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Salvare l’Europa? Fermare Berlino!

schaeuble

Non ci può essere più alcun dubbio: la questione Cipro conferma che la Germania vuole una Europa sottomessa ai suoi principi morali ed economici. Solo una inversione di tendenza verso la solidarietà dei popoli può salvarci dal declino

Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha appena dichiarato «che chiunque mette i propri soldi nei Paesi in cui vi è un minore peso fiscale deve assumersi il rischio», un chiaro messaggio ai ricchi russi che di fatto stanno per contribuire al salvataggio di Cipro: «Chi investe i suoi soldi nei Paesi in cui si pagano meno tasse, dove è anche meno controllato, si assume il rischio, è ovvio che abbia conseguenze quando le banche di questo Paese non sono più meritevoli di credito».

Come condizione per il piano di aiuti alla piccola isola del Mediterraneo la troika, UE, BCE e FMI ha deciso sabato di imporre al governo di Nicosia un prelievo forzoso e indiscriminato sui depositi nelle banche cipriote, una decisione che ha scatenato rabbia e incomprensione a Cipro, che ha fatto mettere le mani nei capelli Oltreoceano, che ha sollevato forti proteste soprattutto in Russia, avendo molti cittadini e imprenditori russi ricchi depositi a Cipro.

Le parole del ministro delle Finanze tedesco sono inequivocabili: «Ma se non fossero loro ad essere coinvolti, sarebbero i contribuenti europei a dover finanziare per miliardi Cipro, questo sarebbe irresponsabile».
Il ministro tedesco ha anche sottolineato come il modello cipriota, impostato su un regime fiscale estremamente favorevole che ha attirato capitali stranieri è ormai alla bancarotta. Purtroppo non ricordo il nome, ma ieri un giornalista cipriota ha detto: «Non voglio dire che loro sono irresponsabili, loro sono semplicemente dei banditi».

E mentre tutti cercano di addossare agli altri la paternità del piano annunciato sabato, i leader europei si stanno passando la patata bollente su chi abbia avuto l’idea di tassare indiscriminatamente tutti gli investitori, anche i più piccoli. Ma Schäuble non ha avuto remore ed ha insistito: «naturalmente, tutti i clienti delle banche cipriote devono essere coinvolti».

«È normale coinvolgere i clienti delle banche» aveva sostenuto ieri un altro tedesco, il presidente del Parlamento europeo, il socialdemocratico Martin Shulz ed anche la cancelliera Angela Merkel aveva accolto con favore il piano di salvataggio. A conferma che la Germania considera la questione dei salvataggi di un paese membro semplicemente come una questione interna registriamo anche l’intervento del leader dei Verdi, Juergen Trittin, che ha detto che prima di poter fornire un sostegno all’accordo il suo partito ritiene necessari dei chiarimenti sulla politica fiscale di Cipro, mentre il portavoce del principale gruppo parlamentare d’opposizione ha detto che il piano di salvataggio ha trascurato questioni importanti.

Ma in realtà quello che sta avvenendo non ha nulla di normale e non solo perché questa è la prima volta in assoluto che viene richiesto dall’Europa ad un governo sovrano di imporre una tassa straordinaria direttamente sui conti correnti delle persone. Una simile soluzione non è mai stata richiesta, anzi, non era mai stata nemmeno immaginata. Nessuna ipotesi di questo tipo era circolata per la Grecia, per l’Irlanda sostenuta con 85 miliardi nel 2010, per il Portogallo a cui UE e FMI versarono 78 miliardi nel 2011 e nemmeno per la Spagna nel 2012, quando per risolvere il problema causato dalla bolla immobiliare l’eurozona destinò ben 100 miliardi alle banche spagnole, che però ne utilizzarono solo una quarantina.

Ma Berlino moltiplica le sue voci e solo alcune, in forma anonima, in qualche modo fanno marcia indietro. Sostengono che avrebbero preferito la strada indicata dal Fondo Monetario Internazionale, che suggeriva una imposta solo sui depositi importanti e sugli azionisti delle banche e cercano di addossare a Cipro la responsabilità di non aver imboccato quella strada: «Né la Germania, né qualsiasi altro Paese europeo hanno la competenza per intervenire sul modello di misura che è stato finalmente adottato, sarebbe vietato» ha dichiarato il ministro tedesco.

