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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

L’industria che non c’è più


 

Leader fino agli anni Settanta, oggi siamo il fanalino di coda.
In Italia negli ultimi vent’anni abbiamo parlato di tutto fuorché di politica industriale.

 

di Francesco Trapanotto

 
Mezzo milione di posti di lavoro persi negli ultimi 5 anni. Tasse sulle imprese al 57%. Costo dell’energia alto più del triplo degli altri paesi europei. Come sta l’industria italiana? Fino agli anni settanta eravamo leader mondiali per produttività, ma oggi siamo il fanalino di coda fra i paesi più industrializzati. Negli ultimi decenni abbiamo letteralmente abbandonato settori in cui primeggiavamo, come l’informatica e l’elettronica di consumo. E siamo usciti anche dal salotto buono della chimica. L’Italia resta pur sempre la seconda manifattura d’Europa, ma oggi sconta la totale assenza di una politica industriale, con gravi costi economici e sociali. I Paesi che meglio hanno reagito alla crisi e quelli che meglio stanno agganciando il treno della ripresa sono quelli che in questi anni si sono dotati di una politica industriale, come la Germania e molti Paesi emergenti. In Italia, però, negli ultimi vent’anni abbiamo parlato di tutto fuorché di industria.
Eppure l’Italia ha conosciuto una grande stagione di politica industriale, che ha dato benefici anche al sud. Nel 1961 per volontà del fondatore dell’Eni Enrico Mattei, nacque in Basilicata il polo chimico della Val Basento. Un sito che arrivò ad occupare contemporaneamente più di 6mila lavoratori. Oggi se ne contano appena mille. Eppure si trattava di un insediamento industriale d’avanguardia, che per primo in Italia produsse le bottiglie Pet. Quello che successe alla chimica, accadde anche ad altri settori. L’informatica è l’esempio più lampante. La Apple con i suoi nuovi prodotti garantirà agli Stati Uniti mezzo punto di Pil.

Un tempo anche l’Italia aveva la sua Apple: era l’Olivetti. Leader non solo nella produzione di macchine da scrivere, ma anche nel nascente mondo dell’informatica. Quinta potenza manifatturiera al mondo fino al 2007, l’Italia è oggi ottava. E al tavolo del ministero dello sviluppo economico ci sono più di cento vertenze aperte. In parole povere, più di cento aziende medio grandi che rischiano di chiudere. Negli ultimi mesi sono esplose crisi come quella dell’Ilva e dell’Alcoa. E sono solo la punta di un iceberg che ha radici più profonde. L’Ilva occupa quasi 13 mila addetti, realizza il 75% del Pil di Taranto e il 20% dell’export della Puglia. Il fatto che si debba drammaticamente scegliere fra il diritto alla salute e quello al lavoro è sicuramente figlio della mancanza di una politica industriale. In Italia l’energia per le imprese costa il 35% in più della media Ue. Le nostre aziende pagano 10 miliardi di euro all’anno in più dei loro competitor europei. Ciò significa che un piccolo imprenditore italiano spende per la propria bolletta energetica 2mila e duecento euro più di un altro imprenditore del vecchio continente. L’ultimo piano energetico del nostro Paese risale al 1988. Anche se l’Italia è ai primi posti europei per gli investimenti sulle fonti rinnovabili come il solare, mentre per l’eolico siamo ancora indietro.

Poi ci sono le tasse, diventate una vera emergenza. Il carico fiscale sulle imprese ha raggiunto il 57%, venti punti in più della Germania. Sulle imprese gravano più tasse, ma i lavoratori italiani guadagnano la metà dei loro colleghi tedeschi. Se l’Italia vuole continuare a giocare la partita della competizione industriale e non rischiare che i gioielli di famiglia finiscano in mani straniere deve operare delle scelte. Ricerca, sviluppo,innovazione, infrastrutture, tasse su imprese e lavoratori sono nodi irrisolti non più rinviabili perché l’Italia continui ad essere una potenza industriale.

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Interventi di:
Gianfranco Polillo, sottosegretario ministero economia
Pier Luigi Celli, direttore generale Luiss
Giampaolo Galli, ex direttore generale Confindustria
Elena Lattuada, segretario confederale Cgil
Michele Governatori, economista e membro della direzione dei radicali italiani
Marco Valerio Lo Prete, giornalista del Foglio
Lino Capolupo, ex dirigente Eni
Angelo Mellone, giornalista e scrittore.

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