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Scandalo Deutsche Bank?

Deutsche-Bank

Mentre Tokyo vola e le Borse europee aprono in equilibrio nell’attesa delle decisioni odierne della BCE si profila all’orizzonte uno scandalo enorme sulla Deutsche Bank

I tassi dei debiti sovrani dei paesi fragili della Eurozona hanno vissuto un leggero rilassamento alla vigilia della riunione odierna della Banca Centrale Europea. Alle 18:00 di ieri il tasso a 10 anni della Spagna è infatti sceso al 4,911%. Allo stesso modo, il tasso è sceso anche per il nostro Paese, al 4,589% contro il 4,621% del giorno precedente e questo malgrado le notizie sull’Italia non siano certo positive. Oltre all’incertezza sullo scenario politico arrivano le previsioni al ribasso sul Pil che probabilmente segnerà -1,5/-1,6% contro la previsione ufficiale del governo che era del -1,3%.

«I tassi dei paesi periferici si comportano bene, ma rimangono a livelli superiori a quelli dei primi di marzo, registrati quindi prima della crisi di Cipro», sottolinea Patrick Jacq, stratega obbligazionario di BNP Paribas. Proprio su Cipro, Christine Lagarde, il direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale ha annunciato l’imminente intervento di un miliardo di euro nel quadro dell’accordo di salvataggio che prevede dieci miliardi di euro di aiuti europei alle autorità dell’isola.

Sul mercato interbancario, l’Euribor è rimasto stabile alo 0,210%, mentre il Libor è sceso allo 0,281% contro lo 0,282% di ieri.
Al di fuori della zona euro, il tasso a 10 anni del debito del Regno Unito è sceso a 1,755% contro il 1,777% di ieri mentre il rendimento a 10 anni dei titoli del debito americano è sceso allo 1,826% contro lo 1,859% di venerdì. Quello a lungo termine, a 30 anni, è invece passato dal 3,100% al 3,069%. Il tasso a breve termine del debito sovrano degli Stati Uniti, quello a 3 mesi, pur essendo già bassissimo è ancora e ulteriormente sceso allo 0,06%, contro il 0,09% di ieri.

Decisamente più movimentato lo scenario orientale. La Bank of Japan ha annunciato un’accelerazione e l’amplificazione dell’allentamento monetario, mirando a raggiungere entro due anni il suo obiettivo d’inflazione del 2%. Un annuncio che ha dato vigore alla Borsa di Tokyo, che ha chiuso a +2,20%. La BoJ amplierà quindi sia la gamma sia la quantità dei suoi acquisti di titoli di Stato, acquisterà soprattutto titoli a lungo termine ed aumenterà la quota di attività rischiose, come fondi intermediati e fondi immobiliari, mirando ad un raddoppio del totale, insomma come dichiara la stessa BoJ si tratta di una politica di allentamento monetario “quantitativa e qualitativa”.

Il nuovo governatore della Banca Centrale, Haruhiko Kuroda, ha infatti promesso al suo primo ministro Shinzō Abedi di «fare tutto ciò che può essere fatto» per portare il Paese fuori dalla deflazione, che ormai caratterizza l’attività economica degli ultimi quindici anni. La banca centrale prevede inoltre di aumentare ad un ritmo di 50.000 miliardi di yen all’anno, quasi 500 miliardi di euro, gli acquisti di titoli di Stato estendendo la gamma a tutte le scadenze, tra cui anche quelle a 40 anni, mentre la politica di bassi tassi di interesse contribuirà a creare un ambiente che faciliti il ​​prestito di denaro ai privati ​​e alle imprese per incoraggiare gli investimenti per incrementare gli affari e la crescita. La prospettiva di una marea di liquidità riversato sul mercato ha indebolito lo yen, ma questo è un fattore positivo che aumenterà le esportazioni giapponesi la cui competitività all’estero cresce proprio quando lo yen si deprezza.

