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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

Sallusti arrestato in redazione

Il direttore arrestato nella sede de Il Giornale durante la riunione di redazione. Viene portato a casa agli arresti domiciliari. Esce e viene subito arrestato. Ora sarà processato per direttissima il 6 dicembre per evasione

Questa non è certo una delle pagine più nere della giustizia in Italia, che non ha solo dei capitoli, ma interi volumi di macchie indelebili da farsi perdonare. Ma il caso Sallusti è allo stesso tempo emblematico e sintomatico. Riguarda infatti allo stesso tempo la libertà di espressione e la libertà individuale, due elementi sacri della democrazia. Inoltre e senza ombra di dubbio rivela non solo delle anomalie, ma lo stato ormai pietoso del nostro sistema giudiziario e carcerario.
“Detenuto in attesa di giudizio” è il titolo dello straordinario film che valse l’Orso di Berlino per la sua drammatica interpretazione ad Alberto Sordi. Un’opera cinematografica che già nel 1971 denunciava senza mezzi termini l’arretratezza e la drammatica inadeguatezza dei sistemi giudiziario e carcerario italiani.

La situazione, nel mentre è pesantemente e solo peggiorata. Allora, infatti, quella apparve come una situazione “kafkiana” mentre oggi è all’ordine del giorno. Se nel caso di Sallusti, nessuno ha mai pensato di metterlo in carcere prima di una sentenza definitiva e la procura si è data da fare per concedergli di fruire al massimo dei suoi diritti, interpretando nel modo più favorevole ogni norma a disposizione, come lo stesso Sallusti ha spiegato, questo purtroppo non avviene per tutti i cittadini, ma è stato un comportamento eccezionale e al di fuori dalla prassi, riservato ad una persona che si ritiene debba usufruire di privilegi.

In Italia, non solo ammontano a diverse decine di migliaia le persone che vivono recluse in carcere da innocenti, in barba alla Costituzione che considera innocente un cittadino fino alla sentenza definitiva, ma sono oltre cinquemila le persone che potrebbero uscire oggi stesso dalla galera se l’interpretazione data dalla Procura alla cosiddetta norma “svuota carceri” per il caso Sallusti venisse applicata a tutti i cittadini, uguali davanti alla legge.

Prima di ritornare sulla questione della giustizia, vorrei dare risalto ad un altro importante aspetto del caso Sallusti.
Un concetto che in Italia ha perso ormai ogni valore. Agire non nel proprio immediato interesse e vantaggio personale, ma all’opposto, subire danni immediati e diretti sulla propria persona per affermare un principio. Onore a Sallusti. Grande, immenso onore al cittadino Sallusti. Erano davvero troppi anni che in Italia nessuno avesse il coraggio di tirare fuori le palle. Sono stato per oltre 5 anni segretario particolare di Adele Faccio, la storica leader radicale, protagonista assoluta del femminismo italiano, che quando ero ancora un bambino finì in carcere per combattere la sua battaglia sull’aborto.
Oggi mi sento convinto di poter sostenere che anche Adele avrebbe portato i suoi onori ad un simile gesto. Sono convinto che Sallusti abbia con cognizione di causa resistito ai tanti consigli di assumere un atteggiamento più consono ai suoi interessi. Nemmeno un giorno in galera, sopportare gli arresti domiciliare in fondo non è cosa da eroi, poi un anno passa in fretta… Anzi, in realtà, dopo pochi mesi avrebbe potuto richiedere la libertà vigilata e tornare alla normalità.

Invece per i nostri tempi, eroico è stato il suo mettere in secondo piano i propri vantaggi e scegliere la strada molto più difficile e carica di sofferenza, quella di combattere con tutta l’anima ed il proprio corpo l’ingiustizia, per difendere non solo i suoi, ma gli interessi e soprattutto i diritti di tutti. Questa è la strada che ha scelto Sallusti. Una strada che ha imboccato arso dalla sete di giustizia. Si perché ormai da troppi anni viviamo in un Paese dove non esiste più la giustizia, ma ha trionfato il giustizialismo, che è una cosa non solo diversa, ma assolutamente opposta e contraria. Un vero e proprio paradosso, come sostiene Carlo Nordio, brillante magistrato e autore di numerosi saggi: «Oggi in Italia si entra in carcere da innocenti e si torna liberi da colpevoli».

