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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

Giornalismo al servizio del pubblico interesse

Mentre l’America scopre che la Russia paga editorialisti per avere articoli favorevoli e due giornalisti si dimettono in diretta televisiva, crescono attenzione ed impegno per difendere il giornalismo d’inchiesta, baluardo della democrazia

Quanti sono i quotidiani oggi in Italia al servizio del pubblico interesse? Tutti, se consideriamo il ruolo che svolgono nell’informare la pubblica opinione. Nessuno se andiamo invece a considerare la proprietà di ogni singola testata. Inutile nascondersi dietro a un dito, in una epoca come quella che stiamo vivendo dove l’economia è divenuta unica e globale ideologia planetaria, cosa possono i singoli giornalisti o i codici deontologici di fronte alle esigenze e agli interessi economici che stanno dietro all’informazione?

Nulla. Questa è l’unica inconfutabile risposta, lucida e razionale, che ci ha spinto a dare vita, sull’esempio di altre iniziative simili che hanno avuto successo negli Stati Uniti, un paese dove malgrado la libertà di stampa abbia ben altre tradizioni è stata comunque avvertita l’esigenza di fare giornalismo nel pubblico interesse. L’altra considerazione assolutamente importante è che queste iniziative sono state rese possibili solo dalle nuove tecnologie, altrimenti non sarebbero mai potute nascere. Un bilancio che non deve sopportare il grande peso dei costi di stampa e di diffusione, alleggerito ulteriormente dalle grandi possibilità offerte dal telelavoro, può essere oggi affrontato anche senza avere alle spalle potentati economici e interessi politici di parte.

Non pretendiamo di essere una nuova voce, ce ne sono molte nel coro, e siamo perfettamente consapevoli quanto oggi le nuove tecnologie stiano radicalmente trasformando il mercato editoriale. Proprio questo scenario, a nostro avviso, crea le condizioni per dare vita ad uno spazio interattivo dove proporre al pubblico una selezione di notizie e commenti, aperti al “Citizen Journalism” per una rivoluzione importante come quella vissuta dall’Indipendente di Alexandre Dumas, nato per sostenere il processo dell’Unità d’Italia. La rivoluzione che ci porterà dalla democrazia rappresentativa del XIX secolo alla democrazia partecipativa del terzo millennio.

L’indipendenza della stampa è tornata negli ultimi mesi al centro dell’attenzione. Dopo lo scandalo delle intercettazioni che ha colpito il colosso multimediale di Murdoch, altre polemiche stanno alimentando la discussione anche in America.
L’ultimo caso riguarda diversi articoli che lodavano la Russia e pubblicati negli ultimi due anni dal sito web della CNBC e dall’Huffington Post, colonne apparentemente indipendenti ed espressione del libero pensiero di professionisti, erano in realtà opinioni sollecitate dal governo russo, attraverso la sua società di pubbliche relazioni, Ketchum.

