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Mancini reagisce all’iniziativa indiana

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L’India ha preso una decisione clamorosa e inaudita: il nostro Ambasciatore non può lasciare il Paese senza autorizzazione della giustizia indiana. Una misura che non solo viola l’immunità diplomatica ma ferisce i diritti universali dell’uomo

Lo conosco di persona. E l’Ambasciatore Daniele Mancini è davvero una gran bella persona. Ho avuto il piacere di lavorarci, dal 1989 al 1993 quando io calcavo le anticamere, i saloni e i corridoi del Gabinetto del Ministro e lui era ancora un giovane Consigliere. Un periodo molto particolare, la caduta del muro di Berlino, la prima guerra del Golfo, anni in cui si succedettero i ministri Gianni De Michelis, Vincenzo Scotti ed Emilio Colombo.

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Probabilmente Mancini non lo ha mai saputo, ma alcuni miei colleghi gli avevano affibbiato un bel soprannome, lo chiamavamo Superman. Suggerito dalla sua mole e statura, (guardate la foto, è due spanne oltre i due bei marò), dal modo in cui con lunghi e sonori passi attraversava freneticamente i corridoi con il pensiero sempre e completamente assorto dalle questioni che stava trattando. Ovviamente non era l’uomo mascherato, ma era piuttosto Clark Kent. Proprio come Kent indossava gli occhiali, che dietro uno sguardo semplice, puro, quasi timido, lasciavano trasparire una viva intelligenza, una forza d’animo fuori dal comune. Insomma, la nostra era una trovata ironica, che però confermava l’immagine positiva che aveva saputo conquistarsi, grazie alla sua grande disponibilità e umanità che non gli impedivano di essere scrupoloso, esigente e super-efficiente.

Proprio con Mancini mi resi protagonista di un piccolo ma curioso episodio. Quando appresi che lo staff dell’Ambasciatore Bruno Bottai, allora Segretario Generale della Farnesina, aveva rinunciato all’ultimo momento ad accompagnare la missione del ministro Colombo in Russia, mi precipitai da lui per chiedergli se potevo usufruire del solo passaggio aereo, sfruttando l’occasione per andare a trovare un mio amico d’infanzia in servizio nell’ambasciata di Mosca. Ovviamente declamai: «Consigliere, senza diaria e rimborsi, mi prendo tre giorni di ferie». Lui rispose con la solita cortesia, ma mi disse che non era possibile accogliere la mia richiesta.

Ma sapendomi di fronte ad un eroe positivo, ebbi il coraggio e la sfrontatezza di insistere: «Consigliere, ma davvero è proprio impossibile? Non esiste alcun modo per farmi partire? Si vola con l’aereo presidenziale, dormo dal mio amico, non costerò nemmeno una lira all’erario, anzi potrei persino rendermi utile aiutando la scorta del ministro che non parla le lingue».

A quel punto Mancini sorrise, e dopo un attimo di riflessione mi lanciò una sorta di sfida: «Beh, in realtà Gazzè un modo ci sarebbe. Se lo chiede il ministro…». Ovviamente non persi l’occasione, scalciai il mio collega di turno e mi piantai nell’anticamera di Colombo, fino a quando ebbi la faccia tosta di affrontarlo. Emilio Colombo fu sorpreso della mia richiesta e mi disse candidamente: «Sono il Ministro degli Affari Esteri, ma di queste procedure non ne so nulla, ma perché ti rivolgi a me?». Gli spiegai la situazione, allora convocò la sua scorta, la quale si dimostrò entusiasta della mia proposta e quindi sentenziò: «va bene, allora tu domani vieni con noi e dai una mano a loro, ma io ora cosa debbo fare?». Nulla – gli dissi – immagino che la chiameranno per confermare il suo benestare.

Pieno di euforia andai di corsa da Mancini, slittando come un fanciullo sul bianco pavimento marmoreo della Farnesina. Questa volta ero stato io a sorprenderlo. E fu così che, dopo aver ricevuto diretta conferma dal Ministro, l’allora Consigliere Mancini inserì anche il mio nome nella lista della delegazione in partenza il giorno da Ciampino per Mosca.

Qualche anno dopo abbandonai quel “posto sicuro”, lasciandomi decadere dall’impiego statale per dedicarmi anima e corpo all’editoria elettronica, in particolare per seguire in prima persona l’ultimazione della prima edizione digitale dedicata a Salvador Dalì, quella che segnò il mio futuro professionale. Mancini ha continuato nella sua brillante carriera, primo Consigliere a Washington, poi Capo dell’Ufficio NATO, poi Consigliere Diplomatico della Presidenza della Repubblica, Vice Direttore dei Paesi dell’Europa, di nuovo Consigliere Diplomatico, ma questa volta anche responsabile delle relazioni internazionali del Ministro per lo Sviluppo Economico e del Commercio Internazionale e infine ambasciatore, prima in Romania e Moldova e poi in India.

Da allora sono passati venti anni e non ho più avuto modo di incrociarlo. Il suo nome era stato citato più volte proprio alla luce del caso di Massimiliano Latorre e Salvatore Girona, i due militari in servizio come responsabili della sicurezza di una nave italiana, che sono stati perseguiti per aver ucciso, il 15 febbraio dello scorso anno al largo della costa del Kerala, due pescatori indiani scambiati per pirati.

