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Nazioni Unite: allarme CO2

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I ricercatori: stiamo creando una atmosfera preistorica simile a quella che esisteva tre milioni di anni fa

«Il mondo è di nuovo entrato in una zona di alto pericolo con una concentrazione nell’atmosfera di CO2 misurata in oltre 400 parti per milione (ppm), un livello senza pari da milioni di anni» con queste parole Christiana Figueres responsabile delle Nazioni Unite per il clima, ha messo in guardia sul rischio che stiamo correndo: «il mondo deve svegliarsi e prendere atto del rischio che rappresenta per la sicurezza umana, il benessere e lo sviluppo economico».

L’allarme era stato lanciato la scorsa settimana dall’US National Oceanic and Atmospheric Agency che aveva annunciato che l’osservatorio di riferimento installato sul vulcano Mauna Loa, nelle Hawaii, aveva registrato una concentrazione di CO2 di 400,03 ppm, (NOAA). Si tratta di una misura specifica e non di una media, ma è stata superata una soglia simbolica che segna come il mondo si è gettato in un percorso di cambiamento inquietante.

L’obiettivo fissato dalla comunità internazionale nel 2009 era quello di contenere il riscaldamento globale entro 2 ° centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, la soglia oltre la quale gli scienziati prevedono un irreparabile cambiamento del sistema climatico che causerebbe eventi catastrofici estremi.

Ma secondo l’ultimo rapporto di esperti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC), con una media di 400 ppm di CO2, il riscaldamento sarebbe di almeno 2,4 ° C. Le prospettive quindi sono tutto fuorché rosee: le emissioni di CO2 nell’atmosfera stanno aumentando e se la tendenza continua, la salita del termometro dovrebbe essere addirittura dai 3 ai 5 ° C.

Probabilmente esiste ancora la possibilità di sfuggire gli effetti peggiori del cambiamento climatico, ma la sfida è sempre più ardua, e malgrado gli appelli la comunità internazionale tarda a fornire una risposta politica concreta e utile per combattere questa fondamentale battaglia.

Il prossimo importante appuntamento è quello della conferenza ONU sul clima che si terrà in Francia nel 2015, anche se già oggi sono più di 190 i paesi coinvolti nei negoziati per cercare di far avanzare la lotta contro il riscaldamento globale, in vista di un accordo globale e ambizioso per limitare le emissioni di gas a effetto serra.

Questi negoziati risultano difficili, soprattutto perché a nulla servirebbero senza il coinvolgimento diretto dei principali responsabili delle emissioni come la Cina e gli Stati Uniti, che infatti hanno fatto fallire l’ultimo tentativo a Copenaghen nel 2009.

Secondo i ricercatori l’ultima volta che il nostro pianeta ha avuto una concentrazione di oltre 400 ppm di CO2, è stato tra i 3 e i 5 milioni di anni fa, quando la durante era tra i 3-4 gradi superiore a quella attuale.

«Stiamo creando un ambiente dalle caratteristiche preistoriche, in cui la nostra società dovrà fare i conti con i rischi enormi e potenzialmente catastrofici» ha confermato Bob Ward, il direttore della comunicazione dell’Istituto di Ricerca Grantham sui cambiamenti climatici e l’ambiente presso la London School of Economics and Political Science.

Anche uno studio pubblicato domenica scorsa lancia l’allarme sugli effetti del riscaldamento globale sulla biodiversità: oltre la metà delle specie vegetali e un terzo delle specie più comuni entreranno presto in estrema crisi, entro il 2080 lo spazio favorevole alla loro esistenza si ridurrà della metà se continuerà la tendenza attuale.

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