualmente: « Possono altresì partecipare al voto coloro che dichiarino di essersi trovati, per cause indipendenti dalla loro volontà, nell’impossibilità di registrarsi all’Albo degli elettori entro la data del 25 novembre, e che, in due giorni compresi tra il 27/11 e il 01/12, stabiliti con delibera dal Coordinamento nazionale, sottoscrivano l’Appello pubblico in sostegno della Coalizione di centro sinistra “Italia Bene Comune” e quindi si iscrivano all’Albo degli elettori».

C’è davvero poco da discutere, tutto è chiaro ed inequivocabile. Se mi presento nei due giorni stabiliti, sottoscrivo l’Appello pubblico in sostegno della Coalizione dichiarando di essermi trovato per cause indipendenti dalla mia volontà nell’impossibilità di registrarmi prima, posso votare al ballottaggio. Proprio come aveva detto il presidente dei Garanti.

E invece no.

Quella che si è inventato all’improvviso e di sana pianta, è la necessità di fornire una giustificazione, di documentare la propria impossibilità. Non è assolutamente previsto nel testo delle regole. Una interpretazione che non reggerebbe non solo in alcuna sede giudiziaria ma nemmeno in una riunione di condomino. Nella delibera interpretativa troviamo retaggi dal sapore “soviet”, come il paradosso che vede prima sostenere che «il diritto di voto degli elettori deve essere interpretato nel modo più ampio possibile, così da non poter essere condizionato e/o ristretto» prima di passare a dettare una vera e propria nuova regola che allo stesso tempo condiziona e restringe: «tutte le richieste di nuova registrazione, in qualunque modo pervenute ai coordinamenti provinciali devono avere una consistenza ed una specificità personale delle motivazioni. Le motivazioni dell’impossibilità personale di registrarsi devono essere coerenti e credibili rispetto alla facoltà che era data di potersi registrare fisicamente oppure online nei 22 giorni compresi dal 4 novembre al 25 novembre». Anche se gravissimo, non è nemmeno questo fatto, che ha portato ad accogliere meno di 8mila delle circa 130mila domande di cittadini che hanno espresso la volontà di votare al secondo turno, a formare la nostra preoccupata opinione sulla democraticità di queste primarie.

Anche se la macchia indelebile su questa avventura politica di successo, ancora lontana dall’essere un “bellissimo esercizio di democrazia”, riguarda proprio i fatti, gli atteggiamenti, le procedure, le decisioni che girano intorno a questa Delibera interpretativa, che ha dimenticato le più elementari forme di correttezza democratica, trascurando importanti aspetti che riguardano i diritti dei candidati come aspetti che riguardano i diritti degli elettori, relegando il tutto nel pieno e più assoluto arbitrio.

Veniamo ai fatti che riguardano i diritti dei candidati
Ammesso che esistesse il bisogno di interpretare, in quel momento, se ci fossimo trovati nel mondo anglosassone a fronte della necessità di dirimere una faccenda così delicata si sarebbe certamente arrivati ad un confronto tra i duellanti, ad un “gentlemen’s agreement” tra Renzi e Bersani. Saremo comunque restati in Europa anche se la decisione fosse stata presa dall’alto, ma comunque passando attraverso un confronto con gli staff dei candidati.  Siamo invece finiti ben lontani dal mondo democratico occidentale quando il tutto viene trasformato in una barzelletta. Non può far altro che ridere il leggere nelle motivazioni che respingono il ricorso che «i ricorrenti hanno erroneamente indicato» che l’organo decisionale era «nominato da una sola parte» mentre queste democratiche eminenze del diritto hanno subito e definitivamente chiarito ogni dubbio sull’imparzialità, visto che l’organo era stato «nominato dai tre partiti che formano la Coalizione Italia Bene Comune che ha indetto la consultazione». Incredibile ma vero.