Secondo la maggior parte degli analisti, oggi invece, la Banca Centrale Europea dovrebbe lasciare invariato il suo tasso di riferimento, nonostante indicatori economici deludenti e l’impatto della crisi di Cipro nella zona euro.

«Il recente calo degli indicatori di fiducia, le conseguenze della crisi di Cipro e il declino dei rischi di inflazione potrebbero in realtà fornire una eccellente giustificazione alla BCE per tagliare ulteriormente i tassi già in questa settimana, ma riteniamo che finiranno per resistere ancora» spiega Carsten Brzeski, capo economista di ING. Secondo i dati diffusi mercoledì dell’Eurostat, l’inflazione è infatti scesa ulteriormente a marzo nella zona euro portandosi al 1,7%, il livello più basso registrato da agosto 2010 e comunque ancora al di sotto del 2% che rappresenta il limite che la BCE deve far rispettare.

Questo lascerebbe campo aperto ad un ulteriore intervento sulla politica monetaria. Ma per stessa ammissione di alcuni funzionari della BCE è molto probabile che un nuovo taglio dei tassi di interesse avrebbe solo un piccolo effetto. Il tasso di interesse è infatti già fissato dal luglio dell’anno scorso allo 0,75%, il livello storicamente più basso, senza che questo abbia contribuito con evidenza a ridare fiato al credito e all’attività economica nella Eurozona.

«Non è il livello del tasso di interesse il problema principale, ma il fatto che i tassi di prestito in periferia non riflettono la politica dei bassi tassi di interesse praticata dai BCE» sottolinea Michael Schubert, economista della Commerzbank.

Anche il presidente della Bce, Mario Draghi, ha più volte rimarcato la mancanza di trasmissione della politica monetaria senza tuttavia individuare una soluzione a questo problema. Siamo quindi di fronte ad una situazione che penalizza la ripresa e limita le assunzioni, incidendo in maniera negativa sulla disoccupazione nella zona euro che ha raggiunto un nuovo massimo storico nello scorso febbraio arrivando al 12%. Per risolvere questa drammatica questione alcuni economisti ritengono che la BCE dovrebbe accettare i prestiti che le banche concedono alle piccole e medie imprese come garanzia in cambio di ulteriore liquidità da concedere a buon mercato alle banche, mentre altri propongono di effettuare direttamente acquisti di titoli delle società quotate come sta facendo per esempio la Banca d’Inghilterra.

Ma simili azioni rappresenterebbero il varco di un nuovo Rubicone e di sicuro finirebbero per generare una forte opposizione da parte di alcuni dei membri della BCE, in particolare della Bundesbank che non ha ancora digerito il piano di riacquisto del debito adottato nel maggio 2010 e tanto meno la nuova versione del piano Anti-spread adottata nel settembre del 2012.
Per la Bundesbank e per altri sostenitori dell’ortodossia monetaria, la BCE deve solo preoccuparsi della stabilità dei prezzi e deve evitare tutto ciò che potrebbe assomigliare ad un finanziamento statale.

Mentre il piano di salvataggio che è stato approvato la scorsa settimana ha evitato il fallimento di Cipro, un piano che sarà estremamente doloroso soprattutto per gli azionisti e i depositanti delle due grandi banche cipriote, Mario Draghi dovrebbe intervenire ora sul fronte della comunicazione applicandosi per rassicurare i mercati sul fatto che una simile soluzione non accadrà più in Europa. Le ultime rocambolesche avventure europee hanno certamente turbato gli investitori, ma non hanno causato il panico, anche se gli analisti fanno notare che si sta solo attendendo il prossimo problema. Ma questa volta potrebbe arrivare da dove nessuno se l’aspetta.

