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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

La tregua regge. Hamas inneggia alla vittoria

Mentre Gaza cura le sue ferite, prime polemiche contro Netanyahu accusato di non aver “finito il lavoro” cedendo alle pressioni internazionali. Ripercorriamo le tappe dell’operazione Pilastro di Difesa

Dopo l’entrata in vigore della tregua di mercoledì sono stati due gli episodi che hanno preoccupato sulla sua tenuta. La Russia ha posizionato alcune navi da guerra al largo di Gaza, pronte ad una eventuale evacuazione dei cittadini russi in caso di una nuova escalation del conflitto con Israele. Sei le navi della flotta del Mar nero presenti nella zona, tra le quali spicca l´incrociatore Moskva. Il Ministero della Difesa russo ha precisato che le navi erano in rotta per una missione contro la pirateria al largo della Somalia e che questa era solo una misura di sicurezza, ma la cosa ha comunque aperto degli interrogativi. Molto più concreto e preoccupante è stato il primo episodio di fuoco dalla tregua che ha causato 1 morto e 7 feriti. Si è trattato di un incidente, contadini che andavano a coltivare la terra scambiati per attivisti che tentavano di infiltrarsi in Israele, ma poteva sicuramente rompere la tregua, qualora la volontà di cessare il fuoco fosse stata davvero fragile. Invece, proprio il superamento di questa questione ha dimostrato il contrario. Le parti, al di là degli annunci di propaganda, non hanno intenzione di tornare a combattersi. Da questo punto di vista è decisamente significativa la scelta di Hamas di mandare la sua polizia disarmata al confine per evitare altri incidenti di questo tipo. La tregue regge, e per usare un linguaggio calcistico, possiamo dire che si tratta di un pareggio che soddisfa entrambi. Ora sarà la diplomazia a cercare di negoziare una pace duratura, ma prima di provare a fare un bilancio, andiamo a ripercorrere le tappe dell’operazione “Pilastro di Difesa” che per una intera settimana ha tenuto il mondo con il fiato sospeso.

A soli tre mesi dalle elezioni israeliane, fissate per il 22 gennaio prossimo, il governo di Tel Aviv decide di dare l´avvio ad un attacco durissimo contro la Striscia di Gaza, che ricorda l´operazione ‘Piombo fuso´ in cui persero la vita oltre 1400 palestinesi e 13 israeliani, tra il 2008 e il 2009. Insieme all´aviazione, schierate truppe di terra a sud e navi al largo della costa di Gaza.

Ehud Barak, ministro della Difesa israeliano, ha dichiarato il 16 novembre alla stampa che i raid aerei che si erano susseguiti nel giro di poche ore uccidendo almeno undici palestinesi, non erano che l’inizio di una vasta operazione militare nata in risposta ai lanci di numerosi missili nel sud di Israele, che avevano provocato la morte di tre persone.

In realtà l’azione, preparata da tempo, è stata a lungo rimandata proprio in vista delle imminenti elezioni legislative. Secondo l’intelligence israeliana, infatti, Hamas non avrebbe più il pieno controllo della Striscia di Gaza, dove movimenti ancora più estremisti – come la Jihad Islamica, il Comitato per la Resistenza del Popolo e altre organizzazioni salafite – stanno aumentando il proprio peso militare e punterebbero così a sostituirsi ad Hamas. La Jihad Islamica, in particolare, avrebbe già preso il posto di Hamas come propaggine iraniana a Gaza e armata di conseguenza: tra le sue dotazioni, anche i missili Fajr che, con una gettata di 75 chilometri, possono raggiungere Tel Aviv, perciò nessuno si limiterà più a colpire il solo sud del Paese come è avvenuto finora. Di fronte a questa prospettiva, Israele non ha potuto più aspettare. Così, oltre all’aviazione, impegna carri armati, velocemente ammassati a sud, e navi da guerra schierandole lungo la costa, pronte a colpire dal mare. Anche la volontà di non dare ai Fratelli Musulmani in Egitto una ragione per violare gli accordi del 1979 è stata determinante per l’attesa. Dal Cairo è giunta la notizia che il governo ha deciso la riapertura della frontiera di Rafah per consentire ai palestinesi in fuga di accedere alle cure mediche. Ciò avviene a poche ore dalle parole di condanna del presidente egiziano Mohammed Morsi per i raid aerei contro Gaza, dal ritiro dei propri delegati presenti a Tel Aviv e dal richiamo dell’ambasciatore israeliano al Cairo per consultazioni.

