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MPS e il pubblico interesse

saccomanni

Dall’inizio della crisi il credito erogato dalle banche alle imprese italiane si è dimezzato, nello scorso anno è diminuito di un altro 5% ma mentre Germania e Francia hanno la loro banca pubblica averne una simile anche in Italia a Saccomanni non interessa

Ogni volta che si discute sull’operato del governo si rischia di essere tacciati come i soliti “sfascisti“. Una occasione per non essere classificati tra i tanti che semplicemente criticano e lamentano, ma non indicano soluzioni concrete e praticabili, ci viene però offerta dall’intervento del governo su una questione di non secondaria importanza.

«Non siamo interessati a nazionalizzare MPS» ha dichiarato il ministro dell’Economia del governo Letta.
Torna quindi di assoluta attualità l’oggetto di una nostra pubblicazione dello scorso marzo intitolata “MPS: facciamoci una banca“.

In posizione esattamente opposta a quella ora manifestata da Fabrizio Saccomanni la tesi sostenuta nel pamphlet considera invece nell’interesse pubblico la nazionalizzazione della storica banca toscana ed invita a cogliere l’occasione offerta dai Monti-Bond per recuperare terreno su Germania e Francia.

Nell’opinione pubblica viene poco evidenziato il fatto che l’economia tedesca sia enormemente avvantaggiata dall’esistenza di una gigantesca banca pubblica, la Kfw, la quale si aggiunge alla capillare rete finanziaria rappresentata dalle Landerbank, le banche pubbliche delle regioni tedesche. Proprio quelle che Berlino, battendosi a muso duro, è riuscito alla fine a tenere fuori dagli accordi sull’unione bancaria europea.

Solo nel gennaio dello scorso e proprio sull’esempio della Kfw tedesca la Francia ha creato una nuova banca pubblica, la BPI, Banque Pubblique d’Investissement, realizzando cosi in pochi mesi una tra le principali promesse lanciate da Francois Hollande nella campagna elettorale che lo ha portato all’Eliseo.

Per quale motivo invece in Italia non siamo interessati ad avere una banca pubblica? Un vero mistero, anche perché l’operazione non necessità di alcun intervento da parte di palazzo Chigi, non serve emanare speciali decreti e nemmeno approvare in Parlamento nuove iniziative legislative.

Gli stessi Monti-Bond prevedono infatti la facoltà del Tesoro di diventare il maggiore azionista del Monte dei Paschi. «É prevista la possibilità di convertire i nuovi strumenti finanziari in azioni. Il tasso di conversione – dichiarava l’allora ministro Vittorio Grilliè basato su uno sconto del 30%. In considerazione delle proporzioni dell’intervento finanziario e in proporzione alla capitalizzazione di borsa del Monte dei Paschi di Siena una eventuale conversione comporta effetti diluitivi estremamente rilevanti per quanto riguarda gli azionisti correnti e vantaggiosi per lo Stato».

In quel momento il ministro stimava che l’esito di una eventuale conversione dei Monti-Bond avrebbe portato nelle mani del Tesoro una quota pari all’82% del capitale di MPS: «Con questi dati ipotetici ma realistici, la quota di partecipazione del ministero dell’Economia e della Finanza salirebbe a circa l’82% del capitale diluendo almeno del 20% gli attuali azionisti». Ora poco importa se questa quota nel mentre è aumentata o diminuita, di sicuro il Tesoro potrebbe diventare immediatamente il maggior azionista.

Un ministro del Tesoro che agisse nel pubblico interesse non perderebbe nemmeno un minuto per diventare immediatamente il maggiore azionista di quella banca. Il Tesoro potrebbe a quel punto impiegare tutto il suo peso sul primo Consiglio di Amministrazione per far approvare un semplice regolamento interno che stabilisca che la banca non effettuerà più alcuna operazione speculativa, cessi di operare in conto proprio nel trading di titoli, azioni, hedge fund e derivati per dedicarsi esclusivamente alla raccolta del risparmio e alla erogazione del credito alle famiglie e alle piccole e medie imprese.

Nulla di difficile o di strano, visto che anche la politica britannica e americana è intervenuta in questo senso. L’Italia potrebbe quindi disporre di una banca pubblica, uno strumento concreto ed efficace anche per contrastare il cosiddetto “credit crunch“. Dall’inizio della crisi il credito erogato alle imprese italiane dalle banche si è più che dimezzato, e gli ultimi dati parlano di una ulteriore diminuzione del 5% nell’ultimo anno.

Ovviamente rimando alla lettura del libro chiunque volesse approfondire la questione e verificare la reale fattibilità dell’operazione che non presenta davvero nessuna controindicazione ma rappresenta piuttosto una grande opportunità ricca di vantaggi per il pubblico interesse.

Già, è proprio questo il punto. Quali interessi difende oggi il ministro del Tesoro della Repubblica italiana?

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