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I Radicali italiani a Congresso

Marco Pannella

Fino a domenica a Chianciano: al centro dei lavori la situazione del sistema carcerario e la riforma della giustizia all’insegna della legalità costituzionale

 

 

L’unica vera e ben più drammatica “decadenza” da certificare è quella del progresso culturale e sociale italiano. La storia ci racconta infatti di un passato in cui la nostra democrazia era considerata all’avanguardia, vista nel mondo come un esempio da seguire di libertà e giustizia, di progresso sociale ed economico.

Un paese che pur essendo geo-politicamente al centro della guerra fredda vedeva i due grandi blocchi politici contrapposti affrontarsi in maniera civile all’insegna del diritto e della democrazia. Una nazione che si ritrovava unita di fronte alle questioni di fondamentale importanza, una democrazia parlamentare caratterizzata da un delicato ma efficace equilibrio tra i distinti poteri dello Stato, che  probabilmente lasciava molti colpevoli in libertà ma di certo nessun innocente finiva in galera.

All’opposizione c’era il PCI, il più forte partito comunista d’Occidente, al potere la Democrazia Cristiana, ma malgrado una Chiesa Cattolica decisamente più invadente di quella contemporanea, il nostro sistema ha compiuto diversi passi in avanti nel campo delle libertà, dei diritti civili e sociali: il voto ai 18enni, il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza sul servizio militare, per citare solo le più importanti conquiste raggiunte in quei decenni.

Oggi invece la nostra è diventata una nazione che si preoccupa e soffre d’insonnia quando rischia di incorrere nelle eventuali sanzioni per aver sforato dello 0,1% un dato statistico contabile concordato con l’Europa e che invece dorme sonni profondi di fronte ad una sentenza europea che giudica il nostro Stato colpevole di violare i diritti umani. Stiamo ovviamente parlando del giudizio emesso dalla Corte Europea dei Diritti Umani la cui sentenza in realtà non parla solo delle drammatiche ed inumane condizioni delle carceri, non parla solo di “tortura e di trattamenti degradanti e contro la dignità umana” ma punta il dito anche sulla carcerazione preventiva.

I dati ufficiali della amministrazione penitenziaria parlano infatti di circa 12mila persone recluse in attesa di giudizio. Una vergogna indicibile, una situazione inaccettabile per uno Stato che vuole continuare a dirsi democratico. A queste vanno aggiunte altre 12mila persone che non hanno ancora subito una condanna definitiva.  In aperta ed evidente violazione della nostra Carta costituzionale che chiaramente e senza ombra di dubbio invece stabilisce che vanno considerati a tutti gli effetti come “innocenti”. Persino in Iran non si finisce in galera dopo la sentenza di primo grado, ma occorre attendere una conferma in appello prima di finire in prigione e scontare la pena.

Quindi, pur essendo assolutamente certificato dalle stesse fonti ufficiali che in questo momento ben 24mila persone sono detenute in carceri, che per altro secondo la Corte europea sono fuori dalla legalità, tutti continuano a dormire e tranquillamente, sulla questione ci si gira e rigira, ma poi ci si occupa d’altro. Ventiquattromila non è un numero significativo ma è semplicemente vertiginoso. Con la giusta proporzione rispetto alla popolazione è come se in Cina ci fossero oltre mezzo milione di prigionieri innocenti.

L’amnistia, prima ancora di riguardare le persone detenute o di possibile futura reclusione, è quindi rivolta innanzitutto al nostro Stato, serve per far rientrare immediatamente la Repubblica Italiana nella legalità. Non è possibile continuare a tollerare che in uno stato di diritto si possa continuare a detenere persone in carceri che non rispondono ai criteri di legge e soprattutto non è possibile continuare a tollerare che continuino ad essere recluse delle persone che sono giuridicamente ancora innocenti.

La sentenza della Corte Europea sottolinea come «la violazione del diritto di beneficiare di condizioni detentive adeguate non è la conseguenza di episodi isolati, ma trae origine da un problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano, che ha interessato e può interessare ancora in futuro numerose persone” e che “la situazione constatata nel caso di specie è costitutiva di una prassi incompatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo»“.