Ma non era solo la posizione egiziana a preoccupare Netanyahu: la richiesta dell’Autorità Palestinese alle Nazioni Unite di partecipare all’Assemblea in qualità di Stato non-membro e il numero sempre crescente di Paesi che già hanno riconosciuto lo Stato di Palestina portavano il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman a dichiarare che, per fermare tutto questo, “l’unica soluzione è rovesciare il governo di Abu Mazen”. Secondo Lieberman, il riconoscimento da parte dell’ONU sarebbe “il fallimento di tutti i leader di Israele”.

Su pressione delle autorità egiziane, che avevano presentato ufficiale richiesta sia al Segretario Generale Ban Ki-Moon che al presidente di turno indiano, il Consiglio di Sicurezza si era riunito nella notte del 15 novembre in seduta straordinaria per commentare “l’inquietante aumento delle violenze tra i due Paesi e la necessità di prevenire l’ulteriore deterioramento della situazione”, ma – di fatto – nessuna decisione veniva presa. Nel contempo, dal partito dei Fratelli Mussulmani al potere in Egitto veniva lanciato un meno moderato appello “a tutto il mondo arabo per una risposta rapida al massacro del popolo palestinese sotto assedio nella Striscia di Gaza”. Intanto, giungeva la notizia della visita a Gaza di una delegazione guidata dal primo ministro egiziano Hisham Kandil.

 

Ban Ki-Moon si era intrattenuto con il primo ministro Netanyahu al quale aveva confidato le proprie inquietudini in merito alla reazione palestinese a seguito dell’assassinio di Ahmed al Jabari, capo militare di Hamas. Da tempo nel mirino delle forze armate israeliane, il comandante della Brigata Ezzedin al Qassam era ritenuto il responsabile degli attacchi contro Israele e degli attentati degli ultimi dieci anni, oltreché del rapimento di Gilad Shalit, avvenuto nel 2006. Per il rilascio del soldato, lo stesso al Jabari aveva negoziato nel 2011 la liberazione di numerosi prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane.

Dal Qatar, il primo ministro Hamad Bin Jassem al Thani aveva detto che “l’aggressione abbietta di Israele non doveva restare impunita” ricordando anche che “il Consiglio di Sicurezza doveva assumersi le proprie responsabilità per preservare la pace e la sicurezza nel mondo”. Al Thani non ha mancato di sottolineare che eventi simili non fanno che “favorire gli estremismi”. Da parte sua, il Qatar prometteva di investire 400 milioni di dollari per la ricostruzione della Striscia di Gaza, già devastata dall’operazione ‘Piombo fuso’.

Obama, se da una parte riconosceva il diritto di Israele a proteggere il proprio popolo, dall’altra chiedeva a Netanyahu di evitare il coinvolgimento di civili. Alla Segretaria di Stato Hillary Clinton, chiamata dal ministro egiziano agli Affari Esteri Kamel Amr, veniva chiesto di mediare con il governo israeliano “la fine delle aggressioni” prima che la situazione diventasse “incontrollabile”.

E la situazione diventa davvero a rischio, la diplomazia non riesce a frenare l’escalation. I raid israeliani si intensificano mentre da Gaza vengono lanciati sempre più missili. In Israele non succedeva dal ’91, dai tempi cioè della Guerra del Golfo. Panico per le strade. I razzi Fajr 5, in dotazione alle forze armate iraniane, sono esplosi in mare senza fare vittime, al largo della costa di Jaffa, sobborgo a sud di Tel Aviv. L’attacco è stato immediatamente rivendicato dai militanti della Jihad islamica, formazione estremista armata dall’Iran, in crescita nella Striscia di Gaza. Vengono sparati 380 missili in sole 48 ore, almeno 25 vengono intercettati e distrutti dal sofisticato sistema di difesa israeliano, denominato Iran Dome. Il bilancio delle vittime sale: 19 i morti palestinesi – tra cui alcuni bambini – e tre gli israeliani. Attraverso il valico di Rafah, aperto dal governo egiziano, i feriti palestinesi possono accedere alle cure mediche. Lo stesso varco verrà utilizzato per il passaggio di aiuti umanitari. Ma Israele sospetta che arrivino anche aiuti militari e accusa l’Iran.

