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Il capo in esilio di Hamas in visita per la prima volta a Gaza

Oggi Khaled Mashaal, cittadino giordano, grazie al permesso accordato dal presidente egiziano Morsi è entrato per la prima volta nella Striscia di Gaza

Quella odierna è davvero una visita storica per Gaza, riguarda infatti il capo di Hamas in esilio, Khaled Mashaal.
Di solito per un esiliato si parla di ritorno a casa, ma questo non è il caso di Mashaal, che in realtà è un cittadino giordano, espulso nel 1999 dal suo paese, a lungo rifugiato in Siria ed ora in Egitto.

Anche se lo abbiamo visto annunciare la tregua nell’ultimo conflitto e inneggiare alla vittoria di Hamas, questa è la sua prima visita nella Striscia di Gaza da quando Hamas è al potere. Una visita resa possibile solo grazie alla disponibilità del presidente egiziano Morsi, il successore di Mubarak, che invece l´aveva sempre e fortemente ostacolata.

Khaled Meshaal, come dichiarato da fonti palestinesi, «arriva a Gaza per celebrare il 25 ° anniversario del movimento islamista palestinese, una occasione per congratularsi con i dirigenti e gli attivisti di Hamas che hanno affrontato la recente offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza».

«Quella contro di noi a Gaza è stata un’aggressione a tradimento, che ci ha costretto a difenderci – aveva dichiarato dal Cairo il leader di Hamas in esilio – Il risultato è che dopo 8 giorni, Dio ha tolto la mano dei sionisti dal nostro popolo a Gaza costringendoli a sottostare alle nostre condizioni e alle richieste della resistenza».

Khaled Mashaal, che ha anche avuto un ruolo importante nei negoziati per il rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit, nel 1997, quando era solo il rappresentante di Hamas in Giordania e ancora viveva nel suo Paese, fu oggetto di un tentativo di assassinio effettuato dal Mossad israeliano su disposizione del premier Benjamin Netanyahu. Secondo quanto riferì allora Newsweek, due agenti del Mossad, che entrarono in Giordania con passaporti canadesi, fecero irruzione nella casa dove dormiva e gli applicarono un veleno mortale sul collo. Le autorità giordane riuscirono ad arrestarli e Re Hussein di Giordania pretese da Netanyahu l’antidoto per salvargli la vita minacciando, in caso contrario, di impiccare i due agenti. Il clamore mediatico della vicenda e le pressioni del presidente americano Bill Clinton convinsero Netanyahu a consegnare l’antitodo. Gli agenti del Mossad furono quindi scambiati con lo sceicco Ahmed Yassin, uno dei fondatori e leader spirituale di Hamas, allora recluso nelle carceri israeliane.

Nell’agosto del 1999, alla vigilia di una visita in Giordania dal segretario di Stato americano Madeleine Albright, la polizia giordana emise un mandato di arresto per Khaled Meshaal, che alla fine fu espulso dal suo Paese e si rifugio in esilio a Damasco. Da quel momento fu molto attivo nello scenario politico mediorientale. Intrattenne sempre più stretti rapporti con l’Iran. L’intelligence israeliana venne anche a conoscenza di un incontro tra Meshaal e il Re Abdullah dell’Arabia Saudita. Mashaal nel frattempo diventato leader di Hamas, si rese protagonista di forti critiche indirizzate alla politica dell’ex presidente dell’Autorità palestinese, Yasser Arafat. Si rifiutò di eseguire l’ordine del cessate il fuoco contro Israele, anche se poi non mancò di partecipare ai funerali dello storico leader dell’OLP al Cairo, il 12 novembre del 2004.

Il 9 dicembre del 2005, Mashaal parlando ad una folla a Damasco dichiarò conclusa la tregua del 2005 e invitò il popolo palestinese a prepararsi al conflitto armato. Anche dopo la vittoria di Hamas alle legislative palestinesi del 2006 Mashaal confermò la politica dello scontro armato, dichiarando che Hamas non solo non aveva alcuna intenzione di disarmarsi ma che avrebbe cercato di unire le varie fazioni per formare un esercito unificato palestinese, un esercito che «avrebbe protetto il popolo palestinese contro l’aggressione». La prima dichiarazione in qualche modo distensiva, arrivò solo nel 2006, quando intervistato da un quotidiano russo dichiarò: «Se Israele riconosce i nostri diritti e si impegna a ritirarsi da tutti i territori occupati, Hamas e l’intero popolo palestinese porranno fine alla resistenza armata».

Pochi mesi dopo, ancora in esilio a Damasco, Mashaal respinse il piano presentato dal primo ministro israeliano Olmert, che fissava unilateralmente i confini israeliani: «Non è un piano di pace, ma una dichiarazione di guerra, che permetterà a Israele di restare in gran parte della Cisgiordania, di mantenere il muro e gli insediamenti, di rifiutare concessioni su Gerusalemme Est e di rifiutare il diritto al rimpatrio dei palestinesi».

Solo nel gennaio 2007, riconosce per la prima volta implicitamente l’esistenza dello Stato di Israele: «Rimarrà uno stato chiamato Israele, si tratta di un fatto. Il problema non è l’esistenza di un’entità chiamata Israele. Il problema è che non esiste uno stato palestinese». Khaled Meshaal a gennaio di quest’anno ha dichiarato di non voler succedere a se stesso, ritirando la sua candidatura alla guida di Hamas. Ma ora, con i Fratelli Musulmani al potere in Egitto e sull’onda dell’entusiasmo nella Striscia di Gaza, non è difficile prevedere che questa sua visita nell’enclave palestinese si trasformerà in un trionfale corteo, che potrebbe portarlo a rivedere la sua decisione.

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