In effetti dovrebbe essere così, ma davvero non esiste neppure il minimo dubbio che la filosofia che ha dettato le modalità dell’accordo sia frutto di una visione germanocentrica. Ad ogni modo, viste le reazioni provocate, non tanto quelle persino contenute del popolo cipriota, di cui l’Europa a trazione tedesca non nutre davvero alcun timore e rispetto, ma dal resto del mondo, dagli Stati Uniti alla Russia, sembra proprio che il modello di accordo sia già superato, in 48 ore è diventato addirittura obsoleto.

Questa mattina infatti Michalis Sarris, il ministro delle Finanze di Cipro, ha annunciato che i depositi inferiori ai 20mila euro saranno esentati dal prelievo, mentre oggi pomeriggio durante l’incontro dei ministri dell’eurozona molto probabilmente saranno affrontate altre modalità di esenzione di questa ignobile “tassa”.

Anche se ufficialmente i tecnocrati di Bruxelles continuano a chiamarla “tassa”, in realtà questa non può essere così definita. Una tassa è infatti una imposta che viene stabilita dallo Stato, che ne definisce le modalità e i termini e poi viene pagata dai cittadini. Questa misura invece, definita come un “prelievo forzoso”, vede lo Stato prelevare arbitrariamente e direttamente gli importi dai conti correnti. Una metafora che maschera in realtà una “appropriazione indebita” se non addirittura un vero e proprio “furto” legalizzato. Una misura a cui solo uno Stato che si considera come sovrano di “sudditi” e non di “cittadini” può pensare di ricorrere.

E anche in questo caso è solo grazie all’ombrello europeo che un governo può agire in questo modo. Se fosse stata una scelta dei soli governanti di un Paese, non c’è alcun dubbio che avrebbe generato una sollevazione popolare. Anche a Cipro sta accadendo quello che è già avvenuto in Grecia. Nessuna democrazia parlamentare, nessuna repubblica presidenziale, nessun re e nemmeno un dittatore o un sanguinario tiranno, avrebbero potuto sostenere per cinque anni quello che è stato imposto al popolo greco.

Furono per primi proprio i media tedeschi a rivelare che l’asse Parigi-Berlino, aveva imposto forniture militari in cambio degli aiuti economici alla Grecia, che mentre imponeva misure draconiane è arrivata a spendere in armi il 3% del proprio PIL.
Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, avrebbero costretto il governo di Lucas Papademos ad acquistare armi di loro produzione in cambio dei sospirati aiuti economici. Intervistato a caldo su Radio24, il generale Leonardo Tricarico, ex-capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare italiana, confermava che si trattava di uno “scenario verosimile”, in cui sull’acquisto di materiale bellico, più che la bontà o l’effettiva utilità del prodotto militare, «stanno prevalendo valutazioni di carattere politico». Vale a dire, imporre tagli e sacrifici ad un popolo a vantaggio della propria industria bellica. La stampa tedesca aveva definito “cinico” il comportamento della Merkel, la quale di fronte ad un Paese in ginocchio, non esita ad imporre una crescita militare “abnorme” e ingiustificata, ben 7 miliardi di euro.

Anche il Wall Street Journal aveva rivelato che Berlino e Parigi avevano preteso dal precedente governo del premier George Papandreou, l’acquisto di armamenti e questo sempre durante i negoziati legati al piano di salvataggio. Così a marzo la Grecia ha acquistato 2 sottomarini e 223 carri armati, “un guadagno immorale” secondo il prestigioso quotidiano americano. Qualche mese prima era toccato a Sarkozy firmare con il governo greco un accordo per la fornitura di 6 fregate e 15 elicotteri, per 4 miliardi di euro, oltre alla vendita di alcune motovedette per 400 milioni di euro.