Israele lancia i suoi aerei in operazioni notturne su larga scala contro Gaza City, che resta immersa nel fumo nero, colpisce anche l´edificio del ministero dell´Interno, simbolo del potere di Hamas. Il premier israeliano concede una tregua di poche ore in occasione della visita nella Striscia di Gaza del premier egiziano, Hisham Qandil. Israele nel mentre ha richiamato 30mila riservisti ed ha accumulato al confine carri armati, truppe i blindati, lasciando presagire la possibilità di una invasione via terra. Come promesso, la tregua dura solo qualche ora, entrambe le parti si accusano di averla violata. A Tel Aviv torna l´angoscia del suono delle sirene. Un altro razzo si abbatte sulla città, l´esplosione si è sentita con forza ma il razzo si è abbattuto in mare, a solo 200 metri dalla terra ferma, molto vicino all´ambasciata degli Stati Uniti. Israele si prepara al peggio, molti comuni infatti hanno riaperto i rifugi sotterranei pubblici, già in campo oltre 16mila riservisti e si registrano movimenti di carri armati persino in città. Dall´altro lato Hamas incassa l´appoggio dell´Egitto. Il presidente Mursi si è espresso chiaramente: “Non lasceremo i palestinesi da soli” definendo i raid israeliani come una chiara aggressione contro l´umanità. Malgrado le pressioni internazionali l´escalation sembra inarrestabile. Sono scesi in campo praticamente tutti, il segretario generale dell´Onu ha parlato con i leader di Isreaele ed Egitto. Ma la situazione invece di migliorare precipita.

Non aveva osato tanto nemmeno Saddam Hussein durante la Guerra del Golfo del 1991. Per vedere sotto attacco la Città Santa delle tre religioni monoteiste, occorre risalire alla Guerra dei Sei giorni, nel giugno del 1967. Le sirene hanno invece allarmato cristiani, ebrei e mussulmani di Gerusalemme. Un solo razzo sparato da Hamas si abbatte sulla periferia della Città Santa, in una zona ancora in costruzione da parte dei coloni israeliani e quindi ancora disabitata, quella di Goush Etzione e fortunatamente non provoca vittime. Le brigade Ezzedine al-Qassam rivendicano il lancio del razzo avvenuto proprio nell´ora dell´inizio dello Shabbat, il riposo settimanale ebreo. Hanno anche affermato che si trattava di un razzo Quassam II, quindi fabricato direttamente a Gaza, ma a tutti appare più probabile che si sia trattato di un razzo diverso, e visto che sparato da Gaza ha volato per oltre 65 chilometri, tutti pensano ai razzi iraniani.

La risposta israeliana è immediata. Il ministro della difesa israeliana Barak decide di mobilitare ulteriori riservisti, si parla di 75mila uomini. Carri armati, blindati e truppe si dirigono verso il confine per raggiungere quelle già ammassate nei giorni precedenti e tutto lascia presagire un intervento di terra, una nuova invasione della Striscia di Gaza dopo quella del 2009 che aveva causato circa 1400 vittime. A nulla sembrano servire le pressioni internazionali. Il Segretario Generale dell´ONU e il presidente degli Stati Uniti parlano al telefono con Netanyahu e Morsi. E proprio il diverso atteggiamento egiziano potrebbe rendere molto più rischiosa la situazione rispetto all´intervento israeliano del 2009. Il presidente egiziano, al quale la comunità internazionale ha ripetutamente chiesto di usare la sua influenza su Hamas per disinnescare questa miccia che potrebbe scatenare un vasto conflitto nel Medio Oriente, ha pubblicamente dichiarato che considera l´azione israeliana come un´aggressione ai diritti umani, affermando che l´Egitto non lascerà da sola la Striscia di Gaza. Lasciando da parte la vicinanza politica dei Fratelli Mussulmani con Hamas, non bisogna dimenticare che la Striscia di Gaza apparteneva all´Egitto ed è stata occupata da Isreaele durante la Guerra dei Sei giorni. Morsi aveva appena inviato il suo premier a visitare Gaza, tutti auspicavano quindi un intervento egiziano per sostenere la tregua concessa da Israele, ma nei fatti e considerate le dichiarazioni il gesto ha, non solo simbolicamente, confermato l´appoggio egiziano ad Hamas.
Il mondo inizia a temere il peggio. Quello che al momento è ancora uno degli ennesimi scontri tra israeliani e palestinesi potrebbe presto trasformarsi in un conflitto a pieno campo. Un eventuale coinvolgimento dell´Egitto con la precaria situazione siriana, il probabile e conseguente intervento dell’Iram, la guerra potrebbe devastare l´intero Medio Oriente.

