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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

Riforme e governo istituzionale

Bersani e Berlusconi facciano un passo indietro, il Pd e il Pdl diano la fiducia ad un governo istituzionale, e poi si combattano in Parlamento confrontandosi con il M5S. Riforme a maggioranza variabile e poi nuove elezioni, altrimenti il sistema farà un gran “botto”

Se come priorità riuscissero a mettere non il proprio interesse politico, ma quello del Paese, i leader di partiti, movimenti e liste che abbiamo appena eletto per rappresentarci in Parlamento, approfitterebbero di questa legislatura per trasformare le due camere in una sorta di “assemblea costituente”. Non tutti i mali vengono per nuocere. Infatti, l’equilibrio tra le forze, proprio quel fattore responsabile dell’ingovernabilità, rappresenta allo stesso tempo una occasione irripetibile per sfruttare la difficile situazione politica per procedere alle riforme indifferibili.

Tutti concordano sulla prima fondamentale riforma, quella che riguarda ovviamente la necessità di una nuova legge elettorale. Dovendo mettere mano a questa delicata materia si potrebbero approvare anche utili modifiche all’architettura istituzionale e in un colpo solo risolvere tutti i diversi problemi sollevati dai diversi schieramenti.

In nome della governabilità e stabilità sono state inferte ferite profonde alla democraticità del nostro sistema elettorale, ora è sotto gli occhi di tutti che sono soluzioni che hanno fallito. Sbarramento e premio di maggioranza non hanno ottenuto il risultato sperato. Eppure per assicurare la governabilità del Paese senza limitare la rappresentanza democratica non mancherebbero delle soluzioni, anche piuttosto semplici. Camera proporzionale, Senato delle Regioni maggioritario e uninominale, premier scelto a doppio turno direttamente dagli elettori. Solo una delle soluzioni che potrebbero essere condivise da una ampia maggioranza, che eliminando il rimborso elettorale, eliminando i contributi all’editoria, riducendo della metà le retribuzioni dei parlamentari, potrebbe serenamente portarci a nuove elezioni che permetterebbero ai cittadini di eleggere direttamente la persona che li dovrà governare e di nominare con la loro preferenza i rappresentanti del Parlamento. Una nuova architettura istituzionale più democratica, più efficace e allo stesso tempo più rispettosa della sovranità popolare e più vicina al territorio.

CAMERA DEI DEPUTATI – I deputati della Repubblica potrebbero tornare al loro ruolo naturale, quello di essere membri di una camera dei rappresentanti, eletti con un sistema proporzionale puro, su scala nazionale, senza alcun sbarramento, senza coalizioni e senza alcun premio di maggioranza, andando così a permettere la costituzione di una assemblea in cui è realmente rappresentato tutto il popolo, minoranze comprese. Naturalmente per rendere la rappresentanza personale deve essere concesso all’elettore di esprimere anche una preferenza. Solo in questo modo potremo garantire che nel Parlamento ci sia una reale rappresentanza delle diverse posizioni politiche e culturali che sono realmente presenti nel paese.

