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Morsi, faraone d’egitto


 

Dopo aver incassato il successo della sua mediazione con Israele e Hamas e i 4,8 miliardi di dollari del Fondo Monetario Internazionale, un prestito che considera compatibile con l’islam, il presidente egiziano Mohamed Morsi ha scatenato forti polemiche con un decreto che rafforza le sue prerogative, portando l’opposizione ad accusarlo di voler instaurare una dittatura, additandolo come “nuovo faraone d’Egitto”

 
Morsi ha reagito con determinazione riunendo vicino al palazzo presidenziale migliaia di suoi sostenitori: “La stabilità politica, la stabilità sociale e la stabilità economica sono le uniche cose che voglio, perché io lavoro – ha declamato il presidente Morsi arringando la folla – Nessuno può fermare la nostra marcia in avanti. (…) Ho ampliato le mie funzioni al servizio di Dio e della nazione, e prenderò decisioni dopo aver consultato tutti”.

Non solo all’opposizione ma anche all’estero, la mossa di Morsi non è piaciuta. Washington ha osservato che “una delle aspirazioni della Rivoluzione del 2011 è stata quella di garantire che il potere non sarebbe più stato concentrato troppo nelle mani di una sola persona o istituzione” mentre l’Unione europea ha invitato Morsi a “rispettare il processo democratico”.

A centinaia erano scesi in piazza nella capitale già nel corso della serata di venerdì scorso, a migliaia invece il sabato quando non sono mancati incidenti tra le opposte fazioni. Il tutto è scoppiato come reazione alla lettura dei decreti emessi dal presidente Mohamed Morsi: messo da parte il Procuratore Generale, il presidente ha accentrato, di fatto, anche il potere giudiziario nelle sue mani. Nessuna Corte, potrà ora revocare né contrastare le sue decisioni. La Shura e l´Assemblea Costituente non potranno essere sciolte. La Constitutional Declaration resterà in vigore fino all´entrata in vigore della nuova Costituzione.

Il provvedimento, imposto come “necessario per proteggere la rivoluzione che ha rovesciato Hosni Mubarak e per unire la nazione nella transizione verso un sistema democratico”, arriva a un mese dal tentativo di Morsi di sostituire il Procuratore Abdel-Meguid Mahmoud: secondo la vecchia legge, si tratta di una carica a vita; un accordo siglato tra i due, invece, prevedeva il ritiro di Mahmoud nell’età della pensione. Il decreto emanato ieri, che introduce il limite di quattro anni per il mandato, fa saltare di fatto l’accordo, essendo Mahmoud in carica da sei anni.

In molti, non solo in Egitto, ritengono Mahmoud responsabile del fallimento dei processi istituiti per giudicare quanti sono stati accusati di omicidio, tentato omicidio per aver torturato o ferito i manifestanti durante i giorni della rivoluzione. Il portavoce di Morsi ha annunciato che tali processi saranno ripetuti poiché le accuse si basavano su prove non esenti da vizi. La notizia è stata accolta positivamente da quanti andavano da tempo affermando che il lavoro del Procuratore aveva finito per proteggere i vecchi rappresentanti del regime di Mubarak. Il nuovo Procuratore nominato da Morsi, Talaat Ibrahim, ha accettato formalmente l’incarico e, in un breve comunicato, ha detto che lavorerà “giorno e notte per realizzare gli obiettivi della rivoluzione”. Preoccupazione è stata invece espressa da più parti per l’improvvisa concentrazione – in assenza di un parlamento che legiferi – di tutti i poteri nelle mani del presidente: tali misure gli conferiscono di fatto – dopo quello esecutivo e quello legislativo – anche il potere giudiziario.


Gli oppositori, soprattutto i laici, denunciano non tanto le misure in sé, che azzerano comunque l’indipendenza della magistratura, ma il modo in cui esse sono state imposte: “si è trattato di decisioni assolutamente unilaterali – incalza Mohamed El Baradei, che ha definito Morsi “il nuovo faraone” – prese senza consultare nessuno. Il provvedimento è diventato legge, senza alcun dibattito”. Questo decreto, che consente al presidente di adottare, in nome della rivoluzione e per garantire la sicurezza della nazione, qualsiasi misura, sta già sollevando dubbi di legittimità e “mostra poco riguardo nei confronti del potere giudiziario, dal momento che non chiarisce se siamo in presenza di una dichiarazione costituzionale, di una legge o di un provvedimento amministrativo”.

Morsi, per evitare l’accusa di rimuovere Mahmoud retroattivamente, gli ha proposto di diventare ambasciatore presso il Vaticano, offerta che l’ex-Procuratore ha rifiutato. Samir Morcos, consigliere presidenziale cristiano copto, si è dimesso in segno di protesta nei confronti della Dichiarazione Costituzionale emessa da Mohamed Morsi, che ha definito “antidemocratica, un vero passo indietro”.