La banca centrale tedesca, la Bundesbank, ha infatti avviato un’indagine sulle voci che stanno circolando sul fatto che la più grande banca del Paese, la Deutsche Bank, al culmine della crisi avrebbe nascosto miliardi di perdite su derivati ​​di credito. A darne notizia è il Financial Times che rivela che gli investigatori della Bundesbank saranno a New York la prossima settimana per interrogare gli esperti di questi titoli rischiosi le cui perdite sarebbero state sottovalutate nel bilancio per permettere alla Deutsche Bank di evitare il ricorso al fondo di salvataggio pubblico che sarebbe stato disastroso per la banca in termini di reputazione. Il prestigioso quotidiano sostiene che la manipolazione dei conti ammonterebbe a circa 12 miliardi di euro. L’autorità statunitense di controllo, la Securities and Exchange Commission, ha già aperto una indagine sul fronte dell’operato della banca tedesca in America, creando un forte clamore su questo caso già nello scorso mese di dicembre. Un clamore che è però restato Oltreoceano, in Europa questo scandalo è ancora avvolto dal silenzio, ma c’è da scommettere che da un momento all’altro scoppierà mettendo la Germania all’angolo e costringendola ad ammorbidire le sue posizioni.

Ma per ora, la Germania resta al centro delle decisioni politiche, è vero che in qualche modo ha digerito la revisione al rialzo degli obiettivi di disavanzo di Portogallo e Spagna e il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble che di solito non borbotta critiche ma tuona con categoriche sentenze, questa volta ha invece rifiutato ogni commento sulla decisione della Francia di posticipare l’obiettivo di raggiungere un disavanzo del 3%.

Insomma, la Germania tace e Francia, Portogallo e Spagna rivedono i loro obiettivi di rigore, eppure questa sembra una strada che viene vietata all’Italia. A Roma sembra sia stato esposto il cartello del senso unico e il nostro presidente del Consiglio invece di lamentarsi sembra si sia addirittura scusato ed abbia confermato che raggiungeremo quest’anno l’obiettivo del 3% del rapporto deficit/Pil. Più che un Europa a due velocità sembra proprio che Bruxelles voglia imporre due pesi e due misure giustificando la sua posizione con cavilli burocratici. Lo staff di Olli Rehn, il commissario Ue per gli Affari economici ha infatti precisato che: «la recente apertura della Commissione a favore di una maggiore flessibilità sul deficit e sul debito in relazione allo smaltimento dei debiti arretrati delle pubbliche amministrazioni riguarda i Paesi che non sono in procedura di deficit eccessivo, e questo non è il caso dell’Italia».

E questo dove sta scritto? Chi e perché lo decide? In ogni caso, anche se questo fosse stabilito dalla procedura di infrazione, nella stessa identica maniera in cui politicamente la Commissione ha deciso di applicare una maggiore flessibilità rispetto a quanto preventivamente stabilito potrebbe applicare la stessa apertura verso l’Italia. Ma appunto, queste sono decisioni politiche e al momento il nostro Paese che secondo gli stessi analisti della Deutsche Bank «dalle urne aveva creato due potenziali vittime: la Bce e la Germania» sta finendo per disperdere l’intero potenziale propulsivo generato dalle elezioni, senza governo e con un presidente della Repubblica di imminente scadenza, ha frenato ogni inerzia positiva e consolidato uno stallo negativo.

Solo un paio di giorni fa sulla questione era intervenuto con un articolo sull’Huffington Post il sottosegretario al ministero dell’Economia e delle Finanze Gianfranco Polillo: «gli Eurocrati dovrebbero chiedere scusa. Scusa per la loro indifferenza rispetto alla lezione della realtà. Ma soprattutto per le conseguenze nefaste che quella miopia hanno prodotto, sia in termine di mancata crescita economica, sia di disagio sociale, enormemente cresciuto, nel corso dell’anno appena concluso».

La politica europea del rigore è certamente miope, ma la nostra politica nazionale sembra ancora peggiore, prima era sorda ma ora la voglia di cambiamento sembra l’abbia resa del tutto cieca.

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