SENATO DELLA REPUBBLICA – I senatori, invece, potrebbero assumere definitivamente quel ruolo di rappresentanti del territorio per trasformare palazzo Madama nel vero e proprio Senato delle Regioni. A differenza delle proposte che li vedono direttamente “delegati” dalle regioni, ritengo più efficace una soluzione alternativa. Quella che continuerebbe a vederli direttamente eletti dai cittadini, sempre su base regionale e con sistema maggioritario puro, uninominale. Non solo per risparmiare sul loro costo ma anche per aumentare il loro rapporto con il territorio i Senatori potrebbero di diritto essere membri delle assemblee regionali, che si farebbero anche carico del loro costo.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
L’unico modo per garantire la governabilità sarebbe quello di istituire il premierato, rendendo reale quel cambiamento solo virtuale che ha introdotto la facoltà per gli elettori di esprimere la loro preferenza per il leader della coalizione. Come stiamo assistendo in questi giorni, al momento questa espressione della volontà popolare non ha alcun effetto sulla decisione di chi dovrà sedere a palazzo Chigi. Diversamente invece, come già avviene in molte regioni per l’elezione del Governatore, si potrebbe, anche con voto disgiunto, eleggere direttamente il presidente del Consiglio. Se questo dovesse ricevere il 50% dei voti espressi sarebbe direttamente eletto, altrimenti si eleggerebbe al ballottaggio tra i primi due candidati che hanno ottenuto maggior voti. Ovviamente le modifiche costituzionali per rendere effettivo il premierato, dovrebbero consentire al
premier di scegliere e nominare direttamente e senza alcuna mediazione i ministri che faranno parte della compagine di Governo. Il governo non dovrà chiedere la fiducia al Parlamento, sarebbe eletto direttamente dal popolo con il diritto/dovere di governare il Paese per l’intera legislatura. Il presidente della Repubblica, semplicemente ratificherà la nomina del Capo di Governo, mentre avrà la facoltà di sindacare, esprimere rilievi o perplessità sui singoli ministri. Qualora risulti in disaccordo con il premier, avrà la facoltà di rinviare la singola nomina di un nuovo capo di dicastero all’approvazione del Parlamento, mentre il Governo, salvo i ministri rinviati alle camere, entrerà nei suoi pieni poteri immediatamente. Al premier verrà anche concessa la facoltà di togliere la delega in qualsiasi momento ad un ministro, mentre la nuova nomina seguirà la stessa procedura, quindi in accordo con il presidente della Repubblica, senza accordo rinviata alla fiducia delle camere. Il premier, capo dell’esecutivo, dovrà avere anche la facoltà di incidere direttamente sulla realtà, senza la necessità di motivi di urgenza o di altri limiti, potrà quindi emanare decreti che saranno immediatamente legge dello Stato appena ratificati dal presidente della Repubblica che potrà invece rinviarli alle camere solo in caso di dubbia costituzionalità. Solo qualora i due rami del parlamento votassero a maggioranza semplice l’abrogazione di un decreto, questo decadrebbe immediatamente.
Qualora il premier si dimettesse, questo comporterebbe l’immediato scioglimento delle camere e nuove elezioni. Solo con una soluzione simile si assicurerebbe la governabilità, e tutto questo non sarebbe molto diverso da quello che avviene per esempio negli Stati Uniti, dove infatti Obama emana decreti e governa l’America pur non avendo a maggioranza in entrambe le camere.

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
A differenza degli Stati Uniti, dove il capo dell’esecutivo è anche il capo dello Stato, in Italia l’istituzione del premierato potrebbe lasciare invariati praticamente tutti gli altri poteri ora delegati al Capo dello Stato, che potrebbe continuare ad essere eletto dal Parlamento. Eccetto l’incarico al premier, che sarebbe espressione della volontà popolare, il presidente della Repubblica manterrebbe di fatto gli stessi poteri, tra i quali una sorta di veto, dovendo ratificare tutte le leggi.

Questa è ovviamente solo una delle possibili soluzioni, e il compito del Parlamento che si andrà ad insediare nei prossimi giorni dovrebbe essere proprio quello di valutare, analizzare, discutere, individuare controindicazioni, per trovare alla fine una soluzione condivisa da una ampia maggioranza, che possa cambiare in meglio l’assetto istituzionale e portarci al voto.

Questo, a prescindere dalla composizione di Governo, che non impedirebbe in alcun modo la piena sovranità del Parlamento che potrebbe discutere e approvare con maggioranze variabili anche molti altri provvedimenti non fondamentali, ma comunque utili per il presente e il futuro dell’Italia.

Ho parlato di partiti, movimenti, liste, ma mi preme sottolineare che non può esserci alcun dubbio che la responsabilità è in realtà tutta ed esclusivamente degli attuali Pdl e Pd. Anche se è ormai diffusa la leggenda metropolitana che Berlusconi abbia governato l’Italia negli ultimi venti anni, la realtà dei numeri inchioda alle loro responsabilità solo ed esclusivamente queste due forze politiche che si nono alternate al governo del paese in misura praticamente uguale.