Allora si parlava dwllo “zampino” straniero, intervenuto in Italia come in Grecia, come di un fatto storico indiscutibile. Sui giornali, in politica, in diplomazia, si era tornati a parlare di governi “fantoccio” e di moderni “protettorati”. Ora siamo andati oltre, la troika ha abbandonato ogni remora, interviene con assoluta sfrontatezza, apertamente e senza freni detta leggi che vanno contro i popoli e continua a difendere esclusivamente il mondo della finanza e gli interessi di alcuni paesi direttamente e spudoratamente a scapito di altri.

Eppure Bruxelles ha stanziato per il sistema bancario ben 5mila miliardi di euro dal 2008 al 2012 e allo stesso tempo ha costretto alla fame un popolo fratello come quello greco per poche centinaia di miliardi di euro. Quello che sta imponendo ora a Cipro è meno pesante ma ancora più assurdo. Cipro in realtà ha bisogno di 17 miliardi, la troika è disposta ad intervenire solo per 10 miliardi e la misura che impone ne dovrebbe portare altri 5,8. Quindi siamo di fronte ad un creditore che non vuole risolvere il problema, ma mantenere il suo debitore in difficoltà. Non solo c’è una chiara volontà di punire un intero popolo, ma anche quella di lasciarlo nella crisi, infatti all’appello mancherebbero a Cipro ancora e comunque 1,2 miliardi di euro.

Che il principale responsabile della crisi dell’Europa sia la Germania, non lo ritengono solo i demagoghi e i populisti, ma i maggiori analisti finanziari, diversi premi Nobel per l’economia e persino un ex ministro degli Affari Esteri tedesco.
Il rischio non solo esiste, ma è imminente e reale: «Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo». Sono parole di Joschka Fischer, ex ministro degli esteri tedesco che riassume brillantemente la situazione paradossale che l’Europa sta vivendo: «Mi preoccupa che l’attuale strategia chiaramente non funziona. Va contro la democrazia, come dimostrano i risultati delle elezioni in Grecia, in Francia e anche in Italia. E va contro la realtà: lo sappiamo sin dalla crisi del 1929, dalle politiche deflattive di Herbert Hoover in America e del cancelliere Heinrich Brüning nella Germania di Weimar, che l’austerità in una fase di crisi finanziaria porta solo a una depressione».

Fischer è consapevole dell’egemonia tedesca, ma vorrebbe orientarla in maniera meno miope e accusa direttamente la cancelliera tedesca: Angela Merkel pensa solo alla sua rielezione. Ma è un calcolo miope e fa un grosso errore. Perché sul piano interno è molto indebolita. Merkel è forte finché l’economia tedesca è forte. In Germania non c’è crisi economica, ma stiamo attenti perché ci coglierà in modo brutale. Se non ci assumiamo la responsabilità di guidare l’Europa insieme fuori dalla crisi, saranno guai grossi, perché noi saremmo i grandi perdenti, sia sul piano economico che su quello politico.».

Anche l’ex ministro tedesco parla dell’Europa dei burocrati e ci regala un interessante paragone storico: «Dobbiamo fare passi concreti verso una federazione: nel 1781 c’era una situazione simile in America. Cosa fece Alexander Hamilton? Federalizzò il debito degli Stati, in bancarotta per le spese della Rivoluzione contro gli inglesi. Se non lo avesse fatto, la giovane Confederazione non sarebbe sopravvissuta. Ecco cosa dobbiamo fare anche noi, qui e subito. Purtroppo non siamo governati da leader politici, ma da contabili».

Affossati gli ideali di unione e solidarietà, assistiamo passivamente ad un declino che sembra inarrestabile. I paesi del Nord non stanno molto meglio, ma i loro leader hanno gioco facile ad alimentare il proprio consenso, proprio trasmettendo la soddisfazione di percepirsi in una condizione migliore rispetto a ciprioti, greci, portoghesi, italiani e spagnoli.

