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India devastata dalla siccità

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Rompiamo il silenzio sulla crisi umanitaria nel Maharashtra: 10mila villaggi e milioni di persone alla fame

L’acqua potabile scarseggia, rovinati dalla moria di bestiame, affranti dal vedere le loro colture in appassimento, milioni di indiani sono alla fame. Sono le conseguenze di una siccità raramente registrata in questa misura nella storia di questa zona occidentale del Paese, un fenomeno aggravato dalla debolezza dei monsoni oltre che dalla negligenza e dalla corruzione.

La situazione è allarmante nel centro del Maharashtra, di cui Mumbai è la capitale, persino peggiore di quella del 1972, un anno record per la siccità. I serbatoi d’acqua non sono mai stati ad un così basso livello, e ogni giorno che passa si svuotano sempre di più. La causa sono gli ultimi due anni di piogge insufficienti.

Sono quasi 2.000 le autocisterne che cariche di acqua circolano in continuazione, facendo la spola tra i villaggi. La situazione è davvero drammatica per i milioni di persone che vivono nei diecimila villaggi della regione, come critica è anche la situazione del loro bestiame. Per cercare di limitare i danni, gli animali sono stati raccolti e concentrati in centinaia di campi temporanei, in attesa che il monsone attraversi il subcontinente indiano, tra giugno e settembre.

Christopher Mosè, il direttore di un caritatevole ospedale di Jalna, uno dei quartieri più colpiti, racconta come la siccità abbia devastato e portato alla disperazione popolazioni già normalmente svantaggiate. «Siamo alla carestia. Gli abitanti del villaggio non hanno da mangiare, hanno ormai da tempo e letteralmente raschiato il fondo del barile. I casi di malattie legate all’acqua sono in aumento, i problemi della fame e della malnutrizione sono già apparse in maniera evidente. Di fatto è già iniziata una catastrofe umanitaria».

E per la prima volta dalla sua nascita, l’ospedale fondato 117 anni fa potrebbe persino chiudere se non ricevesse urgentemente altre forniture di acqua necessaria al suo funzionamento.

Oltre sette indiani su dieci in questa zona vivono solo di agricoltura e per loro il monsone è vitale perché i due terzi della terra coltivata non è irrigato quindi dipendono interamente dalla pioggia. La siccità del 1972 aveva devastato i raccolti di grano causando il forte aumentato del prezzo dei prodotti alimentari di base. Il governo era dovuto ricorrere alle importazioni. La siccità degli ultimi due anni sta avendo lo stesso effetto.

L’anno scorso, il monsone è arrivato in ritardo in India occidentale, e le piogge di giugno, in genere il mese più piovoso, si sono sfortunatamente dimostrate insufficienti. Ma per comprendere la radice del male occorre, come al solito, fare un tuffo nelle piaghe dell’India, dove trionfa la corruzione e il nepotismo, con burocrazie locali accusate di sperperare il denaro pubblico. Sono tanti i progetti finanziati e mai realizzati. Secondo uno studio ufficiale, malgrado siano stati spesi miliardi di dollari a questo scopo la superficie irrigata nel Maharashtra negli ultimi 10 anni è aumentato solo dello 0,1%. Praticamente: nulla. Ma nella patria delle caste, la burocrazia è ancora più forte che altrove. Un rapporto del governo locale contesta infatti le statistiche e malgrado le tante accuse di corruzione che coinvolgono ministri le indagini penali sono ancora in corso e qualora sortissero effetto, sarà decisamente tardivo.

Paradossalmente, un forte monsone che causa inondazioni mortali, in questa zona è atteso con ansia, e sarebbe cruciale per milioni di agricoltori che dopo due monsoni deboli, stanno vivendo una situazione drammatica, aggravata dalla negligenza e dalla corruzione del governo locale.

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