Escludendo dal conteggio il Governo Monti, dal 1994 infatti il centrodestra ha governato per 3340 giorni mentre il centrosinistra ha governato per 3057 giorni. La differenza è quindi di 287 giorni. Davvero poco per considerarsi immuni, sono certamente diversi, ma entrambi responsabili e in ugual misura della crescente distanza tra istituzioni e cittadini.

Ma prima ancora della discesa in campo di Berlusconi, il Parlamento italiano e soprattutto l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro si sono resi responsabili di un gravissimo episodio, uno strappo lacerante alla Costituzione, quando nel 1993 hanno “sputato in faccia” alla volontà popolare, facendo rientrare dalla finestra chiamandolo “rimborso elettorale” quel “finanziamento pubblico” ai partiti che i cittadini avevano abrogato con un referendum popolare.

Una infamia che hanno tentato in ogni modo di cancellare dalla memoria dell’opinione pubblica, ma che è stata registrata dalla storia, che ha certificato l’esistenza di una vera e propria casta politica, che ha continuato a caratterizzare la vita delle istituzioni proprio fino a queste elezioni, che la stanno ormai spazzando via.

Bersani è il leader di una coalizione che non ha perso ma non ha nemmeno vinto. Berlusconi è il leader di una coalizione che non ha vinto ma non ha nemmeno perso. In entrambi i casi, se non vogliamo chiamarla sconfitta rappresenta comunque una non-vittoria, proprio uno di quei casi che invece di aspettare che sia il partito a farti fuori sei tu che ti fai onorevolmente da parte.

Invece Bersani chiama alla responsabilità il movimento di Grillo, quando è lui ad avere tutta e la più completa responsabilità di aver fallito gli obiettivi che aveva pubblicamente dichiarato in campagna elettorale. Vinceremo e cercheremo alleanze al centro, anche se avremo il 51 governeremo come se avessimo il 49. Ebbene il centro con cui voleva allearsi è inconsistente, non ha ne il 51% ne tanto meno una maggioranza parlamentare, quindi se fosse veramente un uomo che non racconta favole, dovrebbe solo dimettersi. E invece le favole le racconta prima di tutto a sé stesso, alimentandole con i correi della sua partitica dirigenza.

Senza dubbio quello di Grillo è l’unico movimento politico nuovo, e sarà il vero ago della bilancia. Per fare un esempio potrebbe votare insieme al Pdl a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico, che molto probabilmente vedrebbe contrario il Pd. Potrebbe invece votare con il Pd l’introduzione di una legge sul conflitto di interessi, a cui sarebbe molto, ma molto probabilmente contrario invece il Pdl.

Questo non sarebbe un male, anzi, finalmente si abbandonerebbero i pre-giudizi, nessuna questione risulterebbe preclusa e un Parlamento motivato potrebbe articolare una molteplicità di questioni. Una centralità assoluta che finirebbero per motivare e favorire l’azione parlamentare, un nuovo scenario da cui uscirebbero legge realmente discusse e approvate a prescindere dagli schieramenti e nel solo pubblico interesse.

Lo stesso Parlamento, una volta imboccata la strada della operosità, potrebbe naturalmente mettere mano ad altre importanti riforme, la prima, che forse ancora più della legge elettorale preme ai cittadini è quella del sistema bancario. Sull’esempio della Francia e della Germania potrebbe cogliere l’occasione dei Monti-Bond per fare del Monte dei Paschi di Siena la grande banca pubblica italianaCamera - fiducia su ripiano del disavanzo sanitario. Dotarla di nuove risorse e direttive per immediatamente intervenire sulla stretta del credito, quel credit crunch che per primo strangola l’economia del Paese. Un nuovo strumento per sostenere finanziariamente le famiglie in crisi e le piccole e medie imprese in difficoltà. Dopo questo primo ed ineludibile passo potrebbe mettere mano alla riforma dell’intero sistema bancario, per esempio imponendo una netta separazione tra le attività di credito e le attività finanziarie, come stanno per esempio facendo nel Regno Unito, la patria del liberismo. Ma in realtà, una volta creata la banca pubblica, questa resta una importante questione ma potrà essere affrontata anche ed eventualmente più avanti, e non è difficile immaginare l’ipotesi che venga lanciato un referendum abrogativo per cancellare gli effetti della Riforma bancaria di Amato del 1990.