Un esempio? Parliamo della Grecia. Non può essere un caso che proprio Atene, che da anni ormai vede le sue scelte economiche prese sotto la diretta supervisione della troika, abbia la disoccupazione record e subisca l’impatto sociale più drammatico. La Grecia da diversi anni è sottoposta ad una vera e propria “amministrazione controllata”. Ogni misura viene prima concordata con le massime istituzioni politiche e i più forti organismi finanziari. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Quel popolo fratello è sprofondato nella povertà, è arrivato allo stremo, vive all’insegna della depressione, non solo nell’economia, ma quella del suo stesso spirito e della dignità umana. Stipendi ridotti del 30%, il PIL che ha perso un quarto della sua dimensione, scioperi e manifestazioni quotidiane, conflitti sociali sempre più rabbiosi, che stanno portando alla riemersione delle spinte nazionaliste e xenofobe. Il 31% della popolazione greca nel 2011 era a rischio di povertà o di esclusione, ma la media europea non è certo meno preoccupante, secondo Eurostat è infatti del 24,2%. E nel 2012? Tasso di disoccupazione alle stelle, PIL in picchiata e inquinamento ai livelli della Londra degli anni ’50. Proprio come in Germania anche da noi Mario Monti ha cercato di far sentire migliori gli italiani assumendosi il merito di non averci gettato nella situazione Greca. Ma in Italia gli elettori non sono cascati nel tranello e il montismo, ispirato all’economia sociale di mercato merkelliana, l’hanno stroncato sul nascere.

Saranno anche seri, ma Monti e la Merkel rappresentano l’Europa peggiore, in cui ognuno pensa solo ai propri rispettivi interessi, artefici dell’Europa che chiude gli occhi, che diventa sorda, che resta a guardare, immobile, mentre gli individui soffrono e ancora una volta, le persone diventano solo dei numeri.

L’egemonia tedesca è un problema reale. La Merkel esercita la sua influenza e spinge l’Europa in una direzione favorevole ai suoi interessi nazionali. Nulla, ma proprio nulla a che vedere, anzi letteralmente l’opposto all’idea di Europa di padri fondatori come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che come obiettivo si proponevano invece quello di abolire la miseria e di estendere i servizi pubblici e i bisogni essenziali come cibo, alloggio, istruzione, assistenza sanitaria, a tutte le categorie sociali. Una Europa dei popoli, una Europa Federale, gli Stati Uniti d’Europa e non l’Europa dei tecnocrati del mercato.

Il continente europeo, risorto dal suicidio della seconda guerra mondiale, ha vissuto un’era di progresso e prosperità finché è stato al centro del bipolarismo USA-URSS. La guerra fredda è stata combattuta in Europa con mezzi, salvo rare eccezioni, decisamente non violenti, anzi tesi a valorizzare la libertà, la prosperità e il progresso sociale e culturale di uno o dell’altro blocco. L’Italia era uno dei teatri su cui si è combattuta la guerra fredda, il più grande partito comunista d’Occidente contendeva il potere alla pro-americana Democrazia Cristiana. Ma il grande centro della guerra fredda era proprio la Germania, fisicamente divisa in due, la BRD, la Repubblica federale sottoposta al controllo Occidentale, la DDR, la Repubblica democratica appartenente al blocco sovietico. Ancora una volta, con la caduta del muro è stata Berlino ad interrompere lo status quo. Ma in qualche modo, la crisi finanziaria ha interrotto quel clima di ottimismo nel futuro, quella voglia di perseguire ideali di unità e solidarietà, proprio quelli che alla fine del secolo scorso avevano spinto le nazioni europee verso la moneta unica. Dal 2001 è arrivato l’Euro, sono scomparse le monete nazionali, ma mentre si era ancora in cammino per completare l’integrazione, è arrivata la crisi, che ha riacceso la cenere dei motivi che alimentarono lo spirito maligno, quello del proprio interesse, che in due riprese ebbe il sopravvento nel secolo scorso sprofondando il vecchio continente nell’inferno.

La crisi ha riportato l’Europa in uno stato bellico, una guerra fortunatamente combattuta con strumenti non violenti. «Berlino schiaffeggia Parigi e attacca Londra» sono commenti usciti in occasione dei summit per la supervisione bancaria europea e per la definizione del bilancio comunitario. Ma oltre alle suggestioni giornalistiche sono gli stessi dati statistici ufficiali a testimoniare valori da clima bellico.

