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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

Monti dei Paschi allegoria del malgoverno

Mentre Francia e Germania attraverso banche pubbliche sostengono le loro piccole e medie imprese, noi destiniamo una montagna di soldi pubblici alle banche private che non solo li bruciano, ma li usano scommettendo contro il Paese. E nelle liste di Monti tra i capaci che dovrebbero cambiare il paese spunta un membro del CDA di Mussari

Nel nostro piccolo ne abbiamo parlato in un articolo prima ancora che in Italia lo scandalo esplodesse. Questo non grazie a chissà quale fonte riservata, ma perché non dovendo rispondere a nessuno, visto che la notizia che arrivava da Bloomberg ci era subito apparsa come una bomba, gli abbiamo dedicato la massima attenzione.

Ben prima che esplodesse il caso MPS, abbiamo considerato “scandaloso” che proprio negli stessi giorni in cui gli italiani facevano la fila in banca, per dare il loro contributo di sacrificio, pagando l’IMU sulla prima casa, stimato in circa 3,8 miliardi di euro, il Governo tecnico otteneva il permesso dall’Europa di fornire a questo istituto privato aiuti di Stato per 3,9 miliardi di euro. Quell’articolo fu occasione per riflettere, più in generale, sugli intrecci malsani tra politica-banche-industria, sulla mancanza di controllo e di norme antitrust, fattori che, di fatto, hanno devastato imprenditoria e industria nel nostro Paese.

Questo, a nostro avviso, è potuto avvenire anche e soprattutto per la mancanza di una stampa libera e indipendente e, guarda caso, proprio in uno dei primi editoriali citavamo come esempio il licenziamento del direttore di un quotidiano causato dall’intervento sull’editore di un esponente della lobby politico-bancaria senese.

Ma veniamo al presente. Tutti oggi puntano i riflettori sulle dimissioni di Mussari dalla presidenza dell’ABI e sul crollo delle azioni del Monte dei Paschi di Siena. Tutti parlano dei derivati della banca giapponese Nomura, dell’operazione Alexandria, come se fosse una novità, quando in realtà l’ombra sulle operazioni della storica banca toscana erano state pubblicamente sollevate già lo scorso maggio dalla trasmissione Report della Gabanelli dal titolo inequivocabile “Il Monte dei Fiaschi”.

Lorenzetti_ambrogio

«Nella sala dei nove del palazzo pubblico di Siena Ambrogio Lorenzetti, nel 1339, dipinse le allegorie del buono e del cattivo governo. La sapienza divina tiene la bilancia della giustizia da cui parte una corda che finisce alla concordia che ha in grembo una pialla, simbolo di uguaglianza e livellatrice dei contrasti. La corda passa per ventiquattro cittadini e finisce nella mano destra del comune, rappresentato da un monarca. Ai suoi lati siedono la giustizia con la spada, la corona e il capo mozzo; la temperanza con la clessidra segno di saggio impiego del tempo, la prudenza con uno specchio per interpretare il passato e prevedere il futuro; la fortezza con la mazza e lo scudo; la pace, sdraiata su un cumulo di armi, e la magnanimità, dispensatrice di corone e denari». Con queste parole Paolo Mondani descrive nella trasmissione della RAI l’allegoria del buongoverno, prima di proseguire con l’allegoria che meglio descrive la situazione opposta, che appare attualissima: «All’allegoria del buon governo si contrappone quella del cattivo governo. Al centro siede in trono il tiranno, un mostro strabico con le zanne e le corna. Non ha alcuna corda che lo vincola al popolo e sopra di lui volano tre vizi: l’avarizia, la superbia, la vanagloria – – Gli siedono accanto la crudeltà, la frode, il furore, con la testa di cinghiale; la divisione, antitesi della pialla livellatrice dei contrasti, e la guerra. Sotto il tiranno, la giustizia con le mani legate e i cittadini vittime del malgoverno».

