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La Caporetto della diplomazia

Monti_terzi

La vicenda dei marò non solo è piena di giravolte ma dimostra l’assoluta incapacità e inefficacia della tecnocrazia

Nei titoli delle prime pagine dei giornali la parola più usata sulla vicenda è “Vergogna”. I due fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girona sono stati rispediti in India, da quello che senza alcun dubbio si è dimostrato come il peggior governo della storia repubblicana. La tecnocrazia, che significa letteralmente governo dei tecnici, conclude la sua esperienza registrando un bilancio catastrofico sotto ogni punto di vista: economico, politico, sociale, culturale e da ora persino diplomatico.

Dall’Unità d’Italia di battaglie ne abbiamo perse, ma la vicenda dei due marò rappresenta la Caporetto della nostra diplomazia.  Come tutti sanno il primo ministro degli Esteri del Regno d’Italia è stato lo straordinario Camillo Benso Conte di Cavour e fino alla nascita della Repubblica la carriera diplomatica è rimasta terreno di caccia esclusivo dei nobili rampolli. A spostare la sede del ministero dal Palazzo della Consulta a Palazzo Chigi fu un discendente del primo Duca di Milano, Carlo Sforza, ministro degli Esteri sia durante il Regno dal 1920 al 1921, quando ha firmato il  Trattato di Rapallo che stabilì i confini con il Regno dei Servi, Croati e Sloveni, sua durante la Repubblica, tornando alla guida del Ministero degli Affari Esteri dal 1947 al 1951 firmando il Trattato di Pace fra l’Italia e le potenze alleate del 1947, il Patto Atlantico del 1949, l’accordo per la creazione del Consiglio d’Europa che nel 1951 istituì la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.

Da quando nel 1959 da Palazzo Chigi il Ministero degli Affari Esteri si è trasferito alla Farnesina, lo splendido palazzo di nove piani progettato nel 1935  da Enrico Del Debbio insieme agli architetti Arnaldo Foschini e Vittorio Ballio Morpurgo,  ideato come nuovo Palazzo del Littorio, la sede che doveva ospitare il Partito Nazionale Fascista, la presenza di nobili nella diplomazia italiana è certamente diminuita ma è comunque rimasta significativa. Naturalmente in questo non c’è nulla di male, la Repubblica ha anche espresso un eccellente presidente come Antonio Segni, erede di una nobile famiglia sarda, ascritta al patriziato genovese fin dal 1752.

Il problema quindi non è che Giulio Terzi di Sant’Agata sia un nobile, il problema è che il ministro degli Esteri è un “tecnico”. Le cause della ignobile e vergognosa vicenda dei due marò sono esattamente identiche ad un’altra vicenda che resterà negli annali della storia. Ugualmente ignobile e vergognosa,  è infatti l’azione di un tecnocrate che ha portato a coniare un nuovo termine, “esodato”. Una definizione che non esiste nel vocabolario di nessuna lingua al mondo, non esiste nei dizionari, tantomeno nei manuali e nei libri di economia, semplicemente perché non ha precedenti in Italia e in qualsiasi altro Paese del mondo. E non è un caso che artefice e protagonista di questo grave, clamoroso e meschino errore è stato un tecnico, una persona considerata tra le più grandi esperte in materia previdenziale, Elsa Fornero.

Il Governo tecnico non sarà ricordato per aver avuto per la prima volta nella storia repubblicana due nobile alla testa di dicasteri, ma per aver certificato il grande pericolo e i gravi danni che può causare alle democrazie contemporanee quando il potere che deve guidare la burocrazia statale viene affidato ai burocrati.

Rigidità, lentezza, incapacità, inefficienza, inefficacia sono consolidate caratteristiche della burocrazia e non solo nel Belpaese. Quando la burocrazia, letteralmente il  “potere degli uffici”, non risponde più ad un imperatore o re, quando non risponde ad un presidente, un premier o un ministro che rappresentano la sovranità popolare ed esercitano la volontà politica, ma la burocrazia risponde agli stessi esperti teorici della materia burocratica, solo allora si assiste a incredibili e irreparabili danni.

Non solo negli annali, Giulio Terzi sarà menzionato nei manuali e nei testi di scienze politiche internazionali per illustrare agli aspiranti alla carriera il più clamoroso suicidio di una azione diplomatica. Se invece di fare il ministro avesse continuato a fare l’ambasciatore non sarebbe mai riuscito nel conquistarsi un simile onore.