Veniamo ai diritti dei cittadini elettori
Anche se questa è la pietra tombale sulle possibilità di vittoria del candidato Renzi, allo stesso tempo rappresenta la ferita più profonda sull’esito democratico di questa consultazione. Stiamo parlando dell’arbitraria regola imposta, tra il primo e il secondo tempo, con una delibera interpretativa che riguarda proprio il diritto di votare dei cittadini e stabilisce: «Il Coordinamento provinciale, con voto unanime, decide se ammettere o meno la registrazione all’Albo degli elettori». Eccoci finire peggio che in Iran. In quel Paese, infatti, esiste un organismo che decide se ammettere o meno ad una votazione, ma almeno quello vaglia i candidati e non gli elettori. Abbiamo per la prima volta importato in Europa un sistema ancora più rigido e assurdo di quello della teocrazia al potere a Teheran. Abbiamo creato un organismo che preventivamente, con voto unanime, chiede giustificazioni, documentazione, analizza se corrisponde al vero, contempla se risponde a criteri di coerenza, e quindi stabilisce se un cittadino può votare o meno. Peggio che in Iran è anche l’ipocrisia di chiamarlo Coordinamento e non Consiglio de Guardiani. Peggio che in Iran anche il fatto che questa assurda procedura in quel Paese è almeno stabilita dalla Costituzione, mentre nelle regole costitutive delle primarie non c’è alcuna traccia, nemmeno eventuale o ipotetica, che assegna al Coordinamento un ruolo di tale importanza.

Ed entriamo, ancora più colpevolmente, nell’ambito del mero e puro arbitrio, nella burocrazia ormai dimenticata anche nel Belpaese, quella più ottusa e cialtrona, finendo lontani anni luce da un barlume di spirito che possa ancora essere considerato democratico, proprio se affrontiamo questo aspetti solo ed esclusivamente dalla prospettiva degli elettori.

In quel momento, non bisognava dedicare tempo anche per rispettare i cittadini? Possiamo considerarla sono pigrizia?
Si è del tutto omesso di dedicare qualche minuto per inserire nella Delibera interpretativa informazioni e criteri utili ai cittadini per valutare se avessero o meno il diritto di votare. Chiarire e stabilire, per esempio, che per giustificato motivo si intendeva quello di salute e quindi illustrare come documentarlo, per esempio presentando un certificato medico. Che per giustificato motivo si intendeva quello di impegni lavorativi e quindi che occorreva documentarlo presentando una lettera del datore di lavoro. Che per giustificato motivo si intendeva quello di essersi trovati all’estero in quelle date, e quindi occorreva documentarlo presentando un titolo di viaggio, la ricevuta di un albergo.
E così via, fino ad elencare i motivi che non sarebbero stati ritenuti giustificati.

Macché, niente di tutto questo. Nessuna attenzione, nessun rispetto per i cittadini. Il registro mentale è rimasto quello della lotta interna di partito, ci si dimentica delle più elementari forme di rispetto e si pensa solo ad affermare e imporre la propria visione politica. In questo delicato passaggio le primarie hanno dimostrato che il cittadino non conta, altro che democrazia, e tutto come se niente fosse è stato relegato nel pieno e più assoluto arbitrio.
Ecco, proprio questo è il fatto che ci fa parlare di “inaudito” nel mondo occidentale. Questo è l’aspetto che porta a formulare una opinione preoccupata su queste primarie. Anche se tutto questo non sarebbe mai avvenuto se si fosse trattato di una vera elezione. Paradossalmente anche se in ballo ci fosse stata la nomina di un consigliere municipale, comunale, provinciale, regionale, cosi come quella di un deputato o di un senatore, il nostro collaudato sistema democratico non avrebbe mai consentito simili episodi. Se tutto questo fosse accaduto in una vera elezione, sarebbero scattati scioperi della fame per ripristinare la legalità democratica. Nessuno vuole mettere in discussione che Bersani sia il leader della coalizione, ma è importate chiarire agli italiani, non solo a quelli che hanno votato, che si è trattato di una consultazione molto ampia ma “privata”, organizzata da associazioni private non riconosciute, con regole che non devono necessariamente rispondere al diritto, alla Costituzione, a criteri di trasparenza e democraticità.

Attenzione a non ripetere questi errori nelle primarie che selezioneranno i candidati. Anzi, proprio alla luce di questo prossimo impegno, in nome della trasparenza e della democrazia, possiamo conoscere quali sono stati i criteri applicati dai Consigli dei Guardiani, pardon, dai Comitati, che a fronte di oltre 130mila cittadini che hanno fatto richiesta di partecipare al secondo turno hanno portato ad ammettere al ballottaggio meno di 8mila persone? Oppure le carte sono state già bruciate come quelle di Napoli. Avete ancora bisogno di uno scanner o vi basta quello che ha messo a disposizione Renzi, per mettere online i verbali del primo turno? Ve ne serve qualcuno in più per mettere online anche i verbali del ballottaggio? Facciamo ancora in tempo a soddisfare una curiosità, perlomeno statistica, che ha visto in alcune città respingere tutte, ma proprio tutte, nessuna esclusa le richieste dei cittadini di poter votare?
Le primarie sono state un grande successo. Ma per favore, non parliamo di trionfo della democrazia.

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