Anche sulla giustizia, non sarebbe certo inutile procedere con la separazione delle carriere e intervenire imponendo per legge dei tempi certi e meno lunghi per lo svolgimento dei processi, cosi come è indifferibile un intervento sulla questione delle carceri, per la quale siamo stati condannati dalla Corte europea di Strasburgo. Ora, una amnistia generale probabilmente non corrisponderebbe al sentire comune dell’opinione pubblica. Invece liberare immediatamente chiunque non abbia compiuto delitti di sangue e non sia ancora stato condannato in via definitiva, significare rispettare la Costituzione. Alla stessa maniera una amnistia per chiunque non si sia macchiato di reati contro la persona, insomma una amnistia che liberi chi non è macchiato di sangue, non abbia mai picchiato o violentato, non abbia compiuto reati con un’arma, potrebbe sicuramente essere vissuta
diversamente. Cosi come concedere gli arresti domiciliari a chi abbia compiuto reati minori. Dovrebbe essere individuata anche una soluzione per chiudere rapidamente i milioni di processi civili pendenti da anni e anni, chiudere celermente i vecchi processi, in modo da rendere più efficiente anche la giustizia civile, creando le condizioni perché l’Italia possa riprendere ad essere un paese normale, dove una causa civile incide rapidamente sulla realtà e non impiega decenni per derimere la più semplice delle dispute.

Insomma, quella tra Pd-Pdl non dovrebbe essere una maggioranza di governo, anche se questo sono stati sostenendo la teocrazia montiano, oggi potrebbero limitarsi a dare vita ad un governo di unità nazionale che non dovrebbe essere formato sulla base di un programma comune, ma dovrebbe solamente occuparsi in piena autonomia delle questioni di ordinaria amministrazione, un governo che non essendo espressione di una maggioranza politica, dovrebbe abdicare alla leadership politica e lasciare alla sovranità del Parlamento la realizzazione delle riforme.

L’unico impegno che dovrebbe prendere il Governo chiedendo la fiducia al Parlamento sarebbe quello di non richiedere mai più la fiducia e di assicurare la transizione fino alla approvazione della nuova legge elettorale.
L’unico impegno che dovrebbero assumere Pd e Pdl sarebbe quello di non condizionare mai e in nessun caso la fiducia al Governo, anche in presenza di un voto parlamentare diverso tra Pd e Pdl. La Costituzione non prevede infatti nessun obbligo al Governo di esprimere un parere non vincolante, potrà lasciare sempre ed in ogni caso la piena libertà di voto, rendere il parlamento assolutamente libero di prendere decisioni a maggioranza variabile, e più queste saranno nell’interesse pubblico più saranno prese non a maggioranza ma all’unanimità.

Pd e Pdl potrebbero quindi dare vita non ad un governo tecnico, ma ad un governo di unità nazionale, presieduto dalla scelta condivisa di una alta personalità, affiancata da uno o più vicepresidenti del consiglio e da ministri che rappresentino le forze politiche che sostengono il governo in Parlamento. Un governo che non essendo espressione di una maggioranza politica non dovrà tanto esercitare la sua leadership, non dovrà indirizzare i lavori del Parlamento, ma al contrario dovrà stare lontano dalle importanti questioni delle riforme, e pur occupandosi di tutte le questioni di sua competenza, lascerà al Parlamento il compito di approvare le riforme e poi tornare al voto.

