Pages Navigation Menu

Il giornalismo al servizio del pubblico interesse

Democrazia limitata

voto

Malgrado le tante ferite inferte alla sovranità popolare dalle urne italiane potrebbe emergere un sussulto vitale in grado di invertire la tendenza

Gli speculatori hanno di nuovo puntato gli occhi sull’Italia. Non conoscono ancora i risultati ma sperano ardentemente che questi getteranno ombre sulla stabilità e la governabilità del Belpaese. I mercati finanziari non cercano la fiducia, aspettano solo occasioni di guadagno. Quando le quotazioni sono stabili c’è davvero poco da guadagnare, solo di fronte ad oscillazioni importanti si può scommettere, vendere o comprare titoli allo scoperto ed ottenere utili.

Già dalle ore 6 di questo mattino tutte le agenzie internazionali confermano che gli squali della finanza sono pronti ad approfittare della situazione. Punteranno al ribasso, venderanno allo scoperto e guadagneranno lautamente non appena la BCE inizierà a comprare i titoli del nostro debito sovrano. Durerà diverse settimane, il tempo necessario per la formazione del nuovo governo, forse fino all’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Ma tutto questo è inevitabile? Certamente no, si potrà evitare quando la politica, non solo quella italiana ma quella europea, avrà la forza di imporre la propria volontà ai mercati finanziari. Come normalmente avviene da Washington a Londra, da Tokyo a Camberra e Brasilia, solo quando anche a Bruxelles a decidere le regole del gioco ed arbitrare la partita sarà la sovranità popolare le cose cambieranno. L’Europa dall’inizio della crisi ha destinato al sistema finanziario ben 5mila miliardi di euro, dal 1008 al 2012 oltre la metà di tutto il debito pubblico dei 27 paesi membri messi insieme, i due terzi dell’intero debito pubblico dei 17 paesi che hanno adottato l’euro.

Mancano ancora poche ore alla chiusura delle urne, desidero rispettare il silenzio elettorale quindi mi asterrò dall’esprimere opinioni che riguardino direttamente i simboli elettorali o gli schieramenti in campo. Sono quindi considerazioni generiche, non per questo meno importanti. Riguardano la democrazia, praticamente inesistente nelle istituzioni europee, profondamente limitata negli ultimi anni anche nel nostro paese.

Nell’ultimo ventennio sono state infatti inferte laceranti ferite alla nostra democrazia. La prima è stata la revisione dell’immunità parlamentare che ha letteralmente “azzoppato” l’azione politica del singolo rappresentante del popolo, limitando notevolmente la sua libertà e indipendenza. Più avanti l’espressione della volontà popolare è stata ulteriormente limitata, togliendo al cittadino elettore la possibilità di esprimere la sua preferenza sulla singola personalità a cui voleva delegare la proprio rappresentanza in Parlamento. Violando palesemente la Costituzione è stato vietato ai soli cittadini di conoscere i sondaggi elettorali a ridosso della votazione, sondaggi che non sono stati vietati, sondaggi che vengono visti e analizzati dai leader politici, dalle segreterie dei partiti, dai membri degli staff della campagna elettorale e naturalmente dai giornalisti, ma la loro conoscenza viene vietata ai soli elettori. In nome della governabilità sono stati successivamente introdotti i cosiddetti sbarramenti elettorali che unitamente ai premi di maggioranza alterano significativamente la rappresentanza popolare. Limitano notevolmente idee politiche e culturali che pur essendo minoritarie rifletterebbero nella giusta proporzione posizioni che concretamente esistono nel Paese e contemporaneamente falsano la rappresentanza aumentano il peso politico delle idee che vanno per la maggiore. La volontà popolare è stata più volte e manifestamente calpestata quando per esempio un referendum popolare ha abrogato il “finanziamento pubblico” ai partiti, alla faccia delle urne e della sovranità popolare gli eletti sono ricorsi all’artificio ed hanno elaborato il “rimborso elettorale” continuando a finanziare con il denaro pubblico le loro attività pubbliche, e spesso anche le proprie esigenze personali.

A fronte di tutto questo, come meravigliarsi se da questa tornata elettorale emergerà prepotentemente la volontà di superare la democrazia rappresentativa. Limitare la democrazia in nome della stabilità e della governabilità è stata una scelta fallimentare nella stessa identica misura delle politiche di rigore e di austerità. Entrambe hanno profondamente minato il rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni.

L’Italia e l’Europa sono in crisi, ma prima ancora che economica la crisi è morale. Come in nessun altro luogo al mondo, in Europa la crisi ha indebolito la politica, i leader hanno pasticciato con i burocrati che li circondano e si sono preoccupati non dell’economia ma del sistema finanziario. Ne sono diventati succubi, hanno guardato alla realtà condizionati dalle esigenze del mercato, hanno smesso di pensare all’Europa dei Popoli, invece di vederci come cittadini ci hanno considerati solo come consumatori. L’Europea, dopo aver compiuto con la moneta unica il primo grande passo verso l’Unione Europea è tornata indietro di anni, ha mantenuto solo il nome ma di fatto è tornata ad essere solo una Comunità Economica, la vecchia e obsoleta CEE.

Il risultato delle urne farà guadagnare altri denari agli speculatori, aumenterà di qualche miliardo il costo del debito pubblico. Un effetto assolutamente inevitabile ma decisamente sopportabile. Non lasciatevi influenzare dai mezzi di comunicazione. Una informazione al servizio del pubblico interesse dovrebbe spiegare che questa reazione dei mercati è assolutamente prevedibile e non rappresenta un grave problema. Anzi è un piccolo costo da pagare volentieri considerando il fatto che riporterà la politica ad occuparsi degli interessi generali, prima in Italia e poi in Europa.

Nel suo ultimo libro, Paul Krugman, professore emerito di Princeton e premio Nobel di economia, lancia un appello: «Tirateci fuori da questa crisi… adesso!». E in questo imperativo, in questo punto esclamativo, in questo «adesso», si sente chiaramente il sentimento di urgenza e di esasperazione di un uomo che pensa che «l’orgoglio e i pregiudizi rendano i dirigenti incapaci di vedere ciò che dovrebbe essere limpido». Bisogna abbandonare la politica di austerità, lottare in priorità contro la disoccupazione e le disuguaglianze e aiutare le popolazioni in debito. Lottare contro la “trappola della liquidità”, evitare il “credit crunch”, non dimenticare che una politica di uscita dalla crisi deve avere come primo obbiettivo quello di abbassare in un primo tempo il valore del debito anziché rimborsarlo.

Mi auguro, anzi sono convinto che dalle urne scaturisca un sussulto di democrazia, quello del popolo sovrano.

Rispondi