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Ai tempi supplementari la Conferenza ONU sul cambiamento climatico

Il Qatar che ospita i negoziati ha proposto questa mattina alle delegazioni un compromesso per evitare il fallimento del vertice

«È giunto il momento di intensificare gli sforzi avviati dai delegati e dai ministri provenienti da oltre 190 paesi, riuniti in sessione plenaria» ha dichiarato il vice primo ministro del Qatar Abdullah al-Attiyah che presiede la Conferenza delle Nazioni Unite in corso dal 26 novembre a Doha. proponendo alle delegazioni una serie di testi che secondo lui rappresentano un compromesso accettabile su tutte le questioni discusse, in modo di compiere un secondo passo in avanti rispetto al Protocollo di Kyoto. «Non abbiamo più intere giornate a disposizione. Dobbiamo concludere nelle prossime ore. Il meglio a volte diventa nemico del bene». La conferenza avrebbe infatti dovuto concludersi già ieri e quindi il vice primo ministro del Qatar ha dato tempo alle delegazioni per esaminare i documenti e formulare un parere, fino alle 07.00 (orario GMT), ma ancora due ore dopo, la sessione plenaria non aveva ancora iniziato a fare il punto della situazione.
Le delegazioni si sono consultate per tutta la notte e in tutte le direzioni, per cercare di sbloccare alcune delle più spinose questioni, tra le quali la richiesta di assistenza finanziaria da parte dei Paesi in via di sviluppo per far fronte agli effetti del riscaldamento globale. Anche sull’ambiente e sul futuro del pianeta pesano quindi gli scontri economici.

Sono stati infatti richiesti 60 miliardi dollari di aiuti entro il 2015 rispetto ai 30 miliardi concordati per il periodo 2010-2012. Ma i principali Paesi donatori si sono rifiutati di impegnarsi per una tale somma, mentre hanno ribadito la promessa di arrivare a 100 miliardi di dollari entro il 2020. I negoziatori hanno cercato invano di trovare una formula rassicurante per i Paesi in via di sviluppo sul fatto che il Nord del pianeta adempia ai suoi impegni, ma proprio gli Stati Uniti sono stati tra i più riluttanti ad assumersi altri gravosi oneri.

Dossier scottanti ancora aperti sul tavolo riguardano sempre il rapporto tra Nord e Sud. Irrisolta infatti anche la questione delle riparazioni richieste dai Paesi del Sud a quelli del Nord per riparare ai danni ed alle perdite economiche legate al cambiamento climatico, una questione che è diventata un vero e proprio braccio di ferro tra i paesi più poveri e gli Stati Uniti.

Ma la conferenza di Doha dovrebbe soprattutto partorire l’accordo che a partire dal 1 ° gennaio 2013 porterà alla seconda fase prevista dal Protocollo di Kyoto, l’unico strumento che potrà costringere i paesi industrializzati a ridurre le loro emissioni di gas serra, anche se la portata sarà in realtà in gran parte simbolica .

L’applicazione riguarda infatti solo l’Unione europea e l’Australia, visto il ritiro di Giappone, Russia e Canada, e quindi riguarda solo il 15% della produzione mondiale di gas serra. Proprio in reazione a questo stato di cose i paesi del Sud sembrano determinati a sfruttare questa occasione per addebitare ai paesi del Nord la responsabilità storica del cambiamento climatico.

Nelle ultime settimane, si sono infatti susseguite relazioni e studi che hanno rilanciato con forza l’allarme sul cambiamento climatico che hanno anche denunciato che gli sforzi sono stati fatti in direzioni sbagliate. Il pianeta è attualmente sottoposto ad un aumento dai 3 ai 5 gradi della temperatura globale, e non di 2 gradi, considerata la soglia oltre la quale il sistema climatico rischia di essere definitivamente compromesso.

Dal 1995, praticamente ogni anno la comunità internazionale si riunisce per affrontare negoziati complessi e laboriosi sotto gli auspici delle Nazioni Unite, proprio nel tentativo di riprendere con slancio la riduzione dei gas serra, cercando di ripartire equamente gli sforzi tra le diverse nazioni. Il prossimo grande evento è previsto nel 2015 è a Parigi dove si spera di arrivare ad un accordo universale e definitivo sulla riduzione dei gas serra, che coinvolga anche i due più grandi paesi inquinatori, la Cina e gli Stati Uniti, che non hanno mai ratificato Kyoto, che li costringerebbe ad adempiere entro il 2020.

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