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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

La guerra economica europea

Proprio celebrando il premio Nobel la riflessione porta a considerare che siamo un continente in Pace, ma le tensioni belliche esistono e vengono scaricate nei conflitti economici

Oggi l’Euro ha confermato il suo recupero, superando la turbolenza di ieri, creata dall’annuncio arrivato durante il fine settimana delle imminenti dimissioni di Mario Monti. All’apertura è subito passato sul dollaro a 1,2956 contro 1,2939 della chiusura di lunedì. La moneta europea ha guadagnato terreno anche nei confronti della moneta giapponese, Yen a 106,72 rispetto ai 106,53 di eri. Che la debolezza di ieri era legata alle questioni italiane, con la preoccupazione di un contagio per l’intera zona euro, non solo analisti e stampa internazionale, ma tutti i vertici europei, tedeschi e spagnoli in testa. Persino la banca centrale australiana è intervenuta nel merito.

Monti, da parte sua, a margine della cerimonia del Nobel per la pace all’Unione europea, ha dato ampie rassicurazioni: «I mercati non dovrebbero aver paura di un vuoto decisionale in Italia». Questo mentre lo spread si alzava sensibilmente e la Borsa di Milano perdeva oltre il 3%, prima di chiudeva comunque in forte calo al -2,2%.

Ma oltre alle dichiarazioni di quello che la stampa europea continua a citare come l’ex Commissario Europeo, e soprattutto sulla facilità con cui i mercati hanno superato le preoccupazioni sull’Euro, pesano ancor più delle parole di Monti e dei leader europei, le misure annunciate dalla Federal Reserve, che promettono iniezioni di liquidità che avranno l’effetto di diluire il valore del dollaro e quindi renderlo meno attraente agli investitori speculativi.

I broker di tutto il mondo stanno infatti monitorando attentamente le discussioni in corso tra democratici e repubblicani sul bilancio federale. Se non portassero rapidamente ad un accordo, l’austerità forzata potrebbe essere attuata già all’inizio di gennaio e rischia di precipitare anche l’economia degli Stati Uniti in recessione.

Mentre i leader del vecchio continente erano ad Oslo per celebrare il premio Nobel per la Pace all’Unione europea, il presidente Obama dichiarava di essere pronto al “compromesso” per raggiungere l’accordo. Un accordo che certamente riguarda il futuro economico del mondo occidentale, ma con un’ottica radicalmente diversa tra America e Europa.

«I Paesi sviluppati devono cercare prima di tutto di rilanciare la crescita piuttosto che ridurre i loro deficit pubblici». Non sono parole pronunciate da antagonisti, da no-global, da leader nazionalisti, da estremità destro-sinistre, da esponenti di movimenti ambientalisti. Sono parole pronunciate del ministro del Tesoro americano Timothy Geithner solo un paio di mesi fa. Parole che l’Europa non solo non ha ascoltato, ma alle quali non ha nemmeno risposto, preferendo relegarle nell’oblio. Anche la stampa ha scelto il silenzio.

Una profonda riflessione dovrebbe essere stimolata proprio dal premio Nobel per la Pace che l’Unione europea ha ritirato ieri a Oslo. In questi sessant’anni abbiamo infatti costruito e consolidato la pace. Utilizzando la frase più banale che abbiamo mai ascoltato in un discorso, quella di Van Rompuy che celebrando il Nobel ha detto “Dove non c’è la guerra c’è la pace”, ci permettiamo di dire che oggi in una Europa in cui tutti danno ormai per scontata la pace è in corso una guerra economica.

Non possiamo pensare di aver completamente superato i motivi che alimentarono lo spirito maligno del proprio interesse che in due riprese ebbe il sopravvento e sprofondò il vecchio continente nell’inferno. Infatti il discorso incomparabilmente superiore di Barroso ha centrato l’attenzione proprio sugli alti ideali del disegno europeo. Ideali che stiamo costruendo, affermando. Ancora lontani dal compiere.

Che la crisi in Europa abbia scatenato una vera e propria guerra, fortunatamente combattuta con strumenti non violenti, non è una suggestione giornalistica, non rappresenta una parabola politica, ma è attestata da fatti e dati inconfutabili.
Tutti i dati statistici ufficiali riportano dati da clima bellico.
«Berlino schiaffeggia Parigi e attacca Londra» sono commenti usciti in occasione dei summit per la supervisione bancaria europea e per la definizione del bilancio comunitario.

