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Slitta a gennaio l’accordo sul bilancio europeo 2014/2020

Il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso nella conferenza stampa di chiusura del 23 novembre insieme al presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy

La riunione straordinaria del Consiglio Europeo a Bruxelles si chiude con un nulla di fatto. Sul tavolo ancora troppe questioni aperte ma tutti sono convinti che a gennaio ci sarà accordo

Dopo l’1-1 tra Merkel e Hollande sulla supervisione bancaria, l’ultimo vertice europeo si chiude con uno 0-0, sul fronte del bilancio europeo 2014/2020 siamo ancora al nulla di fatto. L’Inghilterra lo vuole ridurre, la Francia lo vuole ampliare, l’Italia lo giudica penalizzante. Nessuno lo dice, tutti minimizzano, ma l’ultimo vertice del Consiglio europeo che doveva approvare il documento finanziario più importante per l’Unione è decisamente fallito. Il Consiglio ha delegato a Barroso e Rampuy, rispettivamente presidente dell’Unione Europea e presidente del Consiglio europeo, a portare avanti le trattative e quindi da ora le diplomazie lavoreranno per giungere ad un accordo nel prossimo gennaio. Ma cos’è e che rappresenta il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) che sta dividendo l’Europa?

Il quadro finanziario pluriennale (QFP) traduce in termini finanziari le priorità politiche dell’Unione per una durata di almeno 5 anni. Previsto dall’articolo 312 del trattato di Lisbona stabilisce che il QFP, sotto forma di regolamento, deve essere adottato all’unanimità dal Consiglio previa approvazione del Parlamento europeo, che può adottare o respingere l’intero pacchetto, ma non può presentare emendamenti. Il quadro finanziario pluriennale fissa gli importi massimi annui, i cosiddetti massimali della spesa dell’UE, complessivamente e per le principali categorie di spesa, anche se non è così dettagliato come il bilancio annuale.

Fissando i limiti di spesa per ciascuna categoria, il QFP impone la disciplina di bilancio e garantisce l’ordinato andamento delle spese dell’Unione europea entro i limiti delle sue risorse proprie e in linea con i suoi obiettivi politici. Inoltre, questo sistema assicura un flusso prevedibile di risorse per sostenere le priorità a lungo termine dell’Unione e fornisce maggiori garanzie ai beneficiari dei fondi dell’UE, quali le PMI, le regioni, gli studenti, i ricercatori, le organizzazioni della società civile, eccetera eccetera.

Il QFP pone le fondamenta per la procedura di bilancio annuale e facilita notevolmente il raggiungimento di un accordo sul bilancio annuale tra il Parlamento europeo e il Consiglio, le due istituzioni che costituiscono l’autorità di bilancio dell’Unione. Allo stesso tempo, il QFP assicura la continuità nella realizzazione delle priorità stabilite nell’interesse dell’Europa. Il quadro finanziario prevede inoltre ogni altra disposizione utile per il corretto svolgimento della procedura annuale di bilancio.

 

La tradizionale foto di gruppo dei leader europei che hanno partecipato alla riunione straordinaria del Consiglio Europeo del 22 e 23 novembre a Bruxelles

Il QFP è entrato a far parte del funzionamento dell’Unione europea dal 1988 e copre periodi diversi compresi tra i 5 e i 7 anni. Il primo quadro finanziario, il cosiddetto “Pacchetto Delors I”, ha interessato il periodo 1988-1992 ed era incentrato sulla creazione del mercato interno nonché sul consolidamento del programma quadro pluriennale di ricerca e sviluppo. Nel secondo quadro, il “pacchetto Delors II” (1993-1999), la priorità è stata data alla politica sociale e di coesione e all’introduzione dell’euro. L'”Agenda 2000″, che ha interessato invece il periodo 2000-2006, verteva sull’allargamento dell’Unione. Infine, il QFP 2007-2013 ha puntato alla crescita sostenibile e alla competitività, con l’obiettivo di creare più posti di lavoro.