Ebbene, Sallusti è l’ennesimo innocente a finire in galera. Su questo non ci può essere davvero alcun dubbio. Non solo perché non ha scritto lui l’articolo incriminato. Non solo perché nell’articolo, almeno in quello firmato Dreyfus che ho letto sul sito di Libero, il presunto diffamato non è nemmeno citato. Non solo perché nessuno gli ha formalmente richiesto una rettifica. Non solo perché è assurdo continuare a prevedere nel codice la galera per reati di opinione, retaggi fascisti che contrastano la libertà di parola. Leggi che giustamente all’estero hanno definito medievali. Ma perché la condanna di Sallusti non deve essere rivista, ridotta, graziata, ma deve semplicemente essere annullata, perché palesemente incostituzionale.

L’articolo 21 della Costituzione è chiaro ed esplicito e recita testualmente: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Ebbene, la legge 47/48 recita all’articolo 5: “Nessun giornale o periodico può essere pubblicato se non sia stato registrato presso la cancelleria del Tribunale, nella cui circoscrizione la pubblicazione deve effettuarsi”. Presentare una domanda ad un Tribunale che deve verificare la regolarità dei documenti presentati non costituisce una autorizzazione? E ancor di più, la necessità prevista nello stesso articolo di indicare un direttore responsabile, che di fatto deve essere autorizzato a tale scopo dall’Albo professionale, non è in palese contrasto con il dettato costituzionale?

Ancora una volta, mi permetto di ricordare Adele Faccio, che in tutte le sue pubblicazioni non dimenticava mai di denunciare proprio questa questione. Sulle pubblicazioni infatti, accanto al nome del direttore responsabile Roberto della Rovere metteva testualmente: “Secondo le incostituzionali norme sulla stampa”.

Proprio questa intricata matassa legislativa sta portando in galera una persona per un fatto eventualmente commesso da un altro. Può essere considerata costituzionale una norma che abolisce la responsabilità personale? Come ha ben scritto il direttore di Panorama Giorgio Mulé: «Applicando lo stesso principio, un procuratore della Repubblica dovrebbe essere perseguibile per ogni errore commesso dai suoi pubblici ministeri. Vi immaginate la rivolta?».

Ben farebbe a mio avviso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ad intervenire su questa importante questione. Lo supplico in nome della sua stima verso Adele Faccio. Non resti in attesa ad osservare, egli è il garante supremo della Costituzione, e molto più di altri temi trattati recentemente, il caso Sallusti, proprio perché riguarda allo stesso tempo la libertà di espressione e la libertà personale, quindi l’essenza stessa della democrazia, merita ampiamente un suo diretto ed immediato intervento. Quanto sangue è stato versato dai giovani del nostro risorgimento per gli ideali di libertà. A cosa servirebbe, Presidente, aver ricordato i 150 anni dell’Unità se poi dimentichiamo di mettere in ogni cosa, sempre e comunque, al primo posto la libertà di espressione e la libertà personale?

Con assoluto buon senso e come un vero padre di famiglia, così come ha chiarito la questione della candidatura del senatore a vita Monti, così come è intervenuto sullo ius soli, sulla legge elettorale, intervenga per far uscire subito dalla galera chiunque è costretto a vivere in cella (evito di infierire sulle barbare condizioni delle nostre carceri), senza ancora essere stato giudicato colpevole in via definitiva da un Tribunale del Popolo italiano e liberi da ogni autorizzazione e censura la stampa. Non permetta che le prossime generazioni, che le stanno così a cuore, trovino scritto nella storia del nostro amato Paese il paradosso che vede una persona che era il direttore di un giornale che si chiama “Libero” è poi diventata l’ennesimo innocente “detenuto”, in carcere o ai domiciliari che sia.

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