Questo e non altro possono fare i partiti che dal 1994 hanno governato l’Italia. E invece assistiamo al tentativo del segretario di un partito che è risultato alla Camera dei deputati secondo per numero di voti su base nazionale, un leader di una coalizione che senza il porcellum non avrebbe la maggioranza in nessuno dei due rami del Parlamento, che non trova meglio da fare che invitare un movimento che si è costituito con la precisa volontà di non concludere alleanze, a convenire su otto punti unilateralmente individuati dal suo partito che rappresenta di fatto meno del 30% dei voti espressi dagli elettori.

Un partito che continua a segnare autogol, regalando uno spettacolo di archeologia politica, come quello della diretta della sua ultima Direzione Nazionale. Immagino che nemmeno un convinto e storico militante abbia avuto voglia di dire a qualcuno, vatti a vedere quella discussione, è interessante, vale la pena sentirla.

Avevo già allora sollevato tutte le mie perplessità sulle primarie, avevo infatti titolato: “Primarie un successo. Ma non parliamo di trionfo della democrazia“. Ora di fronte alla evidenza che in quel partito non ci sia una dirigenza ma una nomenclatura, le perplessità diventano certezze.

Dall’altra parte non va certo meglio, abbiamo infatti un partito totalmente dipendente dal suo padre fondatore, che anche se rinvigorito da una rimonta clamorosa. se non altro per motivi anagrafici è già e a tutti gli effetti al tramonto. Però consentitemi di ritenere superficiale l’interpretare questo risultato sorprendente solo con la stupidità e la credulità degli italiani. Sono considerazioni non tanto offensive, ma decisamente stupide e banali. A prescindere dal carisma berlusconiano, come non vedere che sono le idee che esprime a bucare, e non la sua faccia. Quando Berlusconi parla di un fisco più equo e meno invadente, quando parla di abbassare le tasse, spingendosi persino a proporre la restituzione di quelle ingiuste, quando per contenere la disoccupazione giovanile propone di detassare del tutto l’assunzione di giovani disoccupati, esprime concetti che sono semplicemente condivisi da un italiano su tre.

Oltre a M5s, Pd e Pdl in Parlamento non c’è praticamente altro, per questo evito persino di nominare la formazione politica del tecnocrate, visto che l’hanno bocciato oltre 9 italiani su dieci.

Ebbene, dando pieno atto a Beppe Grillo che quella di dare un governo al Paese non è una sua responsabilità, non c’è alternativa. In fondo è anche l’unica alternativa al definitivo declino di Pd e Pdl. Quella di accettare la sfida. Le ormai superate destra e sinistra, dando vita ad un governo istituzionale che non interferisca sulle riforme parlamentari, per poi combattersi apertamente, lealmente e persino aspramente in Parlamento, dove senza la necessità di compromessi, senza mai ricorrere alla fiducia, discuteranno in coscienza e voteranno liberamente su ogni singola questione, facendo i conti di volta in volta con i grillini su ogni singola legge, potrebbero recuperare credibilità nel Paese. Soprattutto se i loro attuali leader si dimostrassero protagonisti di un radicale rinnovamento, aprendosi veramente alla società e al territorio. Solo cosi quelli che sono stati per quasi venti anni i due principali partiti del Belpaese, potranno cercare di riconquistare una rinnovata fiducia popolare, e potrebbero misurarla nel prossimo imminente voto.

Se falliranno in questa impresa saranno letteralmente spazzati via, faranno entrambi la fine del pentapartito, e come Dc, Psi, Psdi, Pli, Pri, diventeranno solo in ricordo di tempi andati.

Difficilmente sarò smentito, il piano A di Bersani non sembra proprio praticabile. Per quale assurdo e complesso motivo Beppe Grillo dovrebbe cambiare idea? Come può sperare Bersani che Grillo finirà per rimangiarsi quello che dice ogni giorno, per favorire una alleanza che non sarebbe certo meno innaturale di quella tra Pdl e il Pd-meno elle, che oltretutto hanno insieme sostenuto la tecnocrazia montiana. “Gargamella” e lo “psiconano” non hanno nessuna chance di convincere quello che hanno definito fino a ieri solo come un “comico”, un pericoloso demagogo, populista.