Ho deciso di lasciare l’incarico perché non sono stato consultato nella decisione finale» ha spiegato il consigliere per la transizione democratica e la modernizzazione dello Stato. I sette articoli della Dichiarazione hanno creato un clima di ostilità nei confronti del presidente egiziano e sono stati davvero in molti a protestare contro l’eccessiva concentrazione dei poteri nelle sue mani. l nuovo faraone d’Egitto, come lo ha definito da El Baradei, avrebbe carta bianca sulle questioni legislative, giudiziarie, costituzionali e sull’esecutivo.

Gli scontri dalle istituzioni sono arrivate in piazza, ben trenta gruppi politici chiedono le dimissioni del governo Morsi, la riapertura dei processi contro i funzionari di polizia responsabili della morte e del ferimento dei manifestanti lo scorso anno e la ristrutturazione delle forze nazionali di polizia. Dopo le preoccupazioni americane e dell’UE, i media di tutto il mondo iniziano a riportare anche quelle espresse dalle Nazioni Unite. Anche il Commissario per i Diritti Umani dell’ONU Navi Pillay, attraverso il suo portavoce Rupert Colville da Ginevra ha espresso preoccupazione “per l’impatto che il decreto avrà sui diritti umani e sul ruolo della legge in Egitto”, nonché sulla stabilità del Paese.

Diventano sempre più violenti gli scontri tra sostenitori e oppositori del presidente Mohamed Morsi, durante i quali sono rimaste uccise almeno sette persone intorno al palazzo presidenziale del Cairo. Secondo un rapporto del Dipartimento della Salute citato dalla televisione di stato egiziana i manifestanti si affrontano con pietre, bombe molotov, bastoni ed hanno causato quasi cinquecento feriti. Ma per gli uccisi fonti non confermate parlano di colpi di arma da fuoco. La violenza continua la sua escalation ​​dopo le proteste di massa contro una costituzione controversa, dettata da valori islamici che Morsi vuole approvare con un referendum il 15 dicembre. Ormai non sono più manifestazioni, ma sono i primi accenni di guerra civile.
Non sono più scontri tra manifestanti e polizia, ma siamo di fronte a scontri tra due opposte visioni sul futuro dell’Egitto, non combattute nella mediazione delle sedi democratiche, ma per strada, con la violenza.

Migliaia di sostenitori di Mohamed Morsi attaccano con la forza gli avversari del Capo dello Stato, che erano in sit-in nei pressi del palazzo presidenziale. Centinaia di assalitori hanno iniziato a lanciare bottiglie molotov contro i militanti anti-Morsi, hanno divelto le lore tende, ma hanno trovato una strenua difesa che ha risposto con il lancio di pietre.
Il dispiegamento di diverse centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa non ha messo fine alla violenza, che è continuata per tutta la notte, estendendosi alle vie adiacenti. La calma è tornata solo all´alba di ieri, quando sono arrivati i carri armati dell´esercito che ora sono dispiegati a difesa intorno al palazzo presidenziale.

Obama ha chiamato Morsi al quale ha manifestato le sue preoccupazioni, L’opposizione ha preparato nuove proteste per chiedere al presidente Morsi di ritirare il decreto che gli concede poteri speciali. Ma Morsi non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. Ieri sera, in un discorso televisivo si è rivolto alla nazione rifiutando di fare marcia indietro.
Il Fronte di Salvezza Nazionale (NSF), la coalizione di opposizione guidata da l’ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) Mohamed ElBaradei ha protestato energicamente per questo rifiuto che «continua a ignorare le richieste e le proteste della gente e sbatte la porta in faccia ad ogni tentativo di dialogo».
Il Fronte oggi ha rinnovato l’appello agli egiziani per raccogliersi in varie città del paese, per dimostrare contro questa deriva autoritaria.

Anche il movimento Gioventù-6 aprile, che ha contribuito lo scorso anno a lanciare la rivolta contro Mubarak ha fatto appello alla mobilitazione, invitando i fedeli delle moschee del Cairo e di Giza e di tutte le moschee d’Egitto a marciare fino in piazza per difendere la rivoluzione. Non sono quindi solo i laici a protestare in Egitto ma anche i movimenti islamici distinti dai Fratelli Mussulmani oggi lanciano nei loro comunicati slogan contro il potere di Morsi

La deriva autoritaria non sembra davvero essere stata una buona mossa per il presidente Morsi, che non solo ha sperperato in un attimo la sua credibilità internazionale, conquistata grazie al successo della mediazione nel conflitto sulla Striscia di Gaza, ma ha dimostrato la sua assoluta incapacità nel gestire un processo democratico, portando il suo paese sull’orlo di una guerra civile. Una situazione che l’Egitto non aveva davvero mai vissuto.

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