Israele blocca tutte le strade principali intorno all´enclave palestinese. I palestinesi lamentano un totale di 30 morti e circa 280 feriti. Le stime parlano di circa 500 raid israeliani ed oltre 350 razzi sparati da Gaza verso Israele. Oltre alle prime tre vittime civili, israele registra la morte del suo primo soldato che sarebbe rimasto ucciso da un razzo caduto sulla città di Ashdod. Mentre sono sotto il fuoco Tel Aviv, Gerusalemme e Gaza diventano anche meta di un frenetico pellegrinaggio diplomatico. A Gaza arriva il capo della diplomazia tunisina, Rafik Abdessalem: “La delegazione tunisina guidata dal ministro degli Esteri Rafik Abdessalem ha raggiunto il quartier generale distrutto dall´occupante per incontrare i leader del governo di Hamas che controlla la Striscia di Gaza” annuncia il portavoce del ministero degli Interni di Hamas. Malgrado la presenza della delegazione diplomatica i caccia israeliani continuano gli attacchi nel questo quarto giorno dell´offensiva aperta con l´uccisione di un capo militare di Hamas. Il Presidente della Repubblica tunisina Moncef Marzouki aveva precedentemente incontrato il capo del governo di Hamas, Ismail Haniyeh, esprimendo solidarietà con la lotta palestinese, prima di denunciare come barbara l´aggressione delle forze aeree israeliane. Il partito islamista Ennahda, che guida la coalizione al potere in Tunisia, aveva organizzato il giorno prima una dimostrazione a sostegno di Gaza. La Tunisia ha stretti rapporti con i palestinesi avendo ospitato dal 1982 al 1994 il quartier generale dell´Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Ma lo scontro militare si intensifica. Israele bombarda Gaza per più di 200 volte colpendo la vasta rete di tunnel che sospetta alimentino il rifornimento di armi e lascia circa 400.000 persone senza elettricità nel sud di Gaza. Dall´altra parte vengono lanciati oltre 500 razzi sullo stato ebraico. Il presidente egiziano Mohamed Morsi ospita al Cairo una riunione con l´emiro del Qatar, il primo ministro turco e il capofila di Hamas, Khaled Meshaal. Non è chiaro se l´Egitto stia cercando di riportare Hamas e il governo israeliano alla tregua informale negoziata sotto i suoi auspici oppure se si discuta di un intervento per sostenere Hamas, anche perché il capo del governo turco è piuttosto critico nei confronti del governo israeliano e l´emiro del Qatar è molto vicino ad Hamas, essendo stato infatti ad ottobre il primo capo di Stato a visitare Gaza da quando Hamas nel giugno del 2007 è arrivata al potere a Gaza.

