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Quando smetteremo di dare retta alla Merkel?

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Sembra impossibile ma le misure adottate in Europa hanno solo peggiorato la situazione. Lo dicono i numeri ufficiali: quasi 27 milioni di disoccupati che nella zona euro in un anno sono aumentati di un milione, ovviamente solo nei Paesi del Sud

In più occasioni sia François Hollande che Enrico Letta avevano in qualche modo fatto riferimento al fatto che in questo autunno, una volta superato l’appuntamento elettorale tedesco, l’Europa avrebbe ripreso con forza a trattare le questioni necessarie per dare una svolta alla questione del lavoro e dello sviluppo.

Anche se in Germania il nuovo governo non è stato ancora formato, le elezioni si sono concluse ormai da tempo e come previsto hanno segnato la vittoria di Angela Merkel che proprio in occasione del primo Consiglio d’Europa post-elettorale ha chiaramente dimostrato che non intende cambiare di una virgola la sua politica.

In quell’appuntamento infatti era da tempo programmato che si dovesse andare avanti su due importanti fronti, quello dell’unione bancaria e il completamento dell’Unione economica e monetaria con riferimento in particolare alla dimensione sociale. Ebbene nei fatti ci siamo trovati ancora una volta di fronte ad un nulla di fatto, tutto è stato per l’ennesima volta rimandato. Da un punto di vista mediatico il vertice si è quindi trasformato in un incontro per affrontare due questioni decisamente diverse, quella legata a Lampedusa ed alle atroci morti nel Mediterraneo e la questione dello spionaggio americano.

Ognuno è quindi potuto tornare a casa con la coscienza a posto, da Enrico Letta che ha incassato l’aiuto, per ora solo morale, sulla questione dell’immigrazione, a François Hollande e Angela Merkel, che hanno invece potuto fare la voce grossa nientemeno che contro la Casa Bianca, ma nella loro conferenza stampa congiunta hanno evidenziato come l’Europa non avrebbe intrapreso una azione comune, ma Francia e Germania avrebbero singolarmente agito nei confronti degli Stati Uniti. Davvero un altro bell’esempio di “unione”.

Già lo scorso anno, lamentavamo che nello stesso giorno in cui arrivano dati impressionanti sulla disoccupazione la stampa europea trovava il modo di enfatizzare la ripresa delle borse. Oggi la musica non è cambiata e il record della disoccupazione non riguarda solo l’Italia, ma l’intera euro zona in cui la disoccupazione ha raggiunto il 12,2% della forza lavoro.

A settembre erano quindi quasi 19 milioni e mezzo le persone senza lavoro nei 17 paesi della zona euro, quasi un milione in più rispetto allo scorso anno. Nell’ambito dell’Europa allargata, il tasso di disoccupazione nei 27 paesi dell’Unione è pari all’11%, in totale parliamo di quasi 27 milioni di persone senza lavoro.

La situazione è quindi critica in tutta Europa, ma diventa decisamente drammatica in Grecia e Spagna, dove la disoccupazione viaggia rispettivamente al 27,6% in Grecia e al 26,6% in Spagna mentre per i giovani siamo intorno al 50%.

E la situazione è peggiorata bruscamente nell’ultimo anno proprio nei paesi cosiddetti “periferici”. Al Sud il tasso di disoccupazione è infatti salito dal 12,7% al 17,1% a Cipro, dal 25,0% al 27,6 % in Grecia e questo mentre i tassi più bassi continuano ad essere registrati nel Nord: Austria 4,9%, Germania 5,2% e Lussemburgo 5,9%.

Malgrado questi dati siano evidenti ed inconfutabili, le politiche europee proseguono nel solco dell’impotenza e purtroppo le misure finora prese invece di migliorare hanno finito per peggiorare la situazione. Lo dicono i numeri. Ma quando smetteranno i governi dei paesi del Sud di dare retta alla Merkel ed imporranno una netta inversione di tendenza?

Sin dal primo giorno di pubblicazione del nuovo quotidiano Indipendente  online i nostri articoli hanno puntato l’attenzione su un fatto:  “Gli Stati Uniti bocciano la politica del rigore europeo”. E questo avveniva del tutto in controtendenza, in un momento in cui tutti sposavano le politiche del rigore e salivano sul carro dell’austerità. Istituzioni, governi, stampa e opinione pubblica cavalcavano convinte quelle politiche che avrebbero devastato la Grecia e messo in ginocchio gli altri paesi del Sud europa. Abbagliati da una informazione succube degli interessi delle banche e del mondo finanziario, abbiamo vissuto una sorta di periodo di propaganda bellica che ci ha fatto preoccupare solo delle reazioni dei mercati e non delle reali esigenze dei cittadini, una propaganda che ha creato le condizioni per finire nell’era Monti, il governo che ha registrato i peggiori risultati economici di tutta la storia repubblicana.

Invece di essere solidali con un paese fratello, assumendo la posizione che sarebbe stata naturale per un popolo di cultura cristiana come il nostro, tutti a dire che noi non eravamo come i greci. E come in passato abbiamo lasciato ai tedeschi il compito di “spezzargli le reni”. Che vergogna! L’Europa dall’inizio della crisi da una parte ha destinato ben 5mila miliardi di euro al settore bancario e finanziario, dall’altra ha ridotto alla fame un intero popolo per prestargli meno di 200 miliardi di euro. L’Europa è ricorsa per soli 10 miliardi di euro ad un arbitrario prelievo, una sorta di furto del sovrano a scapito del suddito che non ha precedenti neanche nel medioevo. E non ci sono scuse, anche noi siamo complici di tutto questo.

Negli ultimi dodici mesi nelle nostre pagine abbiamo continuato ad usare termini forti. Abbiamo infatti parlato di “Guerra economica europea”, e senza nascondere il dito in tutta franchezza lo abbiamo puntato contro la Merkel, arrivando a titolare  “Salvare l’Europa? Fermare Berlino”.

Non possiamo quindi nascondere una certa soddisfazione nel riscontrare oggi che anche Washington abbandona finalmente l’ipocrisia e punta apertamente il dito contro lo stesso obiettivo. Più volte gli Stati Uniti si erano espressi su questo tema, ma mai in termini così chiari ed espliciti. Il Tesoro americano si è espresso senza mezzi termini accusando Berlino di portare avanti una politica economica egoista che danneggia i suoi partner dell’Europa meridionale.

Insomma, a parlare di politica europea germanocentrica non siamo rimasti soli in compagnia di populisti e demagoghi, ma ora questa accusa arriva con tanto di motivazioni dal Tesoro degli Stati Uniti: «La crescita anemica della domanda interna tedesca e la dipendenza di questo Paese dalle esportazioni hanno ostacolato il ribilanciamento delle economie proprio quando a diversi altri Paesi dell’eurozona era stato chiesto di contribuire all’aggiustamento frenando la loro domanda interna e comprimendo le importazioni. Il risultato di tutto ciò è stato una tendenza deflazionista prima dell’area dell’euro e poi dell’economia mondiale».

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