Il continente europeo, risorto dal suicidio della seconda guerra mondiale, ha vissuto un era di progresso e prosperità finché è stato al centro del bipolarismo USA-URSS. La guerra fredda è stata combattuta in Europa con mezzi, salvo rare eccezioni, decisamente non violenti, anzi tesi a valorizzare la libertà, la prosperità e il progresso sociale e culturale di uno o dell’altro blocco.

Ancora una volta è stata Berlino, con la caduta del muro, a dare una svolta allo status quo.
Sulle macerie delle ideologie che hanno caratterizzato il XX secolo, nel mondo hanno infatti ripreso vigore le ceneri dei valori nazionalisti, religiosi ed etnici. Questo ha riportato la guerra, quella vera, nel centro dell’Europa, nella ex Jugoslavia. Ha riportato in primo piano i carri armati e le operazioni militari nella periferia delle repubbliche dell’ex Unione Sovietica. Ha gettato nella guerra e nella violenza assurda e sfrenata il mondo mussulmano e quello africano, dove proprio l’Occidente è ormai da decenni impegnato in un massiccio e costoso sforzo militare.

Ma torniamo alla nostra Europa.

Un testimone del clima di guerra che sta vivendo l’Europa, certamente credibile e affidabile, è proprio Mario Monti.
Solo il mese scorso ha dichiarato infatti testualmente: «Spero che saremo ricordati come coloro che hanno evitato la colonizzazione dell’Italia».

Abbiamo sentito con le nostre orecchie a Villa Madama, il cancelliere tedesco Angela Merkel scandire come se fosse la cosa più normale del mondo, e dire che: «Prima abbiamo pensato ai bilanci, ora dobbiamo pensare alle persone e allo sviluppo».

Sono virgolettati che parlano da soli, non necessitano di alcun altro commento.

Spremuto dal miope rigore, spacciato da Berlino come nuovo Vangelo del terzo millennio, il continente europeo ha ancora una volta imboccato la via del suicidio. La disoccupazione attanaglia milioni e milioni di europei, e da quest’anno celebriamo il passaggio della classe media europea nella condizione di povertà. E questo riguarda ovviamente e soprattutto l’Europa meridionale. Dove ha avuto inizio la guerra economica, con l’attacco alla Grecia. Ma ferite a morte sono anche l’Italia, la Spagna, il Portogallo.

Le strade e le piazze di Atene e Madrid sono diventate oggetto quasi quotidiano di manifestazioni contro la politica europea del rigore. La Spagna, quarta economia della zona euro, mostra preoccupanti segni di uno strappo lacerante nella stoffa sociale. La crisi economica diventa crisi sociale. Un quarto della forza lavoro è disoccupata, oltre la metà dei giovani non solo è disoccupata ma non vede alcuna possibilità di futuro. A nulla sono serviti anni di tagli implacabili all’istruzione, alla sanità. Migliaia di famiglie restano indebitate, molte perdono le loro case e finiscono per strada.
Suscitano grande emozione nel Paese i suicidi di proprietari, che si gettano nel vuoto nel momento dello sfratto.

Tornando alla Grecia, non può essere un caso che proprio Atene, che da anni ormai vede le sue scelte economiche prese sotto la diretta supervisione della Troika, abbia la disoccupazione record e subisca l’impatto sociale più drammatico.
Il 31% della popolazione greca nel 2011 era a rischio di povertà o di esclusione, ma la media europea non è certo meno preoccupante, secondo Eurostat è infatti al 24,2%.

Non è la prima volta che l’Europa cade nell’errore di considerare altre cose più importanti delle persone. Più volte è stata proprio la Germania a mettere in secondo piano l’essere umano, sacrificandolo per un futuro ideale e migliore. Non parliamo solo degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, ma parliamo per esempio delle decine di migliaia di cittadini tedeschi, perfettamente ariani, che sono stati soppressi perché portatori di malattie mentali.

La guerra economica che sta vivendo l’Europa è sicuramente un passo indietro, ma non rischia certo di riportare ad un conflitto armato tra le nazioni. Ma senza alcun dubbio sta portando il continente verso un conflitto che potrebbe essere comunque molto violento. Al momento infatti il conflitto è ancora relegato tra politica e cittadini, si esprime nelle sedi istituzionali e nelle manifestazioni di piazza. Ma cosa succederà quando sul campo scenderanno a combattersi le classi sociali?. Ricchi contro poveri, occupati contro disoccupati, lavoratori pubblici contro lavoratori privati, senza casa contro proprietari di immobili, tartassati contro evasori, e soprattutto, giovani contro anziani?