Una giornata ancora più sanguinosa dalla ripresa del conflitto si registra domenica 19: 31 palestinesi uccisi tra la popolazione civile, soprattutto donne e bambini. L´aviazione e la marina israeliana riprendono all´alba i loro bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Quattro persone, tra cui un bambino di 5 anni e due donne di età compresa tra i 20 e i 23 anni rimangono uccise dall´esplosione di una bomba nel quartiere Zeitoun di Gaza City. Il bilancio della violenza sale così a 90 morti, 87 palestinesi e 3 israeliani. Su Israele per il quarto giorno consecutivo le sirene suonano sia nel Sud che a Tel Aviv. Secondo un rapporto pubblicato dall´esercito israeliano sarebbero circa 850 i razzi lanciati su Israele dall’inizio del conflitto, di questi circa 300 sono stati intercettati dal sistema di difesa antimissile. Si intensificano anche gli sforzi diplomatici per arrivare ad una tregua. Un funzionario israeliano si è recato in Egitto, a Il Cairo per discutere di una possibile tregua mentre il ministro degli Esteri francese ha visitato Tel Aviv e i Territori palestinesi: “La guerra non è un´opzione ed è urgente intervenire per garantire un cessate il fuoco tra Israele e i gruppi armati palestinesi di Gaza” ha dichiarato Laurent Fabius. Continuano anche le conversazioni informali, al telefono è intervenuto in più occasioni anche l´ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, supportando le pressioni del Segretario Generale Ban Ki-moon sugli egiziani, i turchi e il Qatar per spingerli ad imporre la tregua. Da parte di Israele la condizione sembra una sola: “Quando avranno smesso di sparare, siamo pronti a prendere in considerazione le proposte di tregua” ha dichiarato Lieberman. In Medio Oriente arrivano anche Tony Blair e il ministro degli Esteri tedesco.

“Israele è l´unico responsabile per l´attuale conflitto a Gaza e dovrebbe essere processato per crimini di guerra” dichiara il portavoce del ministero iraniano degli Affari Esteri, negando che Teheran stia cercando di fomentare la violenza. “Non sono l´Iran o Hamas che cercano lo scontro e la guerra e mettono in pericolo la vita di persone innocenti, ma è il regime sionista, che dovrebbe essere processato per crimini di guerra” ribadisce Ramin Mehmanparast nel corso della conferenza stampa. Il presidente israeliano Shimon Peres aveva accusato il giorno prima l´Iran di incoraggiare il movimento palestinese Hamas che controlla Gaza, affinché continui a bombardare Israele, piuttosto che cercare un cessate il fuoco, accusando l´Iran di aver consegnato ad Hamas i missili Fajr-5, lanciati contro lo Stato ebraico nei giorni precedenti. “L´unica cosa importante è che i palestinesi abbiamo armi per difendersi ha replicato il portavoce iraniano in risposta alle accuse israeliane – La questione di chi produce i Fajr-5 è da esperti militari, e il modo in cui sono state consegnate ai palestinesi deve essere chiesto ai funzionari dei servizi segreti israeliani”.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama mentre ha in corso la sua storica visita in Asia decide di inviare il suo Segretario di Stato a Gerusalemme, Ramallah e al Cairo per cercare di trovare una soluzione. Hillary Clinton, che era in Cambogia insieme al presidente s’invola verso Israele, per incontrare a Gerusalemme il primo ministro Benjamin Netanyahu . Successivamente si recherà a Ramallah per colloqui con i funzionari palestinesi e infine al Cairo per colloqui con i leader egiziani. “Sosteniamo pienamente il diritto di autodifesa di Israele – aveva dichiarato il giorno prima in Thailandia il presidente Obama – Lo Stato ebraico, ha il diritto di difendersi contro i razzi lanciati contro Israele dalla Striscia di Gaza. Nessun Paese al mondo avrebbe tollerato una simile pioggia di missili contro la sua popolazione”. Mentre la Clinton è ancora in volo allarma la notizia di spari di fronte all’ambasciata Usa a Tel Aviv, ma è solo il gesto di uno squilibrato che armato di ascia e coltello aggredisce le guardie di sicurezza che sparano colpi di avvertimento in aria.

Mentre Israele attende l’arrivo della Clinton, una folta delegazione di ministri degli esteri di paesi arabi arriva nella Striscia di Gaza per dimostrare solidarietà con l´enclave palestinese, ancora sotto il fuoco dei raid aerei. La delegazione, guidata dal Segretario Generale della Lega Araba Nabil al-Arabi, è arrivata a Gaza entrando dal valico di confine con l´Egitto di Rafah. Della delegazione fanno parte anche il ministro degli Affari Esteri dell´Autorità palestinese Riyad al-Malki, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu oltre a rappresentanti di altri paesi arabi, tra cui Iraq, Tunisia, Marocco, Arabia Saudita. li sforzi diplomatici si intensificano, una delegazione israeliana raggiunge il Cairo per nuovi colloqui: dovrebbe riferire la risposta di Tel Aviv alle richieste di Hamas avanzate attraverso i mediatori egiziani. Il governo israeliano si è infatti riunito nella notte per esaminare la proposta di tregua presentata dal ministro egiziano Raafat Shehata. Secondo il quotidiano Haaretz, Israele punterebbe ad evitare l’offensiva di terra per non incorrere nelle pesanti conseguenze che un allargamento del conflitto avrebbe sul piano diplomatico. Shimon Perez, in un’intervista alla CNN, ha accusato Teheran di sostenere gli attacchi palestinesi con la fornitura di missili a lungo raggio e ha sottolineato che “l’Iran rappresenta un problema per tutta la comunità internazionale, non solo per la minaccia nucleare, ma in quanto centro del terrorismo internazionale”, prima di concludere con l’auspicio che si smetta presto di combattere: “sarebbe la scelta migliore”.

