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Don Zerai accusa: interpreti e intermediari sono infiltrati del regime eritreo

Don Mussei Zerai

Il sacerdote lamenta le difficoltà per il riconoscimento dei cadaveri e denuncia i rischi di ritorsione per i famigliari di vittime e sopravvissuti del drammatico naufragio del 3 ottobre

In una conferenza stampa svoltasi a Roma, il sacerdote eritreo Don Mussie Zerai direttore dell’Associazione umanitaria “Habeshia”, ha denunciato pubblicamente il fatto che diversi traduttori e intermediari eritrei che operano con le autorità italiane in merito alla questione dei morti e dei sopravvissuti al drammatico naufragio del 3 ottobre in Sicilia, sono spesso degli infiltrati del regime del presidente Isaias Afeworki.

«Alcuni traduttori sono in realtà dei militari – ha denunciato il sacerdote – Queste persone sono venute a raccogliere nomi e dati sensibili, ma sono quì anche per difendere il regime oltre a diffondere disinformazione sostenendo che queste persone hanno lasciato il loro paese solo per motivi economici».

«Questi dati rischiano – secondo don Zerai – di essere usati dal regime per incarcerare innocenti, per effettuare confische in danno delle famiglie di coloro che sono fuggiti e nel migliore dei casi per erogare multe a famigliari e parenti. Abbiamo riportato alcuni nomi di questi mediatori alla prefettura di Agrigento, tra i quali ci sono anche attivisti del partito unico eritreo, ma non abbiamo avuto alcuna risposta».

Il sacerdote ha anche parlato delle difficili condizioni in cui sono avvenuti i riconoscimenti dei 50 corpi identificati dai familiari: «i corpi erano sparsi nei cimiteri della Sicilia, una donna che veniva dalla Germania ha impiegato una settimana per trovare la tomba di suo nipote».

A proposito del naufragio, il sacerdote eritreo ha deplorato il fatto che non sia stata aperta alcuna indagine sulla presenza di due navi che nel mezzo di quella drammatica notte avrebbero potuto salvare diverse vite: «vicino al naufragio c’erano due barche non identificate che se ne sono andate mentre i naufraghi gridavano aiuto». Su questo aspetto il sacerdote ha raccolto undici testimonianze dei sopravvissuti. «Con i nostri avvocati vedremo cosa possiamo fare legalmente per sapere quali erano queste due barche». Per quanto riguarda il motivo per il quale non sono intervenute in salvataggio, il sacerdote critica apertamente le normativa italiane: «Il rifiuto di salvare delle vite è probabilmente il risultato della paura di essere accusati di aver favorito l’immigrazione clandestina».

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