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Iran in crisi?

Esportazioni di petrolio in calo, crollo della moneta, inflazione galoppante, tonfo della produzione industriale, aumento della disoccupazione: l´Iran accusa il duro peso delle sanzioni occidentali contro il suo programma nucleare e tra la popolazione cresce il malcontento.

Parigi, Londra e Berlino lunedì scorso in una riunione ministeriale dell´Unione europea, hanno deciso di stringere ancora di più la morsa sull´Iran con un nuovo giro di vite nei settori dell´energia e della finanza. Ma la novità viene dal fatto che dopo aver a lungo negato l´effetto delle sanzioni, i leader iraniani stanno cominciando ora a riconoscere l´entità del danno. Quella in corso è una vera e propria guerra economica contro l´Iran, ma Teheran continua a ribadire a gran voce che non soccomberà alla forte pressione e non abbandonerà mai il suo ambizioso programma nucleare, che nonostante le smentite iraniane è un programma sospettato di celare ambizioni militari. “Il popolo iraniano sconfiggerà le barbare sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall´Unione europea” ha ribadito mercoledì scorso l´ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema della Repubblica islamica. Ma questi annunci carichi di orgoglio sembrano rappresentare proprio la necessaria risposta mediatica al paese, fortemente scosso all´inizio di ottobre dal crollo della sua moneta, il Rial che ha perso quasi il 40% del suo valore in pochi giorni sul mercato di libero scambio, provocando rabbiose manifestazioni a Teheran. Il declino del Rial ha, infatti, avuto un effetto concreto e devastante, molto più sentito delle altre sanzioni e dell´embargo bancario occidentale, avendo provocato un immediato e forte aumento dei prezzi di molti beni di consumo, accelerando notevolmente l´inflazione, che se ufficialmente è stimata nel mese di agosto al 27%, probabilmente in realtà potrebbe essere addirittura al doppio. Il tutto si inserisce, quindi, nel contesto più generale della crisi causata dall´embargo bancario occidentale, ormai in piedi da due anni, che ostacola il rimpatrio di petrodollari iraniani. Un effetto a catena che ha portato a registrare da parte dell´Opec un calo della produzione del petrolio che dai 3,5 è sceso a 2,7 milioni di barili. Le sanzioni hanno anche colpito molte delle industrie che importano materie prime o componenti: eclatante è il caso della Peugeot, il principale partner automobilistico dell´Iran, che ha visto diminuire la produzione del 42% e che da marzo ha del tutto sospeso le esportazioni, mettendo in crisi l´intera industria automobilistica che impiega oltre 500.000 persone, provocando licenziamenti e chiusure di stabilimenti, colpendo fortemente anche l´importante indotto. Anche se è difficile valutare con precisione l´impatto delle sanzioni sulla società iraniana, visto che i mezzi di comunicazione hanno l´ordine preciso di evitare la pubblicazione e osservare il silenzio sulle notizie contrarie agli interessi nazionali, il Fondo Monetario Internazionale, che opera sulla base di indicatori ufficiali, ha stimato un calo dello 0,9% del PIL nel 2012 e un aumento del 25% della disoccupazione tra il 2012 e il 2013. Il rapido deterioramento della situazione economica ha inevitabilmente ridato vita alle tensioni tra le fazioni conservatrici al potere e gli oppositori del presidente Mahmoud Ahmadinejad. L´Ayatollah Khamenei mercoledì scorso ha, infatti, denunciato pubblicamente che il recente crollo è stato amplificato da una cattiva gestione monetaria. Ma se da una parte i leader occidentali sperano che questa crisi induca l´Iran ad una maggiore flessibilità nelle trattative sul nucleare, ormai in stallo da circa tre anni, dall´altra la maggior parte degli analisti ritiene che essendo l´Iran un Paese ricco, molto ricco, la sopravvivenza del regime non è ancora minacciata: “La gente non è soddisfatta della situazione economica, ma anche con i proventi del petrolio dimezzati, il regime ha ancora abbastanza per sopravvivere ” sostiene Thierry Coville, dell´Istituto Francese di Relazioni Internazionali e Strategiche. Almeno a breve resta quindi improbabile lo scenario di un cambiamento interno, anche perché il governo, nonostante il mediatico supporto alle ‘primavere arabe’ nordafricane, non ha mai smesso di essere duro nei confronti di qualsiasi dissidenza interna. Amnesty International, in un recente rapporto, descrive infatti un inasprimento della repressione, come dimostra l´ondata di arresti nei mesi che hanno preceduto le legislative di marzo. Secondo l’organizzazione umanitaria, avvocati, studenti, giornalisti, attivisti politici, rappresentanti di minoranze etniche e religiose, artisti e quanti soprattutto hanno contatti fuori dal Paese, ad esempio con la stampa estera, sono stati arrestati o si trovano sotto strettissima sorveglianza. Formare un gruppo sui social media, costituire un’organizzazione umanitaria o anche il semplice aderirvi, esprimere opinioni diverse da quelle uniformemente accettate sono tutte azioni che pongono la persona a rischio di carcere. Particolarmente sorvegliata risulta la rete internet. Google è stato definito “uno strumento di spionaggio” mentre la nuova polizia informatica ha imposto ai proprietari degli internet café l’installazione di telecamere e la registrazione degli utenti che accedono al servizio. Un caso evidente della assoluta mancanza di libertà di espressione in Iran è quello di Javid Hutan Kian, l’avvocato di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana che rischia la lapidazione per adulterio, che si trova da oltre 20 mesi in gravi condizioni di salute nel carcere di Tabriz.

