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Grecia: nuove misure strangolano la classe media

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Il Paese si appresta a votare una nuova manovra che stringerà, ancor di più, la morsa fiscale sul popolo greco, con una imposta che graverà su lavoratori e liberi professionisti

«Dobbiamo essere pronti ed approvare la legge sulla tassazione, una questione molto importante» ha dichiarato il ministro delle Finanze Yannis Stournaras, all’uscita del suo incontro con il primo ministro Antonis Samaras.

Questa legge, conseguenza diretta della riforma fiscale adottata dal Governo di Atene lo scorso anno, malgrado gli scioperi e le proteste di piazza, si propone di rimpinguare le casse dello Stato per raccogliere 2,5 miliardi di euro necessari per far fronte all’impegno della Grecia di rispettare le scadenze concordate con i suoi creditori dell’Unione europea e del Fondo Monetario Internazionale.

Il Governo greco presenta all’opinione pubblica questa operazione come una misura atta a contrastare l’evasione fiscale diffusa nel Paese, attraverso l’aumento dell’imposizione fiscale ai professionisti, dipinti come campioni di evasione fiscale. Ma allo stesso tempo la manovra fiscale colpisce anche tutti i dipendenti che hanno un reddito annuo di 21.000 euro.

La stampa greca, che ha pubblicato stralci del disegno di legge, ritiene che la nuova imposta avrà il solo effetto di “strangolare la classe media”, già duramente colpita dal rigore imposto da tre anni di austerità, che hanno portato ad una significativa riduzione dei salari e delle pensioni ed alla crescita della disoccupazione.

Il ministro delle finanze Stournaras, del tutto sordo a questi problemi, ha invece osservato e ribadito che questo passaggio è un requisito indispensabile per onorare il pagamento delle rate future dei prestiti alla Grecia da parte dei suoi creditori europei.

«Il pagamento della tranche successiva sarà deciso nella prossima riunione dell’Eurogruppo» ha dichiarato il ministro. L’Eurozona ha infatti ripreso le erogazioni alla Grecia in dicembre, solo in seguito all’adozione del Parlamento e del Governo di Atene di un nuovo e ancora più stringente bilancio di rigore per il 2013.

Tutto questo avviene e testimonia nei fatti, la deriva burocratica che l’Europa ha imboccato con l’arrivo della crisi. Una crisi che sotto la forte egemonia tedesca ha portato la politica a mettersi al servizio delle oligarchie finanziarie. Lontana dall’Europa dei popoli, interferisce nelle democrazie degli Stati membri, per allontanare il premier Papandreu che voleva indire un referendum, sostituendolo con un governo che molti hanno definito “fantoccio”, che in nome dell’Europa getta nella povertà e umilia la dignità umana di un intero popolo.

La Grecia, sottoposta ad un vero e proprio ricatto, si è piegata ai dettami dei suoi creditori a scapito del suo stesso popolo, al fine di sbloccare la prima tranche di 34 miliardi di euro, dei 49 già stanziati.

Ci permettiamo di dipingere la questione in questi termini perché la stessa Europa che ha imposto enormi sacrifici, lacrime e sangue, al popolo greco, è la stessa Europa che in soli 3 anni, da quando è iniziata la crisi nel 2008 e fino al 2011, ha versato non 49 ma ben 1600 miliardi di euro al sistema bancario, e questo senza chiedere nulla in cambio.

Ora il calendario prevede, e la Grecia si aspetta,9,2 miliardi a gennaio e due tranche, ciascuna 2,8 miliardi, in febbraio e marzo. Intanto, mentre in Germania la disoccupazione diminuisce, il 50% dei giovani greci è senza lavoro. Anche se gli stipendi degli statali sono stati ridotti del 30%, malgrado tagli alle pensioni e alla spesa pubblica e all’aumento generalizzato delle tasse, il Paese continua a vedere per il sesto anno consecutivo ridotto il suo Pil.

La Grecia sta passando dalla recessione alla depressione. La politica imposta alla Grecia è senza ombra di dubbio un fallimento. Nessun Paese sovrano e democratico riuscirebbe ad imporla così a lungo al suo popolo. Ma questo avviene ed è reso possibile a causa di una insolita anomalia che si è venuta a creare in questa Europa costruita solo a metà.

Parlando dell’Italia, Monti ha usato il termine «colonizzazione», altri in Europa per la situazione in Grecia hanno ritenuto appropriato usare il termine «protettorato».

Nello scorso ottobre il ministro del Tesoro degli Stati Uniti ha dichiarato: «Gli Stati sviluppati dovrebbero pensare alla crescita e all’occupazione piuttosto che pensare a risanare i loro bilanci pubblici».

La scorsa settimana il presidente Obama ha dichiarato: «Se non si alza il tetto del debito pubblico sarà una catastrofe per l’economia mondiale».

Ora, se a prevalere in Europa saranno ancora politiche opposte a quelle americane, arriveremo ad un punto di non ritorno. E proprio la Grecia, considerato l’anello debole dell’Eurozona, potrebbe diventare il terreno battaglia di uno scontro sociale che potrebbe scatenare non la fine dell’Euro, ma la morte dell’Europa.

L’Europa dei burocrati si è infatti preoccupata solo del contagio finanziario, ma ha del tutto trascurato e continua colpevolmente a disinteressarsi di quanto sia ancora più pericoloso per il futuro dell’Unione il “combustibile” che alimenta nazionalismo e xenofobia.

Occuparsi solo di spegnere l’incendio del debito pubblico, senza assicurarsi di togliere dalla scena le ceneri del malcontento sociale, potrebbe rivelarsi presto come il più grave e irreparabile errore commesso dall’Unione.

Il Governo greco in realtà è stato imposto dall’Europa. Basta ricordare le dichiarazioni del portavoce di Angela Merkel che appena usciti i primi exit poll ha subito parlato di «una buona notizia. Adesso si faccia al più presto il Governo», mentre il ministro degli Esteri tedesco, Westerwelle, dichiarava che la sostanza del programma di riforme della Grecia «non è negoziabile. Qualsiasi Governo si formerà dovrà rimanere fedele a quanto concordato con l’Europa». Alla faccia della sovranità popolare, della non interferenza e soprattutto del concetto di sussidiarietà.

Ma intanto proprio questa maggioranza parlamentare che sostiene il Governo greco si è ridotta. Da oggi conta infatti solo su 164 dei 300 seggi in Parlamento, dopo la espulsione dal loro gruppo di due membri della Dimar, il partito della sinistra moderata che sostiene la “anomala” coalizione che sostiene il Governo di Antonis Samaras, leader di Nuova Democrazia, la destra conservatrice, affiancata da altri due “soci”, i socialisti del Pasok di Evangelos Venizelos e appunto il Dimar, guidato da Kouvelis Fotis.

I due deputati sono stati espulsi dal loro gruppo non solo perché da mesi criticano fortemente la politica di austerità del Governo, ma soprattutto perché alimentano la rabbia dell’opinione pubblica sullo scandalo della cosiddetta “lista Lagarde”. Un elenco di presunti evasori fiscali che hanno portato i loro soldi in Svizzera, un caso che prende nome da una lista che pare sia stata consegnata alle autorità della Repubblica Ellenica dall’allora ministro francese, Christine Lagarde, oggi alla guida del Fondo Monetario Internazionale.

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