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Combattere l’infibulazione

Oggi il Comitato per gli Affari Sociali, Culturali ed umanitari dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato formalmente il testo di Risoluzione dal titolo “Intensificare gli sforzi globali per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili”

Quando si chiude una porta, si apre un portone. Non sempre questo si avvera, ma questa volta il detto è stato confermato. La porta l’aveva chiusa la settimana scorsa il tribunale di Verona che aveva assolto i genitori di due bimbe che erano stati condannati in primo grado nel 2006 quando per la prima volta in Italia era stata applicata la cosiddetta legge anti-infibulazione. La Corte d’Appello, le cui motivazioni si conosceranno in dettaglio più avanti, ha comunque accolto la tesi dei genitori delle bimbe, secondo i quali il fattore culturale avrebbe avuto un peso notevole nella vicenda. La Corte ha ritenuto che il fatto non sussiste perché si sarebbe trattato di un rituale simbolico e nello specifico non ci sarebbe stata né mutilazione, né infibulazione, ma piuttosto una lesione. Infatti, la madre che aveva invece praticato l’infibulazione non ha mai presentato ricorso e resta quindi condannata, ma certo è difficile comprendere come anche il solo aver inferto una lesione ai genitali della propria figlia possa essere considerato non degno di una condanna, seppur simbolica o comunque lieve proporzionalmente alla lesione. La prima impressione che solo quando si leggeranno le motivazioni della sentenza, potrà speriamo, essere rivista, è quella che questo episodio abbia sbattuto la porta in faccio alla battaglia che invece qualche giorno dopo a visto spalancarsi il portone delle Nazioni Unite.

Dopo innumerevoli tentativi, finalmente l’Assemblea delle Nazioni Unite ha adottato una prima risoluzione contro le Mutilazioni Genitali Femminili. Una strada difficile, una battaglia che più volte è sembrata inutili e disperata proprio perché queste pratiche fanno parte di molte culture. Le cifre sul fenomeno delle mutilazioni genitali femminili sono infatti davvero impressionanti. Secondo l´Organizzazione Mondiale della Sanità sono oltre 100 milioni le donne che nel mondo hanno subito questa orrenda pratica, alle quali ogni anno se ne aggiungono altri due milioni. Nell´ultimo decennio è stato abbattuto un vero e proprio “muro del silenzio”, eretto intorno a questa assurda usanza patriarcale, una misura di controllo e di possesso del corpo femminile.

Dai dati è subito emerso che questa nefasta abitudine non è limitata al solo continente africano, dove per esempio in Somalia è praticata radicalmente, ma è estesa anche in Indonesia, in Kurdistan, nello Yemen e in alcune tribù della Bolivia. Il grande fenomeno della migrazione, poi, ha portato a praticare la mutilazione genitale anche sul nostro territorio. In Italia sarebbero infatti 40mila le bambine sottoposte alla barbara usanza dell’infibulazione.

A rilanciare la Campagna contro le mutilazioni genitali femminili è stata Emma Bonino, quando nel 2011 da piazza Colonna, la sede dello storico quotidiano capitolino IL TEMPO, ospite del direttore Mario Sechi, presentava “Decidi tu che segno lasciare” la campagna diffusa attraverso stampa e televisione, con lo scopo di far crescere la mobilitazione per l´approvazione di una risoluzione e dare un supporto concreto a quanti dedicano la propria vita, a volte rischiandola, affinché le future generazioni non subiscano più la pratica delle Mutilazioni Genitali Femminili. Claudia Cardinale, ambasciatrice dell´Unesco per la Donna del Mediterraneo, intervenne in collegamento telefonico da Parigi per dare il suo saluto e sostegno all´iniziativa. Tra le tante personalità intervenute, ricordo con profonda emozione l´intervento dell´attrice Franca Valeri: “Sono venuta qui, come Pollicino guidato dalle briciole. Guidata anche dallo stupore, perché nella continua ansia di badare alla nostra vita, ignoravo che esistessero ancora in tanti Paesi queste pratiche. Dobbiamo sfondare il muro dell´ignoranza e dell´ingiustizia, perché non dobbiamo più ignorare che ogni giorno vengono mutilate delle bambine“.

Alcuni membri dell´associazione ´Non c´è pace senza giustizia´ ed molti partner africani della Campagna Internazionale per la messa al bando delle MGF, furono nei giorni successivi ospitati dalla Farnesina, e senza dubbio il nostro ministero degli Affari esteri ed in particolare l’Ambasciatore Ragaglini che ci rappresenta alle Nazioni Unite, sono stati i protagonisti dietro le quinte di questo importante successo. Ora le Nazioni Unite hanno preso un impegno concreto e formale per mettere a bando le MGF in quanto violazione dei diritti umani universali e dell´integrità fisica delle donne. Ora, dopo la Risoluzione adottata oggi dal Comitato per gli Affari Sociali, Culturali ed umanitari, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite discuterà la sua adozione in plenaria a dicembre, nell’ambito della sua 67a sessione.

Nel nostro Paese, come abbiamo visto, esiste dal 2006 una legge che vieta la mutilazione genitale femminile, punendo chi la pratica con pene fino a 12 anni di reclusione. La legge prevede anche l’interdizione dalla professione per i medici che ne fossero autori. Ma ci sono molte strade per aggirare questa stretta normativa. La più semplice e quella di portare le bambine nei paesi di origine, una breve vacanza dove praticare senza rischi l’odiosa mutilazione. Lo scorso mese è stata presentata dal deputato Antonio Palagiano dell’IDV una interrogazione al ministro Balduzzi affinché il ministero della Salute avvii una indagine sul fenomeno e promuova una campagna di sensibilizzazione per combatterlo.

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