Spremuto dal miope rigore, spacciato da Berlino come nuovo Vangelo del terzo millennio, il continente europeo ha già imboccato la via di un nuovo suicidio. La disoccupazione attanaglia milioni e milioni di europei e da quest’anno celebriamo il passaggio della classe media europea nella condizione di povertà. E questo riguarda ovviamente e soprattutto l’Europa meridionale. Dove ha avuto inizio la guerra economica, con l’attacco alla Grecia. Ma ferite a morte sono anche l’Italia, la Spagna, il Portogallo e ora anche la piccola isola cipriota. Le strade e le piazze di Atene e Madrid sono diventate oggetto quasi quotidiano di manifestazioni contro la politica europea del rigore. La Spagna, quarta economia della zona euro, mostra preoccupanti segni di uno strappo lacerante nella stoffa sociale. La crisi economica diventa crisi sociale. Un quarto della forza lavoro è disoccupata, oltre la metà dei giovani non solo è disoccupata ma non vede alcuna possibilità di futuro. A nulla sono serviti anni di tagli implacabili all’istruzione, alla sanità. Migliaia di famiglie restano indebitate, molte perdono le loro case e finiscono per strada. Hanno suscitato grande emozione in Spagna i suicidi di proprietari, che si gettano nel vuoto nel momento dello sfratto. Anche se non fanno notizia sono molti anche i suicidi di imprenditori italiani.

La guerra economica che sta vivendo l’Europa è sicuramente un passo indietro, ma non rischia certo di riportare ad un conflitto armato tra le nazioni. Ma senza alcun dubbio sta portando il continente verso un conflitto che potrebbe essere comunque molto violento. Al momento infatti il tutto è ancora relegato tra politica e cittadini, si esprime nelle sedi istituzionali e nelle manifestazioni di piazza. Ma cosa succederà se proseguendo con la trazione tedesca, l’Europa del rigore porterà a scendere sul campo per combattersi le classi sociali?. Ricchi contro poveri, occupati contro disoccupati, lavoratori pubblici contro lavoratori privati, senza casa contro proprietari di immobili, tartassati contro evasori, e soprattutto, giovani contro anziani?

Saremo semplicemente dei complici se lasciassimo ai tecnocrati di Bruxelles la possibilità di imporre le loro assurde misure al popolo cipriota senza mandare un forte e chiaro messaggio. Sarebbe un precedente pericoloso, potremmo di nuovo trovarci nella stessa situazione, occorre costringerli a misurarsi sul campo della solidarietà.

Non è davvero possibile continuare ad accettare che l’Europa possa derogare ai principi di solidarietà e sussidiarietà verso i popoli dei Paesi europei, quando di fatto toglie risorse all’economia reale, deviando una massa monetaria enorme, pari alla metà del complessivo debito pubblico dei 27 Paesi membri, verso le banche e il mondo della finanza. Oltretutto senza sincerarsi e controllare che questi fondi alimentino la forza speculativa.

«Per due volte, nel XX secolo – ha sottolineato l’ex ministro degli Esteri tedesco Fischer – la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l’integrazione d’Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione».

Della responsabilità tedesca è convinto anche Joseph Stiglitz, premio Nobel ed ex capo economista della Banca Mondiale, che in un’intervista a La Stampa sottolineava come l’euro possa sopravvivere solo se i politici potenzieranno il fondo salva-stati, vareranno gli eurobond, favoriranno la svalutazione della moneta e aumenteranno la liquidità attraverso la Banca Centrale Europea, ricetta esattamente opposta al volere teutonico: «L’Europa, con la Germania in testa, ha sbagliato l’approccio alla crisi: si è concentrata sull’austerità, mentre avrebbe dovuto pensare alla crescita. Un problema che adesso tocca direttamente anche l’Italia». Stiglitz rimprovera il miopismo dell’Europa a trazione tedesca: «si occupa della prossima crisi, ammesso che le misure adottate siano adeguate a prevenirla, e dimentica quella in corso. Guidati dalla Germania, vi siete concentrati sul consolidamento fiscale e sull’austerità. Serve invece favorire la crescita».

Secondo il Nobel servirebbero interventi che fungono da moltiplicatori, dare agevolazioni ai poveri, che spendono di più: «Però è l’intera Europa che deve tornare a crescere, e quindi la Germania deve aiutare tutti gli altri a risalire».