Come altro definire, se non come “malgoverno”, la scelta di togliere 4 denari ai cittadini e contemporaneamente dare 4 denari a una banca che scommette contro il bene pubblico? e come rivela il sito Dagospia: «Spulciando le liste di “Scelta civica” salta fuori un’altra sorpresa. In Toscana, al numero 3 della lista, compare Alfredo Monaci, che nel curriculum vanta la poltrona di consigliere di amministrazione della Banca Monte dei Paschi di Siena da aprile 2009 ad aprile 2012, non riconfermato con l’arrivo di Alessandro Profumo. Incredibile, ma vero: Monti mette in lista un amministratore della Banca che il suo governo è stato costretto a salvare a suon di miliardi dei contribuenti per la mala gestione degli anni passati, quando nel cda presieduto da Mussari sedeva anche lo stesso Monaci».

Un’altra cosa importante da chiarire è che almeno sui Monti-Bond non può essere scaricata la responsabilità sul Parlamento, che anzi diede una battuta d’arresto con l’annullamento del provvedimento in commissione Bilancio del Senato. Il regolamento dei Monti Bond fu infatti inserito in un decreto legge chiamato “salva-infrazioni” che è stato approvato dal Consiglio dei Ministri del Governo tecnico e appena dopo la firma del presidente Napolitano, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e poi trasformato in legge grazie ad un emendamento inserito nel decreto di Stabilità. Su questo atto quindi la responsabilità è tutta e indiscutibilmente a carico del Governo del professore.

Ma c’è un’altra cosa che risulta strana e solleva non poche perplessità. Non sembra infatti una coincidenza, il fatto che proprio il giorno dopo l’emergere di un caso invece del tutto sconosciuto, come quello chiamato “Santorini”, come la famosa isola greca, relativo alle operazioni tra Deutsche Bank e Monte Paschi, che non solo è di importo decisamente maggiore, visto che si parla di un prestito di ben 1,5 miliardi di euro, ma dal quale risulterebbe che la banca toscana abbia dovuto scommettere contro i nostri BTP, venga sparata una luce più potente sull’operazione “Alexandria” legata ai derivati giapponesi. Insomma Alexandria e dimissioni sembrano sparati di proposito per mettere in secondo piano questa più grave e significativa operazione manovrata dalla banca tedesca contro il nostro Paese.

In pochi hanno infatti stanno rilanciando e approfondendo quanto affermato da TeleBorsa: «Deutsche Bank prestò a MPS 1,5 miliardi di euro, utilizzati per chiudere il precedente contratto derivato con accollo della perdita da 367 milioni. Il “Progetto” contemplava inoltre che Monte dei Paschi facesse una scommessa perdente sul valore dei titoli di Stato Italiani».

Monti non deve spiegare perché abbia concesso questo aiuto, ma piuttosto deve chiarire perché non vuole seguire il suggerimento dell’Unione Europea, che ritiene come soluzione migliore, utile anche per il futuro della stessa banca, quella di utilizzare i 3,9 miliardi di Monti-Bond non come prestito, ma come acquisto di azioni. Insomma, perché non si vuole cogliere questa occasione per permettere allo Stato di prendere il controllo o comunque per influenzare le scelte di questa banca in favore dell’economia reale?

Questa questione è di rilevanza assoluta. Non occorre riflettere solo sul mancato controllo di Banca d’Italia, non basta analizzare sui perché sia stato possibile che alla testa dell’ABI sia stato nominato proprio Mussari, ma occorre intervenire con grande determinazione in modo che nella campagna elettorale si smetta di parlare solo di tasse e si apra un serio dibattito sulla opportunità di una riforma del sistema bancario e sulla necessità di perseguire una diversa politica economica, opposta e inversa a quella fin qui praticata.

Le dichiarazioni odierne di David Cameron sull’Europa sono davvero dirompenti. La Merkel si è subito piegata, come una canna di bambù al vento, altro che ferro e acciaio. La politica del rigore e dell’austerità praticata dall’asse Roma-Berlino è finita, e purtroppo è finita male.