Prima dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona, il QFP era il frutto di un accordo interistituzionale. Tuttavia, l’articolo 312 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea conferisce valore giuridicamente vincolante al quadro finanziario pluriennale per quanto concerne la fissazione degli “importi dei massimali annui degli stanziamenti per impegni per categoria di spesa e del massimale annuo degli stanziamenti per pagamenti”. Inoltre, conformemente al nuovo trattato, spetta al Consiglio adottare, all’unanimità, la decisione sul QFP, previa approvazione del Parlamento.

Per Mario Monti l’Italia, che è il secondo contributore dell’UE con un saldo negativo di 5,9 miliardi di euro, e versa quindi molto di più di quello che incassa, non chiede sconti, ma un forte indirizzo politico per rilanciare la crescita, il lavoro e la solidarietà in Europa

 

      1. ASCOLTA_ Monti_sul_Consiglio_Europeo_del_23_11_12

Il presidente Monti ha detto che non è certo una sorpresa e che non sarà un problema raggiungere l’accordo a gennaio. “Non è tanto la rapidità, ma è la qualità dell’accordo ad essere importante”  ha sottolineato il presidente Monti, anche se considerando che occorrono diversi mesi per trovare un accordo sulle basi giuridiche di tutti i programmi e progetti pluriennali finanziati nell’ambito del QFP in settori importanti quali la ricerca, l’istruzione, la coesione, gli aiuti allo sviluppo, la politica di vicinato, per consentire l’avvio di questi programmi nel gennaio 2014 il ritardo sui massimali è significativo. Anche perché l’accordo politico deve essere tradotto in un regolamento del Consiglio e passare poi all’approvazione del Parlamento europeo. Ma in realtà il nostro presidente del Consiglio ha ragione, anche perché non esiste in realtà un termine ultimo. Qualora non si giunga a un accordo entro la fine del 2013, i massimali del 2013 saranno infatti applicati anche nel 2014, con un semplice adeguamento del 2% previsto per tenere conto dell’inflazione. Il trattato prevede altresì la proroga delle “altre disposizioni vigenti” nell’ultimo anno coperto dal quadro finanziario. Pertanto, sono automaticamente prorogate tutte le disposizioni relative agli adeguamenti e alle revisioni del quadro finanziario e degli strumenti al di fuori di esso.

Indipendentemente dal raggiungimento di un accordo, i massimali del quadro finanziario saranno quindi garantiti anche nel 2014 e il bilancio potrà pertanto essere approvato in conformità con il trattato anche se non si raggiungesse un accordo politico. Questo complicherebbe notevolmente l’adozione di nuovi programmi e, qualora mancassero nuove basi giuridiche, ivi compresi gli stanziamenti indicativi, nessun impegno potrebbe essere assunto per quei programmi di spesa pluriennali la cui base giuridica scade nel 2013. Pertanto, nel caso di un accordo tardivo, è probabile che il bilancio 2014 coprirebbe solo i pagamenti agricoli e i pagamenti relativi agli impegni da liquidare, mentre i cittadini che beneficiano di un fondo dell’UE, quali i ricercatori, gli studenti e le organizzazioni della società civile, si troverebbero ad affrontare serie difficoltà.