La vicenda la conosciamo tutti, il nocciolo della questione riguarda la giurisdizione, visto che il fatto è avvenuto in acque internazionali, i due sfortunati marò dovrebbero essere giudicati in Italia, ma l’India non vuole sentire ragioni. Ebbene rientrati dopo il primo permesso, ora il Governo italiano ha deciso di non rispedirli in India e questo ovviamente ha creato non un incidente, ma un conflitto diplomatico.

Ma quello che è appena successo va ben oltre i normali canoni dell’attività diplomatica, Mancini si trova in una situazione davvero insolita per un ambasciatore. Un caso che getterà alla ribalta la sua persona, protagonista involontario di un caso che, qualora gli indiani non facessero marcia indietro, inevitabilmente diventerà clamoroso e di livello planetario.

Salvi i marò, ma persa la faccia“, ieri avevo espresso le mie perplessità sulla scelta del ministro tecnico, una decisione che se da una parte salvava i nostri due fucilieri, dall’altra in qualche modo andava ad offuscare la nostra immagine internazionale.

Gli indiani erano stati duri e categorici, avevano subito minacciato ritorsioni. Ma tutto sembrava poter restare nell’ambito delle tradizionali azioni diplomatiche. Non era difficile immaginare l’espulsione del nostro ambasciatore, ma il Governo indiano, spinto dalla rabbia della sua opinione pubblica, è andato ben oltre.

Infatti ha notificato all’Ambasciatore Daniele Mancini il divieto di lasciare il Paese senza preventiva autorizzazione della autorità giudiziaria indiana.

Gli indiani hanno definito la decisione italiana di non far rientrare i due militari “inaccettabile“.
Non ho idea di come la pensino le nostre feluche, ma a mio avviso l’ultima misura indiana è del tutto “intollerabile“.

Che espellano non solo l’ambasciatore, ma tutto il personale, che procedano pure a sospendere le relazioni diplomatiche, che congelino tutti i contratti commerciali, che sospendano i visti, i voli e tutto quello che vogliono, ma ritirino immediatamente una misura che non riguarda solo l’immunità diplomatica, ma colpisce direttamente e profondamente ferisce i diritti fondamentali della persona. Infatti, la misura adottata dal Governo indiano è ovviamente presa per compiacere l’opinione pubblica, ma viola palesemente gli articoli 3, 8, 10 e soprattutto l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Non perda nemmeno un minuto il nostro Governo, non continui sulla strada della sobria cautela, che ha sin qui caratterizzato la nostra azione diplomatica. Un atteggiamento che ha finito per essere interpretato come “debolezza”. Questa non è una questione dove può prevalere solo la realpolitik, non sono importanti solo i risultati concreti, sono fondamentali anche i messaggi e il valore simbolico delle parole e delle azioni.

Non è più possibile lasciare l’iniziativa all’India, guidiamola noi questa escalation. Richiamiamo Mancini in Italia e vediamo se hanno il coraggio di impedirgli di rientrare nel suo Paese. Se malauguratamente così fosse, lanciamo noi un ultimatum, minacciando di ritirare tutto il personale, di chiudere ambasciate e consolati, di sospendere ogni relazione diplomatica. Questo solleciterebbe una maggiore attenzione internazionale sulla questione e favorirebbe una soluzione definitiva e condivisa.

Proprio alla luce del fatto che il Ministro Giulio Terzi di Sant’Agata è profondamente convinto della solidità giuridica su cui si sta muovendo l’Italia, dovrebbe agire con la massima determinazione e richiedere sulla questione l’intervento diretto delle Nazioni Unite, sospendendo le relazioni bilaterali.

Se il diritto internazionale stabilirà che i nostri due fucilieri dovranno essere giudicati dall’India, assicureremo il loro ritorno in quel Paese per un giusto processo e formuleremo le nostre solenni scuse a tutto il popolo indiano.

Se invece il diritto internazionale stabilirà che devono essere processati in Italia, sarà l’India che dovrà formalmente scusarsi con l’Italia e solo allora tutti i rapporti potranno essere ripristinati e tornare alla normalità.

Di sicuro è auspicabile ma non necessaria una azione condivisa a livello europeo. Proprio oggi, infatti, Parigi e Londra hanno annunciato che qualora l’Europa non raggiunga l’unanimità per togliere l’embargo, a rifornire di armi i ribelli siriani loro procederanno da soli. Dichiarazioni forti, decisamente espresse su questioni ben più gravi e rilevanti, nelle quali hanno entrambi ben sottolineato che questo avverrà perché Francia e Regno Unito sono due nazioni sovrane.

Ebbene, il ministro Terzi ha l’occasione per dimostrare che anche l’Italia è un Paese sovrano, faccia subito qualcosa di evidente, di importante, di adeguato alla situazione. Sollevi immediatamente in Europa e alle Nazioni Unite la questione della limitazione della libertà di un Ambasciatore della Repubblica Italiana all’estero, nel pieno e più evidente esercizio delle sue funzioni.

Intanto, mentre mi accingo a concludere questo articolo, le agenzie battono la notizia che l’Ambasciatore Daniele Mancini si è rifiutato di accettare il divieto di lasciare l’India. Sono passati venti anni, ma pare proprio che sia rimasto lo stesso: fatti valere Superman!

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