Il presidente della Repubblica è intervenuto diverse volte su questa questione, ma finalmente lo ha fatto con forza e determinazione ricorrendo, per la prima volta, allo strumento del messaggio alle Camere: ««Rilevo che dal 1953 al 1990 sono intervenuti tredici provvedimenti con i quali è stata concessa l’amnistia (sola o unitamente all’indulto). In media, dunque, per quasi quaranta anni sono state varate amnistie con cadenza inferiore a tre anni. Dopo l’ultimo provvedimento di amnistia (d.P.R. n. 75 del 1990) – risalente a ventitré anni fa – è stata, approvata dal Parlamento soltanto una legge di clemenza, relativa al solo indulto (legge n. 241 del 2006). Le ragioni dell’assenza di provvedimenti di amnistia dopo il 1990 e l’intervento, ben sedici anni dopo tale data, del solo indulto di cui alla legge n. 241 del 2006, sono da individuare, oltre che nella modifica costituzionale che ha previsto per le leggi di clemenza un quorum rafforzato (maggioranza di due terzi dei componenti di ciascuna Camera), anche in una “ostilità agli atti di clemenza” diffusasi nell’opinione pubblica; ostilità cui si sono aggiunti, anche in anni recenti, numerosi provvedimenti che hanno penalizzato – o sanzionato con maggior rigore – condotte la cui reale offensività è stata invece posta in dubbio da parte della dottrina penalistica (o per le quali è stata posta in dubbio l’efficacia della minaccia di una sanzione penale). Ritengo che ora, di fronte a precisi obblighi di natura costituzionale e all’imperativo – morale e giuridico – di assicurare un “civile stato di governo della realtà carceraria”, sia giunto il momento di riconsiderare le perplessità relative all’adozione di atti di clemenza generale. Per quanto riguarda l’ambito applicativo dell’amnistia, ferma restando la necessità di evitare che essa incida su reati di rilevante gravità e allarme sociale (basti pensare ai reati di violenza contro le donne), non ritengo che il Presidente della Repubblica debba – o possa – indicare i limiti di pena massimi o le singole fattispecie escluse. La “perimetrazione” della legge di clemenza rientra infatti tra le esclusive competenze del Parlamento e di chi eventualmente prenderà l’iniziativa di una proposta di legge in materia. L’opportunità di adottare congiuntamente amnistia e indulto (come storicamente è sempre avvenuto sino alla legge n. 241 del 2006, di sola concessione dell’indulto) deriva dalle diverse caratteristiche dei due strumenti di clemenza. L’indulto, a differenza dell’amnistia, impone di celebrare comunque il processo per accertare la colpevolezza o meno dell’imputato e, se del caso, applicare il condono, totale o parziale, della pena irrogata (e quindi – al contrario dell’amnistia che estingue il reato – non elimina la necessità del processo, ma annulla, o riduce, la pena inflitta)».

Ben chiaro a Giorgio Napolitano anche il perdurante mancato rispetto della Costituzione della carcerazione preventiva: «La rilevante riduzione complessiva del numero dei detenuti (sia di quelli in espiazione di una condanna definitiva che di quelli in custodia cautelare), derivante dai provvedimenti di amnistia e di indulto, consentirebbe di ottenere il risultato di adempiere tempestivamente alle prescrizioni della Corte europea, e insieme, soprattutto, di rispettare i principi costituzionali in tema di esecuzione della pena».

Il presidente non nasconde, anzi evidenzia la necessità di «mettere mano a un’opera, da lungo tempo matura e attesa, di rinnovamento dell’amministrazione della giustizia. La connessione più evidente è quella tra irragionevole lunghezza dei tempi dei processi ed effetti di congestione e ingovernabilità delle carceri».

Onestamente occorre riconoscere che l’unico politico che si è sempre impegnato con la massima determinazione nella battaglia di civiltà che riguarda il sistema giudiziario e il sistema carcerario italiano, elementi essenziali e fondamentali della democrazia è Marco Pannella. La sua battaglia è stata però tutt’altro che premiata nelle urne. A fronte infatti di più o meno 10 milioni di voti ciascuno andati a Berlusconi, Bersani e Grillo, la sua lista Amnistia, Giustizia e Libertà ha segnato un minimo storico per i radicali, poco più di 60mila voti, ancora meno quindi degli oltre 70mila detenuti nelle carceri italiane.

Oggi si apre a Chianciano il XII Congresso dei Radicali italiani che naturalmente pone al centro dei suo lavori questo tema: Legalità costituzionale dietro le sbarre. Dalla condanna di Strasburgo al messaggio del Quirinale agli obblighi costituzionali gravanti sui poteri dello Stato. Il congresso dei Radicali italiani andrà avanti fino a domenica 3 novembre, interverranno anche  il ministro degli Affari Esteri Emma Bonino introdurrà l’intervento di Guy Verochfstadt, europarlamentare presidente del gruppo Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa.

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