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Le bugie sul Papa

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Un bell’articolo della Maglie risponde alle accuse di collusione con la dittatura argentina mosse al giovane Bergoglio

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di Maria Giovanna Maglie

Per rispondere alle balle cosmiche comuniste e pacifiste, sostenute e diffuse soprattutto sul web, ma anche dall’immancabile Saviano, il prezzemolino ora avvocato dei desaparecidos, o dallo scettico New York Times che sogna un Papa abortista, favorevole al sacerdozio femminile, ai matrimoni omosessuali, insomma forse un Papa non cattolico, per la bisogna rivolgersi a don Gallo; per rispondere a Il Manifesto, le comunità di base, i cattolici adulti e masochisti, quel pallista di Michael Moore, e tutti coloro che si sono precipitati ad accusare di collusione con la dittatura argentina il neo Papa Francesco, che poi sono gli stessi che diedero del nazista a Ratzinger; per ridere un po’ degli inglesi che da BBC a Daily Mail si risentono perché dice che le Malvine sono argentine, ovvero perché fa l’argentino; per cercare di dire anche due parole su quel Paese che sarà alla fine del mondo ma che è al centro del mondo contemporaneo, solo noi vecchi decadenti europei non ne riconosciamo la cultura, intendo utilizzare la testimonianza dell’avvocato Alicia Oliveira, che conosce Jorge Bergoglio dal 1973, che è stata perseguitata durante quella dittatura.

In sostegno e difesa del papa dalle calunnie ci sono testimonianze inequivocabili come quella del Nobel per la Pace Perez de Esquivel, imprigionato e torturato dai militari, che ha raccontato ieri del ruolo importante e positivo che il giovane Bergoglio svolse in difesa di due gesuiti militanti comunisti, e non solo; c’è la truffa evidente di una foto famosa con il generale Videla che nel 1980 prende la comunione da un sacerdote ripreso di spalle, vistosamente più anziano dei 44 anni che allora avrebbe avuto Bergoglio, e che si chiama come in Argentina è noto, Octavio Derisi, anzi si chiamava, è morto nel 2002 a 95 anni. Non che ci sia niente di male a comunicare un grande peccatore che si sia confessato, ricordo a Santiago del Cile un Giovanni Paolo II, marzo 1987, che non solo diede l’ostia benedetta ad Augusto Pinochet, ma che si affacciò con lui dal Palazzo de La Moneda. Ci indignammo, lo feci anche io, giovane inviato intriso di ideologia, quel gesto segnò l’inizio della transizione alla robusta democrazia che è oggi il Cile. Quante sciocchezze abbiamo scritto e continuiamo a sentire sull’America Latina di quegli anni!

Non è questo il punto oggi che si tratta da difendere, anche da agnostico quale io sono, Papa Bergoglio da lapidazione preventiva e infame. Ho conosciuto nel 1984, credo, Alicia Oliveira, dittatura finita da meno di un anno, Raul Alfonsin presidente eletto, tentativo faticoso in atto di trovare una conciliazione nella giustizia possibile sulla tragedia dei desaparecidos. L’ho ritrovata ieri sulle pagine del Clarin, il principale quotidiano argentino. Racconta la verità.
Nel 1973 Alicia è nominata, prima volta per una donna, giudice del foro penale. Bergoglio l’aveva consultata come avvocato, diventano amici, lo sono ancora. Tre anni dopo i militari prendono il potere, la cacciano, cominciano a perseguitarla. Ricorda ancora il mazzolino di rose che l’amico prete le portò il giorno del licenziamento per consolarla. Da allora si incontrano due volte alla settimana, insieme visitano i parroci della periferia e lui diventa attivo organizzatore di esili che salvano vite. E ogni volta che uno deve fuggire perché il pericolo è imminente, lo salutano con una cena tutti insieme, e Bergoglio partecipa sempre. Il quartiere è San Ignacio, non è un posto qualunque, vicino com’è a Campo de Mayo. Alicia Oliveira conosce bene anche la storia del sequestro dei due gesuiti, Francisco Jalics e Orlando Yorio, cioè la storia che è usata in queste ore per accusare il Papa di una passata collaborazione con la dittatura. Vivevano nel quartiere Rivadavia, avevano un gruppo di militanti. «Gli disse di andarsene, li pregò, restare era troppo rischioso. Rifiutarono. Di tutto il loro gruppo sono gli unici sopravvissuti alla detenzione nella Escuela dell’Armada, e liberati dopo sei mesi». Non per caso, precisa la Oliveira. Bergoglio non contava niente, non era vescovo, non era cardinale, ma usò il ruolo di gesuita per andare a parlare con chiunque, riuscì a farsi ricevere anche dall’ammiraglio Massera e da Videla. Il Papa ne ha parlato ufficialmente solo una volta, nel libro “Il gesuita, conversazione con il cardinal Bregoglio”, ha detto «ho fatto quel che potevo, ero giovane e avevo poche relazioni importanti, ma feci tutto quel che potevo per aiutare le persone sequestrate».

La pensano così tutti i personaggi autorevoli e stimabili che hanno gestito la dolorosa transizione argentina alla fine nell’ignominia di quella dittatura. Non sono d’accordo le madri di Plaza de Mayo, ed è giustificabile. La loro battaglia, “vivi ce li hanno presi, vivi li vogliamo”, cominciò coraggiosamente tanti anni fa, continua contro ogni ragionevolezza oggi. A loro non si può dire quel che pure sanno, che la dittatura del 1976 fu resa possibile dalla connivenza e perfino dal sollievo di una parte preponderante della società argentina, che scelse i militari sul terrorismo; che la scomparsa di ventimila militanti fu consentita dal silenzio di quasi tutti gli altri, da quel “por algo serà”, qualcosa di male hanno fatto, che dominò quegli anni orrendi e che coinvolse anche le gerarchie ecclesiastiche. Accusare solo la Chiesa di complicità è come fingere che il problema della pedofilia riguardi solo la Chiesa. È stupido e infame.

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