Ma le dispute che hanno portato al nulla di fatto non riguardano solo gli indirizzi della futura spesa ma anche le entrate. Importante comprendere il modo in cui provengono i fondi a disposizione del bilancio europeo. Nel 2011 il 76% delle entrate del bilancio dell’UE proverranno infatti dalla risorsa basata sul cosiddetto RNL, cioè la quota nazionale che ogni singolo Stato versa all’Unione Europea. Su questo punto David Cameron si è decisamente dichiarato contrario nel prendere anche solo in considerazione un aumento della quota a carico al Regno Unito, criticato per questo soprattutto dai tedeschi, che lamentano una condizione di favore per gli inglesi, visto che alla fine, grazie alle cosiddette “correzioni”, a loro ritorna esattamente quanto versano. L’altra importante voce delle entrate di bilancio europeo, che rappresenta il 12% proviene invece dai dazi doganali e dai contributi nel settore dello zucchero mentre l’11% delle entrate proviene dalla risorsa basata sull’IVA, della quale ogni Stato versa una quota dell’incasso all’Unione. Il rimanente 1% proviene invece dalle imposte pagate dai funzionari delle istituzioni dell’UE e da altre fonti varie, quali le ammende alle imprese che violano la normativa sulla concorrenza o altre normative e infine dagli importi non spesi e riportati dagli esercizi precedenti.

Insomma, l’attuale sistema presenta numerosi inconvenienti, è opaco e complicato. Inoltre, quasi tutti gli Stati membri non lo ritengono equo, soprattutto per quanto riguarda le correzioni, di cui quella a favore del Regno Unito è la più conosciuta. Meno noto è il fatto che Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia beneficiano di una deroga dal finanziamento per la correzione del Regno Unito, una sorta di correzione sulla correzione. Questi paesi beneficiano poi di tassi minori di contributo basato sull’IVA e i Paesi Bassi e la Svezia beneficiano anche di una riduzione del contributo nazionale basato sul reddito nazionale lordo. Inoltre, l’attuale sistema di finanziamento si basa eccessivamente sui contributi nazionali. Molti ritengono che tali contributi corrispondano a spese che dovrebbero essere ridotte al minimo e che dovrebbero essere controbilanciate da vantaggi a livello nazionale. Infine, fatta eccezione per i dazi doganali generati nel contesto dell’unione doganale, le risorse attuali non presentano collegamenti chiari con le strategie dell’UE.

Il difficile compromesso da raggiungere riguarda quindi l’obiettivo di ridurre i contributi nazionali e quindi sostenere gli sforzi di risanamento delle finanze pubbliche degli Stati membri creando un collegamento tra gli obiettivi strategici dell’UE e il finanziamento dell’UE, rendendo il sistema più trasparente ed equo. Dal 1970 ad oggi sono state adottate sei decisioni in materia di risorse proprie. In effetti, la struttura del finanziamento si è evoluta considerevolmente nel corso degli anni. In genere, le riforme della spesa si sono accompagnate a riforme del finanziamento dell’Unione. Il contributo basato sul reddito nazionale lordo (RNL), che è proporzionale alla ricchezza del paese, è venuto ad assumere un’importanza sempre maggiore e rappresenta oggi i tre quarti del bilancio. Nel corso degli anni, poi, è stato introdotto un numero elevato di correzioni complesse e di accordi speciali, sia per quanto riguarda le entrate che le spese di bilancio.

Per effetto di tali modifiche, di recente i negoziati sul bilancio sono stati fortemente influenzati dall’attenzione degli Stati membri al concetto di posizioni nette, il cosiddetto dibattito sul “giusto ritorno”, e di conseguenza sono stati favoriti gli strumenti provvisti di dotazioni finanziarie preassegnate su base geografica, rispetto agli strumenti caratterizzati da un maggiore valore aggiunto per l’Unione europea. A complicare la questione il fatto che il Consiglio dovrà adotta una decisione all’unanimità, previa consultazione del Parlamento europeo. Il tutto infatti alla fine entra in vigore soltanto dopo la definitiva approvazione degli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali.