Sono infatti proprio questi i temi che stanno pian piano sostituendo la contrapposizione che prima riguardava piuttosto destra contro sinistra, europeisti contro nazionalisti, indigeni contro immigrati. Ma su questo l’Europa è sorda, si è come smarrita. Proprio nello stesso stato catatonico che ha preceduto le due guerre mondiali. Affossati gli ideali di unione e solidarietà, assistiamo passivamente ad un declino che sembra inarrestabile.

I paesi del Nord non stanno molto meglio, ma i loro leader hanno gioco facile ad alimentare il proprio consenso, proprio trasmettendo la soddisfazione di percepirsi in una condizione migliore rispetto a greci, portoghesi, italiani e spagnoli.
L’Europa è ancora una volta sorda. Resta a guardare, immobile. Ovunque i numeri prevalgono sulle persone.

L’Europa politica è diventata un nano di fronte al gigantismo dei cosiddetti “mercati”. In questo, un ruolo fondamentale lo ha purtroppo anche il mondo dell’informazione. Le rubriche economiche una volta erano relegate in fondo. Oggi tutti aprono con lo spread. Il giornalismo è il primo responsabile dell’aver supinamente accettato quel perverso meccanismo che di fatto ha portato la gente a pensare che la loro vita quotidiana e il loro futuro dipendano dai mercati.

Basta guardare a quello che è successo il primo giorno di ottobre, salutato da tutti i TG come positivo!
Si, positivo, perché le borse erano in recupero. I telegiornali che ormai aprono tutti con spread e quotazioni di borsa, per passare poi agli approfondimenti sullo stato d’animo dei mercati, con interventi degli economisti di turno, le cui previsioni hanno lo stesso grado di attendibilità scientifica degli oroscopi degli astrologi, mettono in secondo piano il fatto che il primo giorno di ottobre, allo stesso tempo, vedeva la pubblicazione dei dati ufficiali di EUROSTAT, che erano all’insegna della disperazione. Non solo era il sedicesimo mese consecutivo in cui il tasso di disoccupazione nella zona euro era negativo, ma segnava un nuovo record della disoccupazione, certificando che oltre 18 milioni di europei erano senza lavoro.

Paradossale è il fatto che la maggior parte dei denari pubblici, senza dubbio frutto dei sacrifici, lacrime e sangue, versati anche dalle classi più deboli, a Nord come a Sud, sono andate a finire nel fiume del sostegno finanziario alle banche private. Se saltano loro salta tutto. Questo ha rotto, per la prima volta in America, quella separazione tra pubblico e privato che sembrava un fondamentale proprio del capitalismo. L’Europa però a differenza dell’America, è anche paradossalmente caduta nel più subdolo inganno del Marxismo. In “Grundrisse” infatti, Carl Marx è il primo filosofo occidentale a relegare in secondo piano l’individuo. Non più essere umano, ma semplicemente forza lavoro, plus-valore da contrapporre al capitale, in formule algebriche che calcolano il mondo migliore e più equo. Come interpretare diversamente la sostanziale differenza tra Obama che vuole tenere in primo piano le persone rispetto ai bilanci pubblici, e la Merkel che predica esattamente il contrario.

In Europa stiamo vivendo in un’era di paradossi. L’altro, piuttosto rivelante nel Belpaese, è quello che per esempio vede la chiusura in positivo o negativo della Borsa di Milano, non tanto influenzata dall’andamento delle aziende dell’economia reale, quelle che dovrebbero in realtà essere sostenute in quel tempio del capitalismo, ma viene influenzato invece dalle quotazioni delle banche, che a loro volta portando in seno gran parte dei titoli, influenzano i tassi del debito pubblico.
Non solo un circolo vizioso, ma un vero e proprio cerchio infernale da cui sarà molto difficile uscire.

Speriamo che trovi spazio, crei attenzione e riflessione, proprio nella campagna elettorale del nostro Paese, il tema di una politica da Paese sviluppato che cerca prima di tutto di rilanciare la crescita piuttosto che ridurre il suo deficit pubblico, proprio come auspicato dal ministro del Tesoro Americano. Non sarebbe certo la prima volta che per ispirare il nostro cammino guadassimo Oltreoceano. Come altre volte il nostro Paese potrebbe influenzare il cammino dell’Europa.
Mai come in questo caso il contagio sarebbe benedetto dai popoli europei.

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