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Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

Gerard Depardieu e l’ipocrisia fiscale

depardieu

Il celebre attore diventato cittadino russo diserta l’udienza parigina dove doveva comparire davanti al giudice per rispondere dell’accusa di guida in stato di ubriachezza

Era tornato a fine novembre sugli altari della cronaca per un altra, ennesima lite di strada, quando era a bordo del suo scooter tra le strade parigine. Ma nessuno poteva immaginare quello che sarebbe poi accaduto. Il famoso attore francese è stato infatti preso di petto ed attaccato direttamente dai vertici dello Stato francese.

Il primo ministro Jean-Marc Ayrault, aveva definito l’attore “patetico” quando si è scoperto che, a fronte delle nuove misure fiscali adottate dal Governo socialista, che alzavano al 75% l’aliquota per chi dichiara redditi superiori al milione di euro, Depardieu, che aveva apertamente sostenuto Sarkozy, aveva scelto, per così dire, “l’esilio fiscale”, trasferendo la sua residenza nel vicino Belgio.

Nel vedersi appellato pubblicamente con il termine di “minable”, Depardieu non ha per nulla tollerato di essere apostrofato come meschino ed ha “restituito” il suo passaporto francese accompagnandolo con una lettera aperta estremamente polemica.
Gerard Depardieu infatti è tutt’altro che un evasore fiscale, ed ha versato all’erario francese grazie ad una strepitosa carriera di successo ben 145 milioni di euro di tasse. Ha quindi attaccato la Francia accusandola di sanzionare il successo, la creatività e il talento.

Quella di Depardieu non è certo una novità. Il numero dei contribuenti che dichiara oltre un milione di sterline di reddito annuo è infatti calato nel Regno Unito del 60% tra il 2010 e il 2011, proprio in conseguenza dell’aumento dell’aliquota più alta, passata dal 40 al 50%. Negli Stati Uniti nel 2011 il numero di persone che ha scelto di rinunciare alla cittadinanza o alla residenza per ragioni fiscali è invece cresciuto del 16% nel 2011, ma se andiamo a guardare i dati del 2008 arriviao al 671%.

E tra i protagonisti di questi esodi fiscali non mancano certo i famosi. Per restare in Francia basta citare Bernard Arnault, l’uomo più ricco di Francia ha infatti chiesto molto prima di Depardieu la cittadinanza belga, mentre per parlare del nostro Paese, basta citare Marchionne, il capo della Fiat che risiede fiscalmente in Svizzera.

I primi famosi esiliati dal fisco, furono i Rolling Stones, nell’ormai lontano 1971 quando lasciarono Londra per la Costa Azzurra, ma potremmo narrare anche di Rod Stewart, Cat Stevens, David Bowie, Phil Collins, Bono Vox. Dall’attore Sean Connery al pilota di Formula 1 Lewis Hamilton, l’elenco degli esuli sarebbe lunghissimo. In tutti questi casi polemiche non sono mancate, ma nessuno di questi paesi civili ha considerato questa questione come “evasione fiscale”.

In Italia invece dovremmo parlare di Sofia Loren, che fu addirittura incarcerata, fino a Luciano Pavarotti e Valentino Rossi, dipinti come “evasori fiscali” solo perché avevano eletto all’estero la loro residenza fiscale.

Quindi, pur se nessuno si è permesso di accusarlo di evasione fiscale, il caso di Depardieu ha destato comunque un enorme clamore. La Francia si è divisa, e la questione ha tenuto banco, praticamente ogni giorno, su televisioni e giornali.

Mentre Depardieu aveva messo in vendita la sua stupenda casa parigina e si era trasferito a casa di amici in Belgio, sulla questione intervenivano con giudizi categorici anche molti opinion maker italiani.

«A mio parere Depardieu – scriveva infatti sul suo blog il 16 dicembre Gad Lerner, definendo l’attore come ex cittadino francese disonorato – merita solo di essere preso alla lettera: non so se sia legalmente possibile, ne dubito, ma la plateale sua indifferenza all’esigenza di redistribuire la ricchezza in un momento di crisi – pur senza espropriare o tanto meno lasciare sul lastrico nessuno – merita solo la pubblica riprovazione. Simbolicamente egli ha disonorato la cittadinanza della Republique che si fonda su Liberté Egalité Fraternité».

Ma mentre il sindaco della piccola cittadina belga di confine si vestiva da Asterix, il primo ministro russo Dmitri Medvedev, ha subito ribadito l’invito all’attore francese a stabilirsi in Russia: «Da oi l’imposta sul reddito è del 13% e non cambierà mai». Una dichiarazione subito rafforzata da quella del presidente russo Vladimir Putin che confermava la sua immediata disponibilità a concedere il passaporto russo a Depardieu: «Se Gerard vuole davvero avere un permesso di soggiorno o un passaporto russo, si tratta di un affare fatto».

La questione è tornata all’ordine del giorno quando la Corte Suprema francese ha bocciato la misura fiscale del governo socialista. Ora, il governo la dovrà ripresentare, perché costituzionalmente questo tipo di imposta straordinaria deve essere emanata sui nuclei fiscali e non sulle singole persone fisiche. Ma Depardieu su questo non si è pronunciato.

«Putin mi ha già mandato il passaporto» avrebbe detto l’attore ad alcuni amici, citati in un articolo del prestigioso quotidiano francese “Le Monde”, ma come abbiamo tutti scoperto, il passaporto l’attore è dovuto andarselo a prendere in Russia. Dopo un affettuoso abbraccio con il presidente Putin, e una amichevole cena nella residenza del presidente russo a Sochi, sul Mar Nero, Depardieu è stato accolto come un eroe il giorno dopo in Mordovia, dove il governatore Vladimir Volkov, gli ha offerto una casa e il ministero della cultura di questa repubblica che fa parte della Federazione russa.

