Pages Navigation Menu

Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

Oriente in fermento

Il presidente cinese Xi-Jinping

Mentre Kerry è in visita a Pechino Aung San Suu Kyi sbarca a Tokyo: le sfide economiche e il rischio di un conflitto termonucleare al centro dei colloqui

Mentre la leader dell’opposizione birmana, Aung San Suu Kyi, è arrivata in Giappone il segretario di Stato americano è in visita a Pechino. Il leader della Lega nazionale per la democrazia birmana è stato invitato dal ministero degli Affari Esteri giapponese, Fumio Kishida, nella speranza di rafforzare i legami con il premio Nobel per la pace influente non solo in Birmania, ma anche a livello mondiale. Dall’inizio della transizione verso la democrazia in Birmania iniziata nel marzo 2011, Tokyo ha intensificato i suoi sforzi per aiutare il paese a realizzare riforme importanti e spingere lo sviluppo economico. Proprio le aziende giapponesi sono tra le prime in lizza per stabilirsi in Birmania, dove esiste abbondante manodopera a basso costo.

Quello della collaborazione economica è anche un chiaro obiettivo di Aung San Suu Kyi che inviterà il Giappone ad investire nel suo paese, in particolare durante gli incontri programmati con il primo ministro Shinzo Abe. Il leader conservatore ha subito mantenuto le promesse elettorali e per rilanciare l’economia e uscire dalla deflazione ha varato una serie di misure senza precedenti. La Bank of Japan non solo ha dato grande liquidità al sistema stampando una massa monetaria spaventosa ma si è impegnata ad investire l’equivalente di 50miliardi di euro l’anno fino a quando sarà necessario.

La Borsa di Tokyo ha ripreso a volare ed appare molto probabile che questa enorme liquidità non abbia solo influenzato positivamente ma sia la vera causa del buon andamento degli interessi dei debiti sovrani dell’Eurozona, che infatti hanno toccato i minimi storici. Insomma, appare evidente che una parte degli yen stampati dalla Banca Centrale giapponese siano stati investiti nei titoli europei, l’ennesima dimostrazione che la perdita della sovranità monetaria e la politica germanocentrica di Bruxelles siano le uniche cause del declino economico e sociale dei paesi dell’Europa mediterranea.

Ma torniamo ai fermenti orientali. Anche a Pechino si è parlato di economia ma il problema più attuale è quello coreano: «Il momento è estremamente critico, la situazione di alta tensione nella penisola coreana è un grave problema» ha dichiarato il segretario di Stato americano John Kerry, ricevuto oggi dal presidente Xi Jinping.

«Signor presidente, viviamo un tempo certamente critico che ci propone sfide molto difficili da superare, dai problemi della penisola coreana alla sfida posta dall’Iran e le sue armi nucleari, la Siria e il Medio Oriente, così come la necessità di risanare le economie in tutto il mondo» ha detto Kerry al presidente cinese che dopo aver ospitato il segretario di Stato americano nel Palazzo del Popolo di Pechino, non ha però menzionato la Corea del Nord nel suo discorso, insistendo invece sul carattere strategico delle relazioni tra Cina e Stati Uniti.

Secondo molti analisti la visita di Kerry aveva come principale obiettivo proprio quello di convincere le autorità cinesi ad aumentare il tono e le pressioni sulla Corea del Nord, spingendo Pechino a lavorare sodo per scongelare i rapporti tra Seoul e Pyongyang. La Cina e l’Iran sono infatti gli unici alleati della Corea del Nord ma senza dubbio è Pechino ad essere considerato l’unico in grado di influenzare l’imprevedibile regime di Pyongyang.

Il segretario di Stato americano è arrivato a Pechino dopo la tappa a Seoul, dove ha ribadito il pieno sostegno di Washington al suo alleato. Gli Stati Uniti e la Corea del Sud, ma anche il Giappone sono stati minacciati di un attacco nucleare direttamente da Pyongyang e stanno cercano di dissuadere la Corea del Nord ad effettuare l’annunciato lancio di prova di uno o più missili di breve e medio raggio.

Negli ultimi dodici mesi, Pyongyang ha lanciato due missili sperimentali considerati dagli occidentali come dei test balistici nucleari, una azione che alla Corea del Nors è valsa una nuova serie di sanzioni delle Nazioni Unite. Ma invece di dissuadere le sanzioni hanno avuto l’effetto contrario ed hanno spinto il regime nordcoreano ad una escalation che nulla finora ha potuto frenare. Il giovane leader nordcoreano Kim Jong-il ha ignorato anche gli avvertimenti del suo vicino cinese, ha invitato le ambasciate straniere a chiudere, ha sollecitato i cittadini stranieri presenti in Corea del Sud ad abbandonare il paese per evitare di subire i danni di un attacco termonucleare, ha chiuso l’impianto industriale congiunto di Kaesong e soprattutto ha implementato dei missili su rampe mobili nelle coste orientali, in particolare due missili che hanno una gamma potenziale per colpire obiettivi a 4.000 chilometri, quindi in grado di raggiungere la Corea del Sud e il Giappone ma anche l’isola di Guam, territorio degli Stati Uniti.

Washington ha risposto con fermezza alle minacce belliche della dinastia che da tre generazioni è al potere a Pyongyang, ma parallelamente a cercato in ogni modo di far calare la tensione. Dandone la massima enfasi come segno di pacificazione, gli Stati Uniti avevano infatti annullato la scorsa settimana il previsto lancio dalla California di un test balistico intercontinentale, e con lo stesso spirito Kerry durante la sua visita in Corea del Sud aveva rinunciato a visitare il villaggio di confine di Panmunjom dove fu firmato l’armistizio alla fine della guerra di Corea del 1950-53.

Durante la sua visita a Seoul Kerry ha invece favorito in ogni modo la mano tesa verso Pyongyang. La presidente sudcoreana Park Guen Hye , esponente della destra conservatrice tradizionalmente ostile al regime comunista di Pyongyang ieri ha infatti dichiarato per la prima volta che: «la Corea del Sud è disposta ad ascoltare ciò che la Corea del Nord ha da dire».

E dopo la tappa a Pechino Kerry si recherà in Giappone, che appena ha installato le batterie antimissili a Tokyo è stato apertamente minacciato dal regime nordcoreano.

Anche le diplomazie europee si sono dichiarate preoccupate, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, che ha incontrato ieri i leader cinesi ha dichiarato di aver ricevuto: «ampie rassicurazioni sul fatto che sarà fatto il massimo sforzo in modo che la tensione si riduca» mentre il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa lanciata dalla Svizzera per ospitare colloqui a sei sulla Corea del Nord.

Rispondi