Pur prendendo atto che la richiesta italiana alle autorità  indiane di avviare consultazioni sul percorso che era stato indicato dalla stessa sentenza della Corte Suprema indiana del 18 gennaio non aveva ricevuto risposta e che il nostro governo dichiarava: «Tale posizione da parte dell’India ha con nostra sorpresa e rammarico modificato lo scenario e i presupposti sulla base dei quali era stato rilasciato l’affidavit.  Nelle mutate condizioni il rientro in India dei Fucilieri sarebbe stato in contrasto con le nostre norme costituzionali, rispetto del giudice naturale precostituito per legge, divieto di estradizione dei propri cittadini, art. 25, 26 e 111 della Costituzione», avevo espresso le mie perplessità sulla decisione di non farli rientrare “Salvi i marò, la faccia è persa“, ma alla ritorsione indiana che non riconosceva l’immunità diplomatica e intimava al nostro ambasciatore Daniele Mancini di non lasciare l’India sollecitavo un intervento deciso e rigoroso del nostro governo. Era davvero difficile giunti a quel punto immaginare che fosse possibile effettuare una mossa ancora peggiore.

«Qualsiasi limitazione della libertà di circolazione dell’ambasciatore italiano in India sarebbe in contrasto con gli obblighi internazionali derivanti dalla Convenzione di Vienna del 1961» aveva sentenziato Catherine Ashton, il Capo della diplomazia dell’Unione europea che aveva sollecitato Italia e India di cercare per vie diplomatiche una soluzione reciprocamente accettabile.

Ebbene, malgrado questo chiaro e forte appoggio invece di prendere l’iniziativa per riconquistare la faccia, è stata presa una decisione semplicemente assurda, il nostro governo si è inoltrato nel campo del surrealismo, imboccando una strada che sfregia la credibilità internazionale  del nostro Paese.

Sappiamo che la decisione di non far rientrare i due fucilieri è stata assunta d’intesa con i ministeri della difesa e della giustizia e in coordinamento con la presidenza del Consiglio dei ministri. La responsabilità è quindi condivisa dal governo che dopo aver ribadito con forza che l’azione del nostro Paese si basava su solide basi giuridiche, che: «L’Italia ha sempre ritenuto che la condotta delle autorità indiane violasse gli obblighi di diritto internazionale gravanti sull’India in virtù del diritto consuetudinario e pattizio, in particolare il principio dell’immunità dalla giurisdizione degli organi dello Stato straniero e le regole della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982» ha cambiato ancora una volta  idea, ci ha ripensato, è ritornato sulle sue decisioni, ha fatto marcia indietro e si è rimangia per l’ennesima volta le sue parole  rispedendo in India i due fucilieri, accontentandosi dell’assicurazione che non saranno condannati a morte.

Siamo di fronte all’ennesima giravolta ma quello che preoccupa è che non siamo di fronte ad un incidente di percorso, all’errore di un singolo essere umano, ma ad una decisione collegiale e condivisa.  La posizione del Governo era stata definita in mattinata in un’apposita riunione presieduta dal Presidente Monti del CISR, il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, alla quale hanno partecipato oltre a Giulio Terzi di Sant’Agata i ministri dell’Interno Anna Maria Cancellieri, della Giustizia Paola Severino, della Difesa Giampaolo Di Paola, dell’Economia e Finanze Vittorio Grilli, dello Sviluppo Economico Corrado Passera insieme ai  Sottosegretari Antonio Catricalà e Gianni De Gennaro: « Il governo ha ritenuto l’opportunità, anche nell’interesse dei Fucilieri di Marina, di mantenere l’impegno preso in occasione del permesso per partecipare al voto, del ritorno in India entro il 22 marzo. I Fucilieri di Marina hanno aderito a tale valutazione».

Sulla vicenda ci sono ancora molti lati oscuri. Sono stati effettivamente i due fucilieri a sparare? La nave era effettivamente in acque internazionali? Perché le famiglie dei due pescatori sono state risarcite dal nostro governo con 300mila euro prima ancora che il processo si celebrasse? A queste domande probabilmente avremo risposte dal processo indiano, ma una risposta certa ed evidente già l’abbiamo, quella che risponde alla domanda: qual è il peggior governo della storia repubblicana?

 

 

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