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Netanyahu scongela gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania

Non può che apparire come una rappresaglia al voto dell’Onu la scelta di Netanyahu di dare il via libera alla costruzione di oltre 3mila case negli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, operazione che aveva congelato durante gli ultimi negoziati

Israele ha rilanciato il piano per la costruzione di 3.000 unità abitative negli insediamenti dei coloni, una azione che non può che essere considerata una rappresaglia al voto che ha cambiato lo status della Palestina presso le Nazioni Unite. Dopo poche ore, il Segretario di Stato Hillary Clinton ha condannato il piano israeliano che considera “un passo indietro per la causa della pace”.
Sempre da New York, il presidente palestinese Abu Mazen ha chiesto la ripresa dei negoziati diretti con Israele, lanciando un´appello allo stop agli insediamenti: «Ci sono non meno di 15 risoluzioni delle Nazioni Unite che considerano gli insediamenti illegali, un ostacolo alla pace che deve essere eliminato».
«Nonostante gli impegni presi con il presidente Obama, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato l´ordine di riprendere le costruzioni nella zona E1 tra Ma´aleh Adumim e Gerusalemme» ha confermato la notizia con un twitt il giornalista BarakRavid. Congelato per anni sotto la pressione degli Stati Uniti, il controverso progetto mira a collegare l´insediamento di Ma´ale Adumim con i quartieri occidentali di Gerusalemme est. Un insediamento fortemente contestato dai palestinesi perché taglierebbe praticamente a metà il territorio della Cisgiordania, compromettendo la viabilità di un futuro stato palestinese.

La rappresaglia israeliana è stata quindi ancora più forte e diretta di quanto le fonti diplomatiche lasciavano presagire alla vigilia del voto. Israele, infatti, aveva ufficialmente smentito di voler annullare gli accordi confermando che, a prescindere dal voto, intendeva rispettare il frutto dei negoziati: «Non abbiamo alcuna intenzione di cancellare nessun accordo, tanto meno quelli in campo economico. Tutto quello che faremo dopo il voto sarà di applicare tali accordi alla lettera» aveva dichiarato Yigal Palmor, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri israeliano, che ha però ribadito che con questa richiesta presentata all´Onu i palestinesi stavano realizzando «una flagrante violazione degli impegni che avevano sottoscritto per risolvere il conflitto con Israele, accordi frutto di negoziati e non di misure unilaterali». Ma proprio il fatto di voler applicare gli accordi alla lettera in realtà celava velate minacce e chiari avvertimenti ai palestinesi. Infatti, un alto funzionario del governo israeliano, che ha voluto mantenere l´anonimato, ha parlato del possibile congelamento del trasferimento dei fondi relativi ai dazi doganali dell´Autorità palestinese così come dell´IVA riscossa per conto dei palestinesi da Israele sui prodotti che attraversano i porti e gli aeroporti israeliani.
«Potremmo trattenere una parte di questi fondi per pagare i debiti accumulati dall´Autorità palestinese – ha proseguito la fonte anonima – Gli arretrati dovuti alla Società Elettrica ammontano ad oltre 700 milioni di shekel (circa 140 milioni di euro) ed Israele potrebbe anche ridurre la fornitura dell´acqua, che oggi è di gran lunga superiore a quella prevista nel contratto».

Tra le altre misure di ritorsione, una possibile riduzione del numero di permessi di lavoro per i palestinesi impiegati in Israele o negli insediamenti ebraici in Cisgiordania ma tutto lasciava pensare come scongiurate altre misure come l´annessione di blocchi di insediamenti in Cisgiordania, come invece richiedevano i parlamentari israeliani di estrema destra. E invece Netanyahu, decisamente in crisi nei confronti della pubblica opinione israeliana che lo rimprovera di non aver “ultimato il lavoro” a Gaza cedendo alle pressioni internazionali, ha risposto subito allo smacco subito all’Onu con quello che rappresenta uno schiaffo all’autorità palestinese, dando l’immediato via libera alla ripresa dei lavori di uno degli insediamenti più controversi e contestati dai palestinesi.

Una scelta che però è stata subito contestata anche dai migliori alleati di Israele. La Casa Bianca infatti ha parlato di “azioni controproducenti” che “rendono più difficile riprendere i negoziati diretti e allontanano la possibilità di raggiungere una soluzione che preveda due Stati” ha dichiarato il portavoce del National Security Council, Tommy Vietor mentre un membro del Comitato Esecutivo dell´Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Hanan Ashrawi, denunciato l´operazione ha detto che ora “Il mondo deve assumersi le sue responsabilità”.

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