La tregua sembra ormai molto vicina. Israele sospende provvisoriamente la prevista offensiva di terra, assicurando che vuole dare la possibilità agli sforzi diplomatici. La decisione viene presa durante una riunione notturna del governo Netanyahu, nel corso della quale è stata esaminata la proposta di tregua presentata dall´Egitto. Secondo i media israeliani Tel Aviv vuole una tregua di 24/48 ore che qualora osservata darà modo alle parti di sviluppare un cessate il fuoco duraturo. Il Segretario Generale dell´ONU Ban Ki-moon in visita a il Cairo ha invitato tutte le parti a cessare il fuoco immediatamente. Un funzionario di Hamas ha dichiarato che il loro leader, Khaled Meshaal, era oggi pomeriggio in riunione con il capo dell´intelligence egiziana, Mohammed Shehata, e stanno insieme mediando una soluzione al conflitto.

Il presidente egiziano Mohamed Morsi dichiara che l´aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza cesserà nel corso della giornata di lunedì: “La grottesca agggressione israeliana si fermerà oggi. Gli sforzi per raggiungere un cessate il fuoco tra palestinesi e israeliani avranno risultati positivi nelle prossime ore” affermava il presidente egiziano, al centro degli sforzi internazionali per ristabilire la pace nell´enclave controllata da Hamas. Ban Ki-moon, ha iniziato a Gerusalemme i suoi colloqui con i leader israeliani per raggiungere una tregua tra Hamas e Israele. L’annuncio viene dato mentre il Segretario Generale dell’Onu è arrivato in Israele provenendo dal Cairo, dove ha lanciato il suo appello per l´immediato cessare il fuoco. A Gerusalemme, incontra il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, che lo ringrazia per il sostegno della comunità internazionale:”Apprezziamo le opinioni della comunità internazionale che ha chiaramente sostenuto il diritto di Israele a difendersi e proteggere i suoi cittadini” ha dichiarato Lieberman che conferma ufficialmente che Israele ha deciso di rinviare la sua offensiva terrestre nella Striscia di Gaza per dare l´opportunità agli sforzi egiziani di negoziare una tregua.

Sembra fatta, ma in realtà Israele smentisce che sia stato raggiunto un accordo e prosegue con bombardamenti da terra e dal mare contro la Striscia di Gaza, così come non cessano i lanci di missili sul territorio israeliano. Nulla sembra far pensare ad una tregua imminente, così come annunciato a più riprese dai mediatori egiziani e ripetuto e amplificato dai media di tutto il mondo. Intanto il Segretario di Stato americano Hillary Clinton arriva in Israele e subito incontra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Mentre era in volo l’amministrazione Usa ha criticato la Turchia per le sue affermazioni “molto dure” contro lo Stato ebraico. Poche ore prima, il premier turco aveva infatti usato il termine “terrorismo” parlando dell´operazione “Pilastro di Difesa” e definito “pulizia etnica” l´offensiva condotta dall´esercito israeliano contro i palestinesi confinati nella Striscia di Gaza. Niente tregua, l’annuncio egiziano si rivela prematuro, e nella notte lo scontro si intensifica. Un militare e un civile israeliani restano uccisi da razzi lanciati da Gaza, durante quello che è il settimo giorno dell´offensiva israeliana. Invece della tregua si assiste ad una incandescenza delle ostilità, si intensificano sia il lancio di razzi palestinesi contro Israele che il bombardamento israeliano della Striscia di Gaza, dove restano uccisi almeno altri 26 palestinesi. E nel mirino di Israele entrano anche i giornalisti. Le incursioni mirate da parte dell´esercito israeliano uccidono infatti anche tre giornalisti palestinesi e per due volte l´attacco aereo israeliano prende di mira il palazzo di Gaza dove hanno sede i media locali e internazionali, tra cui l’Agence France Presse. Alcuni testimoni segnalano invece l´esecuzione pubblica da parte di Hamas di sei collaboratori sospettati di tradimento in favore di Israele, i quali sarebbero stati giustiziati per strada davanti alla gente da uomini mascherati. I tre giornalisti palestinesi rimasti uccisi durante l´incursione israeliana, sono Mohammed al-Koumi e Hussam Salam, che lavoravano per Al-Aqsa TV, il principale media di Hamas, colpiti mentre circolavano in auto come il terzo giornalista, Muhammad Abu Eisha, un dipendente di una catena privata.
Israele ammette di aver mirato ai giornalisti, sostenendo che avevano legami stretti con i militanti di Hamas.