Ma sul tavolo ci sono altre importantissime modifiche proposte dalla Commissione, quelle che hanno maggiormente attirato l’attenzione riguardano la tassazione del settore finanziario e la modernizzazione dell’IVA comunitaria. La tassazione UE del settore finanziario permetterebbe di dare un ulteriore spazio di manovra ai governi nazionali e contribuirebbe in generale ai loro sforzi di risanamento delle finanze pubbliche. In alcuni Stati membri, tale tipo di tassazione esiste a livello nazionale, ma un’azione a livello UE potrebbe rivelarsi più efficace ed efficiente e potrebbe contribuire a ridurre l’attuale frammentazione del mercato interno. La modernizzazione dell’IVA invece, stabilirebbe un collegamento diretto e autentico tra l’IVA nazionale e l’IVA UE e favorirebbe l’ulteriore armonizzazione dei sistemi sull’Imposta del Valore Aggiunto nazionali. Potrebbe garantire entrate significative e costanti per il bilancio dell’Unione, a fronte di costi amministrativi e di adeguamento limitati a carico delle amministrazioni e delle imprese nazionali. Tale proposta rientra in una recente, e più ampia, iniziativa che la Commissione ha avviato nel dicembre 2010, pubblicando il “Libro verde sul futuro dell’IVA”, il cui obiettivo è la riduzione delle distorsioni di origine fiscale del mercato interno. L’ampliamento della base imponibile, la riduzione delle possibilità di frode, il miglioramento dell’amministrazione fiscale, la diminuzione dei costi di adeguamento nonché la cooperazione tra amministrazioni nel contesto di un’ampia riforma dell’IVA potrebbero contribuire a dare risultati importanti e generare nuove fonti di reddito per gli Stati membri e l’UE.

L’altro aspetto che è emerso con chiarezza è una sorta di disputa tra Nord e Sud d’Europa. Una questione che potrebbe facilmente ingannare l’opinione pubblica, lasciando immaginare un Nord più ricco contrario ai favori riconosciuti ad un Sud più povero. Ebbene, la situazione è diversa e nella realtà sono proprio i paesi del Nord ad essere avvantaggiati dalle correzioni. Infatti, tra i complessi meccanismi di correzione quello più noto riguarda la correzione a favore del Regno Unito, ma al suo interno è stata introdotta una “correzione sulla correzione” di cui beneficiano Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia. Un’altra correzione riguarda la riduzione temporanea dei contributi basati sull’IVA, di cui beneficiano Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia mentre l’ultima correzione riguarda la riduzione temporanea dei contributi basati sul RNL, le quote nazionali versate da ogni Stato, di cui beneficiano Paesi Bassi e Svezia.

Soprattutto per questi motivi la Commissione propone un sistema basato su somme forfettarie, che risulterebbe decisamente più semplice e trasparente, facilmente comprensibile e più accessibile al controllo pubblico e parlamentare. Sarebbe inoltre più equo, trattando i maggiori contribuenti del bilancio UE in funzione della loro prosperità economica e garantendo quindi un finanziamento equilibrato delle correzioni. Il fatto di essere applicato a priori, poi, eviterebbe tutti gli effetti incentivanti perversi. L’argomentazione principale a favore di questa proposta è che all’epoca della sua introduzione, nel 1984, la correzione del Regno Unito rappresentava una soluzione ad una situazione chiaramente iniqua. Il Regno Unito infatti si trovava ad affrontare un onere finanziario eccessivo rispetto alla sua prosperità relativa. Tale situazione si è però evoluta e oggi il Regno Unito è uno degli Stati membri più prosperi, in grado di contribuire a pieno titolo agli sforzi di solidarietà verso gli Stati membri più poveri dell’Unione. L’onere finanziario del Regno Unito è oggi più paragonabile a quello di altri contribuenti netti, grazie alla progressiva riduzione della quota del bilancio totale UE destinata alla PAC, quota che dovrebbe inoltre continuare a diminuire in base al prossimo quadro finanziario, e grazie alla quota dell’attuale risorsa propria basata sull’IVA, che la Commissione propone di eliminare integralmente a partire dal 2013. Inoltre, con l’eliminazione dell’attuale risorsa propria basata sull’IVA, non saranno più disponibili alcune informazioni necessarie per calcolare la correzione del Regno Unito. Ma Londra, almeno per il momento, non vuole nemmeno sentirne parlare.

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