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Pakistan: accusato di blasfemia bruciato vivo in strada dalla folla

Rimsha-Masih

Un uomo accusato di aver bruciato il Corano è stato barbaramente giustiziato da circa 200 persone che lo hanno prelevato a forza dalla stazione di polizia

Accusato di aver dissacrato il Corano un uomo è stato arso vivo in strada da una folla nel villaggio di Seeta, nella provincia di Sindh, nel sud del Pakistan. L’uomo, di cui non sono ancora rese note le generalità, era un viaggiatore in transito che aveva passato la notte tra giovedì e venerdì in una moschea di Seeta, dove l’imam aveva trovato il giorno dopo i resti carbonizzati del “Corano” il libro sacro dei musulmani. «Era solo nella moschea di notte, non c’era nessun altro che avrebbe potuto fare questa cosa terribile» ha dichiarato l’imam.

Gli abitanti del villaggio avevano quindi malmenato l’uomo prima di consegnarlo in custodia della polizia. Ma solo poche ore dopo: «Una folla stimata in circa 200 persone ha preso d’assalto la stazione di polizia, il viandante è stato trascinato fuori e bruciato vivo» ha dichiarato il commissario distrettuale Usman Ghani, che ha aggiunto che sono stati effettuati trenta arresti mentre sette poliziotti sono stati rinchiusi ed accusati di negligenza.

Un episodio davvero vergognoso, non solo perché resta assurdo morire nel terzo millennio per blasfemia, ma perché è davvero allucinante che questo possa avvenire per mano della folla, in mancanza di alcuna prova e senza alcun processo.

Questa rabbia, potrebbe essere la conseguenza del fatto che il Pakistan negli ultimi tempi, sotto le pressioni internazionali, si è dimostrato piuttosto tollerante. Trascurato dai media del nostro Paese, un caso iniziato la scorsa estate ha sollevato l’attenzione dell’opinione pubblica pakistana e occidentale.

UN caso che ha riguardato la 14enne Rimsha Masih, una piccola cristiana con problemi psicologici era stata arrestata accusata di blasfemia per aver bruciato delle pagine del Corano. Primo ed unico caso nella storia del Pakistan in cui un accusato di blasfemia invece di subire un rapido processo e finire giustiziato, Rimsha è stata prima rilasciata su cauzione, ha goduto di protezione ed è stata ricoverata in un luogo segreto, prima non solo di essere assolta, ma di vedere messo sotto accuso l’artefice della sua persecuzione, anche questa volta un iman.

Secondo il Centro Studi e Ricerca per la Sicurezza del Pakistan, dal 1989 quando è stata introdotta nell’ordinamento, sono 53 le persone accusate di blasfemia che sono state uccise in Pakistan, dove persino la bestemmia è punibile con la pena di morte.
Spesso i leader religiosi usano proprio questa legge, inventando di sana pianta dei casi, come quello che ha portato alla tragedia di ieri, proprio per fomentare la folla e colpire spesso proprio la comunità cristiana del Pakistan, e più in generale chiunque non sia chiaramente e palesemente supino ed omologato al pensiero unico islamico.

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