Intanto l´Iran, rispondendo alle accuse israeliane, conferma per la prima volta ufficialmente di fornire assistenza militare ad Hamas: “Siamo orgogliosi di difendere il popolo palestinese e Hamas, orgogliosi di dare assistenza sia finanziaria che militare” ha precisato il presidente del parlamento iraniano Larijani. Teheran d´altronde non ha mai fatto mistero del suo sostegno finanziario e materiale ad Hamas e alla Jihad islamica nella lotta palestinese contro Israele, ma in genere ha sempre evitato di evidenziare gli aiuti militari. Sul tema è intervenuto anche il leader della Jihad Islamica Ramadan Abdullah Shallah, che in una intervista andata in onda su Al-Jazeera ha confermato che i gruppi palestinesi a Gaza dispongono di armi iraniane e le stanno utilizzando negli attacchi contro Israele: “Lo sanno tutti. Non è un segreto. Le armi della resistenza in Palestina oggi sono principalmente di origine iraniana. Sono armi iraniane o comunque acquisite grazie ai finanziamenti iraniani” ha dichiarato Abdullah Shallah. Sulla questione è intervenuto anche il comandante delle Guardie Rivoluzionarie, il generale Mohammad Ali Jafari, confermando che “Teheran fornisce assistenza tecnica e tecnologia a tutti i musulmani che combattono contro l´arroganza globale” anche se ha precisato che al momento non era possibile aiutare la resistenza palestinese perché Gaza è sotto assedio. Ma la voce più autorevole sulla questione è quella della Guida suprema, l´ayatollah Ali Khamenei, che ha criticato i governi dei paesi islamici, in particolare quegli arabi, per non aver risposto in modo appropriato agli eventi di Gaza, lamentando che alcuni Paesi non hanno nemmeno condannato il bombardamento israeliano. L´Ayatollah Khamenei ha anche duramente attaccato gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia “non hanno nemmeno alzato le ciglia contro il crudele e brutale regime sionista”. “Sostenendo e incoraggiando questi criminali, hanno mostrato come i nemici dell´Islam siano ben lontani da ogni umanità” ha concluso il leader supremo dell´Iran.

La tregua sembra sempre più lontana, il coinvolgimento di altri paesi più vicino. quando l´esplosione all´interno di un autobus a Tel Aviv, che causa almeno dieci feriti, sembra poter alimentare l’escalation. L´attacco terroristico avviene mentre il Segretario di Stato americano Hillary Clinton e il Segretario generale dell´ONU Ban Ki-Moon stanno continuando le loro consultazioni per cercare di fermare le ostilità tra Israele e Hamas che durano ormai da una settimana. Erano sei anni che Israele non subiva questo tipo di attentato. Solitamente erano attacchi suicida, martiri che si lasciavano esplodere, ma in questo caso hanno lanciato la bomba e sono scappati. Hamas non rivendica l’attentato, anzi pur rallegrandosi, smentisce di essere coinvolta. E proprio quando tutto sembra perduto, arriva l’annuncio del raggiunto accordo.

Il cessate il fuoco annunciato al Cairo dal presidente egiziano Morsi e dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton entrerà in vigore la sera del 22 novembre ponendo fine ad una settimana di confronto militare tra Israele e Hamas che ha provocato la morte di cinque israeliani, tra cui un soldato, e di 155 palestinesi uccisi dai raid aerei sulla Striscia di Gaza.

Anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che il giorno prima aveva subito smentito le voci di tregua rilanciate dall´Egitto, questa volta aveva confermato l´accordo già nel pomeriggio, precisando che Israele accettava la tregua dopo essersi consultata con la Casa Bianca. Il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton, inviata in Medio Oriente da Obama, si trovava al fianco del suo omologo egiziano Mohammed Kamel Amr quando è stato dato l´annuncio dell´avvenuto accordo, dopo una intensa mediazione. Obama aveva personalmente parlato con Netanyahu consigliandolo di accettare il cessate il fuoco e garantendo che gli Stati Uniti avrebbero utilizzato la tregua per aiutare Israele a risolvere il problema della sicurezza, in particolare per bloccare la fornitura di armi ed esplosivi verso la Striscia di Gaza. Il presidente avrebbe anche promesso fondi aggiuntivi per rifornire la difesa israeliana di altri missili ´intelligenti´ in grado di intercettare e distruggere molti dei razzi sparati da Hamas.

Secondo fonti giornalistiche le parti hanno sottoscritto un vero e proprio contratto: Israele e Hamas cesseranno ogni violenza, l´assassinio mirato di islamisti da una parte e il lancio dei razzi dall´altra. Lo Stato ebraico si è impegnato ad alleggerire il blocco, in vigore nei territori palestinesi dal 2007, da quando cioè Hamas ha preso il potere nella Striscia. Un alto funzionario di Hamas, Moussa Abu Marzouk, ha dichiarato su Facebook che presto saranno anche avviati negoziati per ridefinire i confini, mentre una televisione israeliana ha specificato che gli accordi futuri non saranno condotti direttamente tra le parti ma tramite un team di collegamento internazionale. Il tragico bilancio delle vittime è di 164 morti e oltre mille feriti tra i palestinesi, 5 morti e una cinquantina di feriti tra gli israeliani.

Ora, quindi, la parola sembra fortunatamente tornata alla diplomazia. La popolazione palestinese è scesa in piazza per celebrare la fine delle ostilità. Hamas inneggia alla vittoria e Gaza inizia a curare le sue ferite. In Israele sono invece in molti a rimproverare a Netanyahu di “non aver portato a termine il lavoro”. Il bilancio dell’operazione “Pilastro di Difesa” se da una parte ha colpito duramente i vertici di Hamas, dall’altro ha rafforzato politicamente il movimento che proprio l’intelligence israeliana considerava in crisi. I negoziati internazionali porteranno anche ad un forte allentamento della stretta israeliana su Gaza, infatti una delle condizioni che Israele sembrerebbe aver accettato è quella di eliminare il blocco intorno alla Striscia, sia quello navale che quello stradale, in modo da favorire la ripresa economica dell’enclave palestinese. Ora il premier israeliano, che è sicuramente stato convinto dall’aiuto promesso dagli Stati Uniti per bloccare il rifornimento di armi, dovrà convincere il suo elettorato che Israele d’ora in poi sarà più sicura. Per farlo dovranno presto rivelati gli aiuti concreti offerti dagli americani, che non solo stanzieranno finanziamenti per dotare Israele di missili Patriot, che oltre a difenderli dai lanci di razzi di Hamas li difenderanno meglio anche dal rischio di attacchi iraniani, ma interverranno direttamente con tutta la loro tecnologia satellitare per individuare eventuali carichi di armi diretti a Gaza.
Paradossalmente, questa escalation della violenza ha creato le condizioni per una pace duratura. Entrambe le parti possono infatti dichiararsi vittoriose ed incassare vantaggi. Una Striscia di Gaza sostenuta finanziariamente non più solo dall’Iran, con un nuovo e rafforzato ruolo politico nel mondo arabo, libera dalla morsa israeliana, potrebbe finalmente aprirsi ad uno sviluppo all’insegna della pace, dello sviluppo economico e della prosperità. Israele, ha ben chiarito ad Hamas quanto sia non solo difficile, ma decisamente impraticabile la strada della guerra aperta, esce notevolmente rafforzata nella sua alleanza con gli americani, aumenterà il suo potenziale difensivo potendo così fornire rassicura

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