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Cresce il pericolo di una recessione globale

Offuscate le previsioni sullo scenario dell’economia mondiale, minacce crescenti dalla Cina e dai grandi paesi emergenti, ma anche dall’Europa, dove una eventuale Brexit potrebbe causare gravi danni

«Non ci sono più margini di errore» ha dichiarato l’americano Maurice Obstfeld, capo economista del Fondo Monetario Internazionale che chiede ai governi «azioni immediate».
Dal 3,1% del 2015, secondo le nuove proiezioni del Fondo Monetario presentate nella riunione di primavera in corso a Washington questa settimana, il prodotto interno lordo (PIL) del mondo nel 2016 dovrebbe aumentare solo al 3,2% e al 3,5% nel 2017.
A sei anni dalla la crisi finanziaria, il FMI è particolarmente preoccupato dal micidiale cocktail che influenza l’economia a livello mondiale: la caduta dei prezzi delle materie prime, la difficile transizione cinese, il debole traino dei mercati emergenti e le difficoltà dei paesi sviluppati.

Una nuova recessione globale non è ancora in calendario, ma potrebbe pericolosamente affacciarsi se le attività economiche continueranno a deteriorarsi.

Il FMI ammette in questa relazione intermedia che «Una crescita così debole dell’economia globale causerebbe nuove scosse ed aumenterebbe il rischio di recessione» .

Ancora una volta, i grandi paesi emergenti rappresentano le maggiori preoccupazioni con le loro prospettive di crescita più basse da due decenni. Con una crescita prevista del 6,5% la Cina dovrebbe tenere bene quest’anno, ma la sua perdita di appetito per le materie prime, insieme alla caduta dei prezzi del petrolio che viene fortemente sentita nei paesi d’esportazione, preoccupano fortemente.

Il FMI avverte anche che il passaggio di Pechino verso un’economia maggiormente basata sui consumi potrebbe rivelarsi “meno dolce” del previsto, con il rischio di creare nuove importanti turbolenze finanziarie.

Anche gli altri grandi paesi emergenti hanno la spia rossa che lampeggia: dal Brasile immerso in una grave crisi politica e finanziaria, alla Russia colpita dalle sanzioni per l’Ucraina, potrebbero entrambe sprofondare nella recessione con contrazioni rispettivamente del 3,8% e dell’1,8%.

I paesi sviluppati stanno facendo meglio, ma la loro crescita si è decisamente “ammorbidita” dalla fine del 2015 mentre l’eredità della crisi finanziaria continua a “rallentare la ripresa”.

Venti contrari significativi legati all’aumento del dollaro ed al calo di investimenti nel settore energetico rappresentano un “peso per la crescita degli Stati Uniti” mentre secondo le previsioni anche per il Giappone nell’anno prossimo si prospetta la caduta in recessione.

Per l’area euro le prospettive si offuscano per lo spettro di un’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. «La Brexit potrebbe causare gravi danni regionali e globali» avverte Obstfeld a due mesi e mezzo del referendum che vedrà gli inglesi decidere se lasciare o no l’Unione Europea. Il primo ministro britannico David Cameron, che sta conducendo una campagna per il mantenimento del suo paese in Europa, si è dimostrato d’accordo con il FMI ed ha subito twittato: «Lasciare l’UE presenterebbe rischi importanti per l’economia del Regno Unito».

Il Fondo Monetario ha anche segnalato gli altri rischi, meno economici, che pesano sulla ripresa. I conflitti, i cambiamenti climatici, le epidemie sanitarie e gli attacchi terroristici, fattori che se non hanno nessuna risposta dalle autorità competenti, possono avere un impatto significativo sull’attività globale.

Le preoccupazioni del FMI assumono un carattere del tutto politico quando affrontano temi come la crisi sui migranti in Europa: «La Grecia deve fare i conti con l’afflusso di rifugiati mentre è già immersa in una grave crisi economica. Atene dovrebbe poter beneficiare di maggiore “flessibilità” e di un più “ampio sostegno” dagli europei». Il FMI è infine anche preoccupato per l’aumento di retorica protezionistica in Europa, ma anche negli Stati Uniti, come dimostrano le posizioni del pretendente alla Casa Bianca Donald Trump. La conclusione è questa «Una bassa crescita rafforza il trend al ribasso su se stessa e favorisce le politiche nazionaliste».