Anche George Soros, in un articolo pubblicato nell’agosto del 2011 su Project Syndacate, puntava l’indice sulle gravi responsabilità della Germania: «La crisi dell’euro è scaturita dalla decisione del Cancelliere tedesco Angela Merkel assunta in occasione del default di Lehman Brothers nel Settembre 2008. La Merkel pretese che la garanzia contro ulteriori default fosse fornita non dall’Unione Europea, ma da ogni stato membro separatamente, è stata la procrastinazione tedesca ad aggravare la crisi greca ed a causare il contagio che l’ha trasformata in una crisi esistenziale dell’Europa».

Solo una netta inversione di tendenza, solo imponendo i principi della solidarietà si può evitare la fine dell’euro e il declino del continente. E ancora una volta si gioca a Berlino la battaglia che si deve vincere. Il compito dell’opinione pubblica dei popoli europei è quello di agire, di intervenire con azioni concrete in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica tedesca. La nonviolenza è lo strumento principe, occorre lanciare messaggi chiari es espliciti, la domanda a cui dovranno rispondere i tedeschi alle prossime elezioni è semplice: vogliono una Europa solidale oppure preferiscono l’egemonia dei forti sui deboli?

Cipro come nessun altro Paese d’Europa può essere minacciato di esclusione. Se non desiderano farsi carico di un debito comune che siano i tedeschi a tornare al loro Deutsche Mark. Ne hanno piena facoltà. Non possono pretendere di restare in Europa solo se questa si piega ai loro interessi, alla loro morale e alle loro teorie economiche. Ci sono stati milioni di morti per evitare un’Europa dominata dalla Germania. Il continente non si è piegato con la forza delle armi e non si piegherà certo alla forza della finanza.

Per salvare l’Europa c’è solo un modo: bisogna fermare Berlino. E prima di concludere può essere utile fornire al lettore qualche ulteriore elemento per comprendere meglio come si esprime concretamente l’egemonia tedesca. Per farlo ricorro ad alcuni paragrafi del pamphlet intitolato “MPS: Facciamoci una banca”, l’instant book dell’Indipendente che illustra le ragioni dell’utilità di creare anche in Italia una banca pubblica, come hanno appena fatto i francesi, ispirandosi proprio al modello tedesco: «I francesi si riferiscono alla KfW Bankengruppe, la grande banca pubblica tedesca, posseduta all’80% direttamente della Repubblica federale mentre il restante 20% è dagli Stati federati che la compongono, i famosi Lander. Grazie alla KfW, il Governo tedesco trasferisce tutta una serie di operazioni di sostegno finanziario, che altrimenti figurerebbero nei conti dello Stato. Stiamo parlando di cifre enormi che diversamente farebbero schizzare in alto il debito tedesco. E finirebbero quindi per alzare i tassi di interesse dei Bund, abbassando di conseguenza lo Spread con i BTp italiani, Bonos spagnoli, OAT francesi e di tutti gli altri titoli delle obbligazioni sovrane. Il suo patrimonio venne inizialmente costituito nel dopoguerra, con la cifra di 1,4 miliardi di dollari arrivati grazie al famoso piano Marshall. Infatti fino allo scorso anno, prima di essere ribattezzata KfW Bankengruppe, si chiamava ancora “Banca della Ricostruzione”, Kreditanstalt fuer Wiederaufbau. Oggi il suo capitale è mostruoso, ammonta a circa 500 miliardi di euro. Oltre dodici volte quello iniziale della BPI francese. E questa banca pubblica attualmente non solo detiene il 30% di Deutsche Post e il 17% di Deutsche Telekom, ma gode di un rating da tripla A e quindi raccoglie prestiti con interessi bassissimi. Questo è un grande vantaggio per la Germania. Per fare un semplice esempio, se al debito pubblico tedesco del 2011 sommassimo l’importo ufficiale dei prestiti fatti dalla KfW al settore pubblico tedesco, la reale cifra del deficit tedesco arriverebbe a ben 2.512 miliardi di euro, diventando significativamente superiore a quella italiana. E il rapporto debito/PIL della Germania sarebbe letteralmente stravolto. Non sono giochini, sono scelte politiche. E non sono nemmeno bruscolini, parliamo di una cifra che equivale ad un quarto dell’intero debito pubblico italiano, una cifra che in Germania è così sottratta al passivo e interamente utilizzata nel pubblico interesse. Nel 2011 la KfW ha avanzato prestiti complessivi che ammontano a quasi il doppio di quelli erogati dalla Banca mondiale. Ma oltre alla gigantesca KfW, la Germania è in realtà piena di banche pubbliche. Uno dei pilastri del sistema bancario tedesco sono infatti le Landesbank, le banche pubbliche dei singoli Stati federati. A Bruxelles la Merkel ha infatti combattuto e vinto una durissima battaglia per escludere dal controllo europeo proprio queste banche, fondamentali per l’economia tedesca. Proprio come voleva la Germania, queste resteranno infatti sotto la vigilanza delle autorità nazionali. Inutile sottolineare che più volte lo Stato tedesco è intervenuto erogando fondi alle banche pubbliche dei Lander. Puntualmente e più di una volta sono partite indagini europee che hanno indagato su sussidi incrociati, ma solo in una occasione l’Europa è riuscita ad ottenere la separazione delle attività, costringendo una Landesbank a creare una società a parte per sostenere l’attività di finanziamento all’export. La maggior parte delle banche pubbliche regionali, continueranno quindi ad essere controllate dai Lander tedeschi e insieme alla grande banca pubblica, la KfW, sosterranno e supporteranno gli interessi dell’economia tedesca. Come hanno fatto quando la Ikb, la Deutsche Industriebank, una delle prime istituzioni finanziarie a collassare a causa dei mutui subprime, la KfW che già ne deteneva il 30% ne rilevò il controllo totale. Poi nel 2009 quando ha salvato la Commerzbank lo Stato tedesco ha acquisito il controllo del 25% delle azioni, ma poi la seconda banca del Paese nel 2011 ha finito per essere completamente nazionalizzata».