L’Europa non potrà che invertire la rotta per evitare il suo fallimento. Non ci possiamo permettere molto altro tempo. Diamo un’occhiata ai fatti, serenamente e razionalmente, guardiamo a quello che avviene in Francia e in Germania. Mentre in questi paesi banche pubbliche con capitali statali sostengono la piccola e media impresa, nel Belpaese una montagna di soldi pubblici vengono invece destinati alle banche private. Che non solo li bruciano ma addirittura li usano per scommettere contro il nostro Paese. Su questo Monti dovrebbe intervenire. Gli ormai famosi “Ma stiamo scherzando?”, gli austeri e seriosi “Ma ci rendiamo conto?” li potrebbe usare felicemente e con maggior successo su questi temi, e non solo per attaccare i suoi concorrenti.
Probabilmente su questo sarebbe d’accordo anche il nuovo superconsulente americano, o no?

Commissariare e sottoporre a controllo pubblico il Monte Paschi potrebbe essere una occasione per recuperare il terreno. Perché non possiamo anche noi avere una banca pubblica?

In Francia, infatti, la nuova banca delle comunità locali sta ormai prendendo forma. Oggi è stata istituita formalmente la struttura che verrà utilizzata per rifinanziare i prestiti alle realtà locali attraverso l’emissione di nuovi titoli.

Il nuovo istituto si chiama Sfil, Société de financement local e vede come soci fondatori il ministero dell’Economia, la Banque Postale, la Dexia e la Caisse des Dépôts. Il 75% della proprietà è quindi direttamente nelle mani dello Stato, mentre il 20% è della Cassa Depositi e il 5% della banca postale francese.

L’istituto sarà operativo dal prossimo 1 ° febbraio è sara guidato dall’attuale capo dell’Agence France Trésor, Philippe Mills. Il nuovo istituto darà lavoro a 400 persone e soprattutto distribuirà prestiti direttamente alle comunità locali, con crediti per cassa e finanziamenti a medio e lungo termine, con l’obiettivo di erogare ben 5 miliardi di euro di finanziamenti ai ai governi locali e agli ospedali. Ma l’ammontare complessivo dei finanziamenti a lungo termine nel periodo 2013-2017 ammonta a ben 20 miliardi di euro.

Ma attenzione, non confondiamo questo nuovo istituto con la nuova banca pubblica. Sfil non ha infatti nulla a che fare con la nuova e gigantesca BPI, la nuova banca statale per gli investimenti pubblici, promessa dall’allora candidato Hollande durante le ultime elezioni presidenziali: «Creerò la banca pubblica di investimento. Attraverso i suoi fondi regionali, la nuova banca favorirà lo sviluppo delle piccole e medie imprese e permetterà alle regioni, di esercitare la loro fondamentale leadership economica, permettendo loro di acquisire partecipazioni in società strategiche per lo sviluppo locale e la competitività della Francia nel mondo. Parte del finanziamento sarà diretto verso l’economia reale, verso le esigenze sociali e ai fine della solidarietà».

La promessa sarà mantenuta, oggi, si proprio oggi, mentre al mattino è stato dato il via alla Sfil, nel tardo pomeriggio è arrivato il semaforo verde parlamentare alla nomina di Nicolas Dufourcq quale direttore generale della BPI e quindi la nuova Banca statale sarà a breve costituita. Con uno sforzo finanziario senza precedenti nella storia dello Stato francese.

Questa nuova banca pubblica avrà infatti a disposizione un bilancio, che da solo, rappresenta più di quanto viene destinato alla difesa. Una risposta forte, concreta, immediata ed efficace alla stretta del credito bancario. Infatti per statuto la banca avrà l’obiettivo di erogare finanziamenti dando priorità alle piccole e medie imprese, in particolare a quelle esportatrici e alle imprese innovative, proprio quelle che più hanno sofferto del “credit crunch” dal 2008 al 2011 che ha causato una diminuzione del 13% di questa tipologia di azienda.