Ieri, ospite della FIFA, l’attore francese è arrivato in Svizzera, dove a Zurigo ha partecipato in prima fila alla cerimonia di consegna del Pallone d’Oro. L’attore, che a quanto pare in Russia non ha mai parlato prima di aver allontanato i giornalisti francesi, è apparso pietrificato quando ha preso la parola il direttore della prestigiosa rivista France Football. La prima parola è stata infatti “Io sono ricco” ed è stata pronunciata dal direttore rivolgendo il suo sguardo proprio in direzione di Depardieu. La parola “Ricco” seguita da una pausa, ripetuta almeno un paio di volte ha creato una grande suspence, ed ha fatto temere il peggio. Ma il sorriso è esploso sulla faccia di Depardieu quanto il direttore di France Football ha finalmente declamato: «Io sono ricco grazie alle emozioni che mi hanno ragalato i suoi film».

Questa mattina Depardieu si sarebbe dovuto presentare di fronte al giudice a Parigi per rispondere all’accusa di aver guidato in stato di ebbrezza, ma non si è presentato. Sta passando la sua giornata in Montenegro, ma sembra che la visita non abbia nulla a che fare con la sua cittadinanza. Quello che invece sembra sicuro è che Depardieu desideri ottenere anche la cittadinanza Belga.

A differenza di Gad Lerner, cerchiamo di non emettere facili e banali sentenze. Quindi rispettiamo il suo pensiero, visto che ogni persona può esercitare il sacrosanto diritto di esprimere il proprio pensiero. Ma proprio questo concetto dovrebbe portare alla ragionevole conclusione che anche Depardieu abbia questo diritto e non solo quello di contestare un norma. Una norma che impone di versare all’erario i tre quarti dei propri guadagni. Lasciare ad un cittadino solo un quarto di quanto legittimamente ha guadagnato con il suo lavoro, può certamente essere contestato quale esempio di libertà e tanto meno di uguaglianza.

Ma quello che è ancora più importante è che la libera circolazione delle persone è uno dei principi fondamentali dell’Unione europea. Ridicolo e persino assurdo volerla limitare e sottoporre a giudizio morale. Questo si che è becero populismo.

D’altronde, Nichi Vendola ha dichiarato in questi giorni di voler mandare all’inferno i super ricchi. A nostro avviso, infernali sono invece i sistemi politici che hanno voluto cancellare la ricchezza personale, e che hanno livellato la società verso il basso. Per fortuna la storia ha testimoniato il loro fallimento. Sono i sistemi che hanno provato ad imporre questo tipo di nefasta e falsa uguaglianza ad essere diventati “inferno” in terra. Assassini delle libertà che certo non hanno favorito alcuna fratellanza.

Il presidente Monti, anche se in campagna elettorale sta rinnegando molto del suo dogmatico rigore, a più riprese ha parlato della lotta all’evasione come di una guerra di civiltà. Ebbene, è decisamente “diabolico” dipingere come guerra di civiltà questa questione e soprassedere alle disumane condizioni delle carceri italiane.

La Corte dei diritti umani di Strasburgo oggi non ha infatti condannato l’Italia per il problema dell’evasione fiscale, ma perché giudica non compatibile con la Convenzione europea le condizioni di sovraffollamento delle carceri italiane. L’Italia di fatto ha lasciato evadere oltre frontiera il diritto e la civiltà, esiliato la libertà ed i diritti umani. La Corte di Starsburgo ha parlato espressamente di violazione della dignità umana. Professore, questa è una battaglia di civiltà, non quella “populista” che lei ci vuole propinare.

Per tornare in Italia e sul fronte dell’evasione, diamo un rapido sguardo alla vicina Confederazione Elvetica. Non ha la Guardia di Finanza, unicum al mondo di polizia tributaria armata e militarizzata. Non impone l’emissione degli scontrini fiscali. Vede i Cantoni in concorrenza tra loro in gara a chi applica le aliquote più basse, a volte fino a 10 volte inferiori alle nostre. Esonera dalle tasse statali (federali) tutti i cittadini che guadagnano fino a 30mila franchi l’anno (circa 24.815 euro l’anno). Non dovrebbe essere il regno dell’evasione fiscale ed avere conti pubblici disastrosi?

Ebbene la situazione è esattamente opposta. Oltretutto, a differenza degli svizzeri, noi sperperiamo miliardi e miliardi di euro e milioni e milioni di ore lavoro, nel perpetuare una rapporto tra cittadino e amministrazione fiscale, che non è medievale, ma semplicemente fascista.

Infatti mentre in Svizzera è stabilito fin da tempi antichi che chiunque sappia leggere e far di conto, possa da solo compilare la dichiarazione dei redditi, che in quel paese, come in America d’altronde, è un foglietto di quattro pagine dove in maniera semplice ed elementare si indicano entrate e uscite e si tirano le somme, noi bruciamo ogni anno sull’altare della più ottusa burocrazia enormi risorse economiche ed umane.

La normalità è infatti considerata quella che nessun cittadino italiano sia in grado di compilare la propria dichiarazione dei redditi da solo, figuriamoci le imprese. Ed a tutti appare normale dover spendere dei soldi per farsi assistere da professionisti del settore.

Non è normale. E questo dovrebbe indignare Gad Lerner. Questo dovrebbe considerare diabolico e da mandare all’inferno Vendola.

Normale è invece che nell’Europa unita, ogni cittadino possa scegliere liberamente dove vivere, dove lavorare, cambiare idea e trasferirsi ogni volta che lo desideri e naturalmente eleggere dove meglio crede la sua residenza fiscale. Solo una radicale riforma del rapporto tra cittadino e fisco sarebbe un vero passo in avanti di civiltà.

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