Ma la Germania, oltre a dettare da Bruxelles il bello (per i tedeschi) e il cattivo tempo (per gli altri Paesi mediterranei) apre sempre di più la bocca, e da Berlino sta dando fiato alla morte dell’Europa. Bastano per esempio le parole del Capo della Bundesbank, Jens Weidmann, il 44enne “falco” del rigore finanziario, che ha ripreso all’indomani della decisione su Cipro presa dall’Eurogruppo, alcuni concetti sulla situazione italiana che aveva già espresso nei giorni scorsi: «Gli italiani sono responsabili delle loro scelte politiche, se i tassi saliranno Roma non potrà contare sulla BCE». Weidmann è stato tra i più fermi oppositori dello scudo anti-spread varato da Mario Draghi grazie all’appoggio francese ed ora mette le mani avanti. In realtà dovrebbe stare zitto, è solo un azionista della Banca Centrale Europea, le sue considerazioni dovrebbero essere ristrette alla discussione interna dell’unico organismo monetario europeo che ha il dovere di esternare solo le decisioni assunte secondo le regole dell’Eurotower di Francoforte, ma evidentemente sta parlando alla pancia dell’elettorato tedesco confermando che il suo unico interesse è quello della sua Germania. Infatti, ha sostenuto che «il peggio non è ancora passato», pronunciandosi in maniera esattamente opposta a quella del membro tedesco del board della BCE, Joerg Asmussen.

E oggi non ha trovato meglio da fare ed ha aperto bocca persino Jörg Kramer, il capo economista della Commerzbank: «In Italia serve patrimoniale del 15% sui depositi». Secondo questa cima questo sarebbe l’unico modo per sistemare il rapporto deficit/PIL del Belpaese.

Serve altro per iniziare a frenare l’impeto egemone di questi pericolosi e nefasti personaggi? Vogliamo ancora una volta reagire quando tutto è ormai irrecuperabile? Vogliamo aspettare che con il cemento delle buone intenzioni questi finiscano di costruire il ponte che ricollega l’inferno all’Europa?

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