La capacità di intervento della nuova banca pubblica francese sarà di ben 40 miliardi di euro. Finalizzata a favorire la competitività delle imprese in Francia e creare posti di lavoro, la sua struttura sarà costruita sul modello della tedesca KfW, con le regioni coinvolte nella gestione e nel suo funzionamento.

A questo punto merita qualche parola anche la KfW Bankengruppe, per comprendere meglio anche la situazione tedesca. Grazie alla KfW, il Governo tedesco infatti trasferisce tutta una serie di operazioni di sostegno finanziario, che altrimenti figurerebbero nei conti dello Stato, delle cifre enormi che diversamente farebbero schizzare in alto il debito tedesco.

Il patrimonio della KfW iniziò nel dopoguerra con la cifra di 1,4 miliardi di dollari arrivati grazie al piano Marshall, ed oggi ammonta a circa 500 miliardi di euro. Questa banca pubblica attualmente non solo detiene il 30% di Deutsche Post e il 17% di Deutsche Telekom, ma gode di un rating da una tripla A e quindi raccoglie prestiti con interessi bassissimi.

Questo è un grande vantaggio per la Germania. Per fare un semplice esempio, se al debito pubblico tedesco del 2011 sommiamo l’importo ufficiale dei prestiti fatti dalla KfW al settore pubblico tedesco la reale cifra del deficit tedesco arriva a 2.512 miliardi di euro, superiore del debito pubblico italiano.

Cosa aspettiamo per mettere sul tavolo progetti di iniziative simili?

Intanto è arrivato il comunicato ufficiale del MPS, che naturalmente non fa alcuna luce ma in sostanza conferma pienamente quanto accaduto: «Con riferimento ad ‘Alexandria’ e ‘Santorini’, operazioni per le quali appare presumibile un collegamento con perdite derivanti da investimenti pregressi, si precisa che le stesse rappresentano investimenti effettuati da parte della Banca in BTP a lunga durata, finanziati attraverso operazioni di pronti contro termine e le cui cedole sono state oggetto di asset swap al fine di gestire il rischio tasso assunto. L’analisi relativa a tali operazioni sono da ricondursi al costo della struttura dei finanziamenti dei BTP acquistati dalla Banca, che non costituiscono quindi strumenti derivati bensì operazioni di pronti contro termine su titoli di Stato italiani, e al loro potenziale pricing in collegamento con le perdite derivanti da investimenti pregressi. La Banca inoltre conferma che l‘investimento originariamente effettuato in ‘Santorini’ è stato liquidato nel 2009, mentre quello in ‘Alexandria’ è stato interamente rimborsato alla Banca durante il mese di dicembre 2012. L’unica operazione oggetto dell’analisi, che peraltro presenta caratteristiche diverse dalle prime due in quanto non collegata a sua volta con gli altri investimenti pregressi effettuati dalla Banca stessa, e che incorporava uno strumento derivato, avente come sottostante il rischio sovrano della Repubblica Italiana, è la c.d. ‘Nota Italia’. A differenza di ‘Alexandria’ e ‘Santorini’, ‘Nota Italia’ è un investimento effettuato dalla Banca nel 2006 in un prodotto di credito strutturato al quale era associata la vendita da parte della Banca di protezione sul rischio sovrano della Repubblica Italiana. Con riferimento a questa operazione la Banca comunica di aver recentemente ristrutturato tale investimento mediante l’eliminazione della sua componente derivativa legata al rischio sovrano Italia e che, a seguito della chiusura del derivato, la rimanente parte dell’investimento iniziale rimane correttamente classificata tra i Loans and Receivables. Si precisa, infine, che non risulta che alcuna delle operazioni in oggetto sia stata sottoposta all’approvazione del Consiglio di Amministrazione della Banca, in quanto ciascuna rientrava nei poteri delle strutture preposte alla gestione operativa».

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