 

A febbraio Kian è stato infatti condannato in appello dal Tribunale di Tabriz a 6 anni di reclusione perché riconosciuto colpevole di “aver attentato alla sicurezza nazionale facendo propaganda contro la repubblica islamica e per aver infangato la reputazione del paese rilasciando interviste critiche nei confronti delle autorità iraniane ai media stranieri sul caso Sakineh”. Una motivazione che parla da sola e non necessita di alcun commento.

 

Ma senza alcun dubbio il nodo più importante e la questione che resterà centrale nel prossimo futuro resta quella nucleare. Un paio di anni fa per un articolo pubblicato da “Il Tempo” ho personalmente intervistato Patrick Moore, uno degli storici fondatori di Greenpeace che è passato dalla parte dei sostenitori dell´energia nucleare sostenibile, il quale non aveva nessun dubbio sul fatto che i piani di sviluppo iraniani fossero orientati all´utilizzo nucleare, cosa di cui sono convinti da tempo israeliani, americani e britannici, ed ora anche tutti gli istituti di ricerca indipendenti come per esempio l´autorevole ISIS l´Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale di Vienna, che solo una decina di giorni orsono ha pubblicato un rapporto in cui sostiene che l´Iran potrebbe produrre entro due-quattro mesi uranio arricchito di qualità militare a sufficienza per armare una ogiva nucleare. Nello stesso rapporto si precisa che sono necessari diversi altri mesi per fabbricare un prototipo di bomba, per effettuare test sotterranei ed ancora più tempo sarà necessario all´Iran per produrre un missile. Il nodo sta quindi arrivando al pettine e tutti sembrano ormai convinti che l´Iran potrebbe disporre di un arma atomica entro la prossima estate. Il presidente americano Barack Obama su questo tema è stato chiaro e durissimo nel suo ultimo discorso all´Assemblea generale delle Nazioni Unite: «L´Iran non avrà mai una bomba atomica». Ma la stessa identica durezza è stata espressa sul palco dell´Onu dal presidente iraniano Ahmadinejad: «Non accettiamo prediche sul nucleare da chi ha in arsenale migliaia di bombe atomiche». Una affermazione difficile da contrastare, un concetto che se fosse argomentato con razionalità potrebbe anche aprire una importante discussione nella opinione pubblica occidentale ma che finisce per scomparire sotto le macerie della logica quando il presidente iraniano addebita a forze occulte l´11 settembre, minaccia di cancellare dalle cartine geografiche Israele, parla a nome di Dio e annuncia “l´arrivo di un nuovo Gesù Cristo”.

 

Come abbiamo visto in questi giorni la questione iraniana ha un ruolo importante anche nella campagna per le presidenziali americane ed il gioco tra repubblicani e democratici è all´insegna di chi è più duro nei confronti di Teheran. Per il premier israeliano Benjamin Netanyahu: «Sta diventando tardi, molto tardi per fermare la minaccia militare iraniana». Persino per Angela Merkel «l´Iran è una minaccia per Israele e per il mondo intero», ma il cancelliere tedesco ritiene che siano ancora aperti canali per una soluzione politica della crisi. Anche per David Cameron occorre fare ogni sforzo diplomatico per risolvere la questione nucleare iraniana, ma Teheran è ormai da tempo al centro del mirino di Londra. Insomma, anche se, Israele a parte, apparentemente nessuno lo vuole, un attacco militare sull´Iran appare sempre più probabile ed ogni giorno più vicino. Ma questo rappresenta un vero dilemma per l´Occidente.

 

Quali saranno le conseguenze di una simile azione? Senza dubbio si tratterà di un attacco mirato per colpire i siti che potrebbero essere utilizzati per il piano nucleare militare nascosto, ma quale potrebbe essere la reazione iraniana? Se l´auspicio dei leader occidentali è quello di alimentare le opposizioni e causare la caduta del regime teocratico i conti potrebbero essere del tutto errati e l´effetto potrebbe paradossalmente essere quello opposto. Non bisogna dimenticare quello che successe allo scoppio della guerra Iran-Iraq nel 1980, quando l´invasione irachena compattò l´opinione pubblica iraniana e il patriottismo persiano vide repentinamente riuniti in un unico fronte per combattere il nemico comune gli islamisti al potere, i comunisti ed i militari dello scià. Il costo per impedire a Teheran di dotarsi dell´arma atomica potrebbe essere quindi davvero elevato e forse allontanare ancora di più dall´orizzonte la speranza di un medio oriente stabilizzato dove prosperino pace, sviluppo, libertà e democrazia. Ma il non agire potrebbe essere ancora più pericoloso. Non è infatti difficile immaginare che una teocrazia come quella da oltre trent´anni al potere nella repubblica islamica iraniana, convinta di agire in nome di Dio possa cadere nella tentazione di imporre la volontà divina per realizzare in terra giustizia, felicità, amore.

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