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ONU: la Palestina ce la fa

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva la risoluzione presentata da Abu Mazen con 138 voti a favore, 41 astenuti e 9 contrari, tra cui Israele e Stati Uniti

Il presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen, è riuscito a convincere l’Assemblea Generale delle Nazioni unite a concedere alla Palestina lo status di Paese membro, promettendo di rilanciare i negoziati con Israele per arrivare alla costituzione di due Stati. Lo storico esponente palestinese Hanan Ashrawi, aveva esortato gli Stati Uniti ad abbandonare la loro opposizione alla risoluzione, considerando questa posizione lesiva per gli interessi americani nella regione. Malgrado l’opposizione americane e israeliano lo storico “Sì” è arrivato. Ampiamente superata la necessaria maggioranza dei due terzi tra i 193 stati membri dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 138 voti favorevoli, 41 astenuti e solo 9 contrari, tra questi Israele e Stati Uniti. Tra gli aspetti più controversi quello di includere nella Palestina anche la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est, territori conquistati e occupati da Israele durante la guerra dei sei giorni nel 1967. Ma il voto in realtà è più che altro simbolico e non cambierà, almeno per il momento, la situazione sul terreno.

Abu Mazen ha dichiarato che il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite della Palestina non è destinato a sostituire i negoziati con Israele, ma può dare certamente più peso ai palestinesi ed assicurare che i confini precedenti al 1967 siano alla base del futuro Stato sovrano palestinese, un’idea più volte respinta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Ma il voto non si tradurrà facilmente in una rapida ripresa dei negoziati di pace, in stallo ormai da quattro anni.
Il presidente dell’Autorità palestinese, accusa Israele di rifiutarsi di discutere la costruzione di insediamenti che continuano nei Territori Occupati. Mezzo milione di israeliani infatti vivono oggi in Cisgiordania e Gerusalemme Est, estendendo di fatto i confini del 1967. Ma dopo aver osservato nel 2009 che un congelamento parziale degli insediamenti, non si è tradotto in un successo nel rilancio dei negoziati, Netanyahu si è rifiutato di adottare nuove moratorie.

Palestinesi avevano lanciato una sorta di appello, il voto rappresenta “un ultimo disperato sforzo, perché crediamo che la soluzione dei due Stati, Israele e Palestina che vivano affianco in sicurezza, sia messa a rischio dalla colonizzazione, esortando gli Stati Uniti, che se “non possono votare ‘sì’, per lo meno non votino ‘no”.

Il portavoce del governo israeliano, Mark Regev, aveva risposto dichiarando che solo i negoziati con Israele potrebbe portare alla creazione di uno Stato palestinese. “Stanno boicottando Israele. Si rifiutano di parlare con noi. Con chi vogliono la pace?”


Secondo alcuni sondaggi, dopo 20 anni di trattative senza risultato e di perdurante uso della forza, la maggior parte dei palestinesi oggi non crede più nella possibile creazione di uno Stato indipendente attraverso negoziati. Il voto delle Nazioni Unite giunge quindi in un momento importante e delicato per Abu Mazen, esponente di Fatah, che ha visto l’aumento della popolarità del suo rivale Hamas, al potere a Gaza, dove gli islamisti sono usciti politicamente rafforzati sia all’interno e soprattutto all’estero, dalla settimana di offensiva “Pilastro di Difesa” lanciata da Israele per fermare il lancio di razzi.
Hamas, che con la forza ha sottratto proprio a Fatah il controllo sul piccolo territorio della Striscia di Gaza nel 2007, ha sempre sostenuto che i negoziati di pace con Israele erano una perdita di tempo, ma i suoi dirigenti, da pochi giorni, hanno radicalmente cambiato strategia e oggi sostengono apertamente l’iniziativa di Abu MAzen alle Nazioni Unite.

Importante anche il sostegno all’iniziativa palestinese di molti Paesi europei. Francia, Spagna, Norvegia, Danimarca e Svizzera e alla fine anche il nostro Paese, hanno infatti dato il loro sostegno alla risoluzione.

Una delle maggiori preoccupazioni, espressa anche da Germania e Regno Unito, è quella che una volta riconosciuto il loro nuovo status, i palestinesi potendo avere accesso ad una serie di agenzie delle Nazioni Unite, possano chiedere alla Corte penale internazionale di istituire processi per crimini di guerra, costringendo Israele o suoi leader a comparire davanti ai giudici.

Prima del voto Israele, ufficialmente ha smentito di voler annullare gli accordi ed ha confermato che a prescindere dal voto intende rispettare il frutto dei negoziati. “Non abbiamo alcuna intenzione di cancellare nessun accordo, tantomeno quelli in campo economico. Tutto quello che faremo dopo il voto sarà di applicare tali accordi alla lettera” ha dichiarato Yigal Palmor, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri israeliano, che ha però ribadito che con questa richiesta presentata all´Onu i palestinesi stanno realizzando una flagrante violazione degli impegni che hanno sottoscritto per risolvere il conflitto con Israele, accordi frutto di negoziati e non di misure unilaterali. E proprio il fatto di voler applicare gli accordi alla lettera in realtà cela delle non proprio velate minacce. Un alto funzionario del governo israeliano, che ha voluto mantenere l´anonimato, ha rivelato infatti che Israele potrebbe congelare il trasferimento dei fondi relativi ai dazi doganali dell´Autorità palestinese e dell´IVA riscossa per conto dei palestinesi sui prodotti che attraversano i porti e gli aeroporti israeliani.
Questo tipo di ritorsione è già stata utilizzata, e più volte, dai leader israeliani in rappresaglia ad azioni palestinesi che Israele non approvava. “Potremmo trattenere una parte di questi fondi per pagare i debiti accumulati dall´Autorità palestinese” ha proseguito la fonte anonima. “Gli arretrati dovuti alla Società Elettrica ammontano ad oltre 700 milioni di shekel (circa 140 milioni di euro) ed Israele potrebbe anche ridurre la fornitura dell´acqua, che oggi è di gran lunga superiore a quella prevista nel contratto”. Tra le altre misure di ritorsione, una possibile riduzione del numero di permessi di lavoro per i palestinesi impiegati in Israele o negli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Tuttavia, sembrano scongiurate l´annessione di blocchi di insediamenti in Cisgiordania, come invece sostengono i parlamentari israeliani di estrema destra.

Ma Abu Mazen ha rilanciato, e poco prima del voto ha dichiarato che l’Assemblea con questo voto avrebbe firmato l’atto di nascita dello Stato della Palestina. Hillary Clinton, subito dopo il voto ha dichiarato che considera l´operazione contro-producente, la risoluzione secondo il Segretario di Stato americano pone maggiori ostacoli sulla via della pace. Per il premier israeliano, la decisione delle Nazioni Unite non cambierà nulla sul terreno: “Non ci sarà uno Stato palestinese senza misure atte a garantire la sicurezza dei cittadini di Israele” ha dichiarato Netanyahu.

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