Cosa vuole ottenere lo smacchiatore del giaguaro? Spera forse che a quattrocchi Giorgio Napolitano riesca a convincere Grillo a sostenerlo? Vuole forse ripercorrere le tradizioni democristiane del governo di minoranza con l’appoggio esterno? Più semplice e probabile immaginare che voglia solo limitare i danni della sua débacle. Dimostrare che di fatto ha vinto le elezioni, ricevere l’incarico e fare di tutto per convincere i grillini. Per poi presentarsi a dire che proprio non c’è riuscito e quindi non resta altra scelta che un governo con il Pdl, che cambi la legge elettorale e porti il Paese alle urne.

Probabilmente il Pdl non aspetta altro, e tutto lascia presagire che finirà così. Ma questo è davvero il peggiore inizio possibile. E se il Partito Democratico seguirà il suo leader su questa strada, invece di chiedergli conto dell’insuccesso elettorale, a cui andrà a sommarsi l’insuccesso del suo incarico a formare il governo con il M5S, se invece delle dimissioni permetterà al suo leader di entrare nel governo o comunque di continuare a guidare il partito, il Pd pagherà cara questa scelta. Alle prossime elezioni il conto sarà salato, anche schierando Renzi difficilmente riuscirà a diventare il primo partito, ma dovrà spendere tutte le sue forze e capacità per riconfermarsi come il secondo.

Bersani ha invece oggi l’occasione di dimostrare con i fatti e non con le parole di pensare al Paese. Abbia il coraggio di ammettere la sconfitta, di farsi onorevolmente da parte, confessando apertamente che visto che Grillo non lo appoggia e che lui proprio non può allearsi con il giaguaro, lasci onorevolmente spazio ad altre personalità del Partito Democratico che possono avere più chance di lui per rispondere alle immediate esigenze delle istituzioni e dell’intero Paese.

Lo smacchiatore rinunci veramente all’orgoglio, e corra ad invitare il suo giaguaro a fare lo stesso. Spinga il Cavaliere a seguire il suo esempio, a farsi anche lui da parte per dare entrambi un vero segnale di cambiamento, per dare spazio e occasione ai nuovi eletti di pensare solo agli interessi del bene pubblico.

Berlusconi e Bersani restino pure in campo come presidenti dei rispettivi partiti, quello è il luogo dove la loro esperienza può essere sfruttata positivamente. Siano protagonisti e artefici del rinnovamento del loro partito. Vederli non solo pensare, ma agire solo ed esclusivamente negli interessi degli italiani non farebbe certo male né alle loro persone né a tutti gli italiani.

Diano l’esempio e ci risparmino l’ennesimo “balletto della politica”. Evitino di perdere altro tempo in inutili e ridicole trafile, facciano in modo che il Parlamento appena insediato archivi rapidamente la nomina dei presidenti di Camera e Senato, dia la fiducia al Governo ed elegga il nuovo presidente della Repubblica. Creino le condizioni perché il Governo faccia funzione mentre il Parlamento affronta la riforma elettorale, per portarci di nuovo alle urne.

Se questo non avvenisse il loro balletto potrebbe essere l’ultimo. Se il popolo dovesse assistere all’immobilità, alle battaglie di palazzo sulle nomine, a discussioni sulle responsabilità del passato, se registrasse la perpetua ricerca di compromessi e dopo settimane se non mesi, Montecitorio e palazzo Madama continuassero ad apparire come inefficaci, se il Paese si ritrovasse ancora senza un governo, senza un nuovo presidente della Repubblica, se la politica non fosse in grado di prendere una che una misura in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, il botto sarebbe ancora più devastante di quello mafioso di Capaci, sarebbe il botto dell’intero sistema Paese. E quella sarebbe una crisi che né gli interventi di Draghi sulla finanza, né la presenza di Grillo in politica, potrebbero arginare.

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