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Cina-Usa: è cyberguerra

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Dopo le prime generiche accuse di Obama ora l’indice viene puntato direttamente su Pechino

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 12 febbraio scorso, persino il presidente americano Barack Obama aveva accennato alla questione. La capacità di soggetti esteri di infiltrarsi nell’infrastruttura di rete americana era tra le sue più grandi preoccupazioni: «Sappiamo che Paesi stranieri rubare informazioni riservate alle nostre società. […] Ora i nostri nemici stanno cercando di sabotare la nostra rete elettrica, le nostre istituzioni finanziarie, i nostri sistemi di controllo del traffico aereo».

Una accusa generica che oggi invece tira fuori nomi e cognomi: l’esercito cinese controlla centinaia o addirittura migliaia di hacker tra i più virulenti al mondo. A lanciare l’accusa diretta non è la Casa Bianca, ma una società statunitense che si occupa di sicurezza della rete Internet che ha individuato l’origine degli attacchi informatici in un edificio anonimo di Shanghai.

La società MANDIANT, tra i consiglieri in sicurezza informatica del Governo degli Stati Uniti, ha fatto questa scoperta attraverso centinaia di indagini effettuate nel corso degli ultimi tre anni, inseguendo le intrusioni ed i furti di dati elettronici perpetuati ai danni di organizzazioni, giornali, agenzie governative e imprese americane.

L’attenzione si è quindi concentrata su un gruppo chiamato APT1, acronimo di avanzata minaccia persistente, che ha rubato enormi quantità di informazioni ad infrastrutture importanti come quelle che si occupano di attività energetiche negli Stati Uniti.

«Riteniamo che APT1 è in grado di effettuare vaste campagne di spionaggio su Internet perché riceve il sostegno diretto da parte del Governo cinese». L’accusa di MANDIANT è gravissimam ma è pronunciata con grande convinzione e viene persino articolata: «Questa organizzazione è in realtà un gruppo controllato dell’Esercito di Liberazione del Popolo, nota come Unità 61 398, e le firme degli attacchi cibernetici sono riconducibili fisicamente ad attività di hacking svolte all’interno di un palazzo di 12 piani nella periferia di Shanghai».

L’edificio individuato come la sede di APT1 si trova precisamente a Gaoqiao, nella periferia nord di Shanghai, vicino ad un impianto petrolchimico ed è circondato da negozi, tra cui un parrucchiere. Secondo il rapporto della società di sicurezza americana APT1 dispone di centinaia o addirittura di migliaia di dipendenti.

La Cina ovviamente nega categoricamente, anzi ribalta le accuse: «Non è professionale né responsabile formulare accuse cosi gravi quando sono prive di fondamento e soprattutto in assenza di prove concrete. Questo non aiuta a risolvere i veri problemi, quelli che contano» ha dichiarato da Pechino Hong Lei, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese che ha sottolineato come: «La Cina si oppone fermamente alla pirateria, e proprio la Cina è in gran parte vittima di questo fenomeno. E di tutti i cyber-attacchi subiti dalla Cina, i più numerosi sono quelli provenienti dagli Stati Uniti»

Il celebre quotidiano The New York Times ha riferito di aver subito attacchi da parte di APT1, rilanciando accuse sul gruppo di hacker, sempre più focalizzato su società coinvolte nelle importanti infrastrutture degli Stati Uniti, come ad esempio le reti di energia elettrica, gas e acqua.

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