Gli articoli tessevano le lodi del governo russo, artefice di una “strategia di modernizzazione ambiziosa” e di applicare “leggi volte a tutelare il miglioramento dell’attività economica e di ridurre la corruzione”. Uno dei pezzi pubblicati da CNBC scritto da un dirigente di una banca d’affari moscovita, chiude affermando che “la Russia potrebbe diventare il paese più dinamico del continente”. Non c’è niente di insolito o illegale nel lavoro della Ketchum, una società di pubbliche relazioni impegnata proprio nel curare l’immagine della Russia nel mondo. Spesso criticata per violazioni dei diritti umani e per la corruzione dilagante, la Russia paga profumatamente il lavoro di pubbliche relazioni. Dalla metà del 2006 alla metà del 2012, la Ketchum sembra abbia ricevuto quasi 23 milioni di dollari. Di questi un milione per commissioni e spese sostenute per il governo russo mentre ben 17 milioni provengono da Gazprom, il colosso russo dell’energia che è controllato dallo stato. Da parte sua la Ketchum ha dichiarato che quando l’impresa corrisponde importi o interagisce con esperti e media precisa sempre e chiaramente che rappresenta gli interessi della Federazione Russa. Quello che sorprende e fa notizia è come questa sia riuscita ad ottenere un posizionamento editoriale di questo tipo, una prassi ben nota alle nostre latitudini ma fino ad oggi considerata insolita nel giornalismo anglo-sassone. Infatti, quello che i lettori dell’Huffington Post e l’audience della CNBC non sapevano – ma lo sapeva il Dipartimento di Giustizia – è che le colonne sono state pubblicate a pagamento dalla società di pubbliche relazioni, in applicazione di un contratto con il governo russo che aveva l’obiettivo di promuovere la Russia come luogo favorevole per gli investimenti esteri. In almeno un caso, è stato accertato che un subappaltatore della Ketchum allungò la mano verso uno scrittore che offrì le sue colonne sui media. L’autore, Adrian Pabst, docente di scienze politiche all’Università del Kent, ha dichiarato che ha espresso le sue personali opinioni senza rimanere influenzato dalla Ketchum. Il portavoce della CNBC, ha precisato che i pezzi sono stati pubblicati sulla sezione che ospita i Blog, rifiutando di rilasciare altri commenti o di rispondere a domande. Il portavoce dell’Huffington Post ha invece dichiarato che la colonna pubblicata dalla Ketchum non ha violato la politica del sito. Legalmente, visto che l’operazione è stata preventivamente segnalata anche al Dipartimento di Giustizia, tutto è quindi in regola, ma la questione ha rilanciato l’allarme sull’indipendenza della stampa. Sulla questione sono infatti intervenuti diversi editori e giornalisti che hanno deprecato la leggerezza nell’uso dei publi-redazionali, che spesso nascondono conflitti di interessi e traggono in inganno i lettori. Il portavoce dell’Huffington Post, Rhoades Alderson, ha detto che la loro politica è quella di richiedere ai blogger di rivelare qualsiasi conflitto di interessi legato all’oggetto di cui stanno scrivendo: “L’obiettivo del lavoro dei redattori del nostro blog è quello di assicurare che tutti i nostri articoli abbiamo un valore aggiunto per i nostri lettori”. Insomma, il gioco è complesso è diventa sempre più difficile per i lettori scoprire chi si nasconde dietro il sipario. Questo caso segue a quello che fece scalpore lo scorso anno: un caso che vide protagonista la società di pubbliche relazioni Burson-Marsteller che mentre aveva in corso un contratto con Facebook diede risalto alle efficaci critiche del blogger dell’anno, autore di forti critiche alle norme di Google sulla privacy.

Poi sono arrivate le dimissioni in diretta di due conduttori di un telegiornale americano. Cindy Michaels e Tony Consiglio, due giornalisti dipendenti della Abc Seven, dopo la lettura del telegiornale si sono dimessi in diretta in aperta protesta contro “il giornalismo di parte che la direzione richiederebbe loro di fare”.

Un gesto decisamente coraggioso che difficilmente sarà emulato alle nostre latitudini dove prevalgono comportamenti ben diversi. Nel nostro Paese, infatti, quando qualche articolo urta o semplicemente da fastidio ai potentati vengono licenziati in tronco direttamente i direttori, figuriamoci se questo possa non incidere sulla libertà dei giornalisti. Da noi quindi vige la cosiddetta “autocensura”. Nessuno infatti ti dice che non “devi”, lo si sa e basta.

Uno dei casi più recenti risale allo scorso aprile, quando il gruppo Riffeser licenzia il direttore de La Nazione Mauro Tedeschini. Il comitato di redazione parla di “pressioni di una lobby politica e bancaria”. Qualche mese dopo, intervistato dalla trasmissione Report di Milena Gabanelli, puntata dedicata al Monte dei Paschi di Siena, l’ex direttore de La Nazione Mauro Tedeschini dichiara: «Avevo un giornale che stava andando molto bene, in un mercato in grande calo. All’improvviso ero sul Frecciarossa diretto a Bologna, ho ricevuto una telefonata dall’editore che mi comunicava che un articolo uscito in cronaca di Siena, un articolo in cui si riferiva di un comunicato ufficiale della fondazione Monte dei Paschi, aveva fatto irritare profondamente il sindaco di Siena che è un po’ l’azionista di riferimento, diciamo, del mondo bancario senese. E tutto questo ha fatto sì che l’editore mi dicesse che dovevo passare dalla sede dell’azienda nel gruppo poligrafici, che controlla anche la Nazione, a Bologna, dove c’era una cosa per me. E questa cosa per me era una lettera di licenziamento in tronco, del tutto inusitata».

Quello di Tedeschini è un caso eclatante, ma rappresenta solo la punta di un iceberg. In realtà episodi simili avvengono molto più spesso, ma non vengono alla luce. Infatti, accordi economici tra editore e direttore permettono quasi sempre di presentare il cambio di direzione come semplice avvicendamento. E l’autocensura impera.

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