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Buitoni: la punta di un iceberg

raviolibrasato

Alla faccia dell’anti-politica, in campagna elettorale solo Grillo ha parlato della sovranità alimentare. Piaccia o non piaccia all’Europa dobbiamo rivedere le leggi per difendere il futuro delle eccellenze alimentari made in Italy

Ammettiamolo, tra i pochi che in campagna elettorale hanno parlato della importante questione che riguarda il made in Italy
c’è Beppe Grillo. Riscattare la sovranità alimentare, sollevare il problema dell’Olio, che importiamo e poi rimescolato al nostro riparte per l’estero, richiedere il controllo per assegnare il marchio made in Italy solo ai prodotti realizzati realmente nel Belpaese, è tutt’altro che anti-politica. Anzi, c’è molta più politica che in altri tormentoni elettorali.

Ieri, infatti, abbiamo appreso che quando acquistiamo ravioli e tortellini di marca, come quelli della Buitoni, pronti a pagarli qualcosa di più credendoli genuini ed italiani, in realtà ci andiamo a mangiare un prodotto alimentare che è solo “assemblato” in Italia, ma con ingredienti tedeschi, come il manzo per esempio. Manzo? Si, al 99% perché la stessa Buitoni, da anni acquisita dal colosso Nestlé, ci ha trovato tracce di carne di cavallo intorno all’1%.

«Non ci sono problemi di sicurezza alimentare» ha precisato la Buitoni, che allo stesso tempo ha evidenziato come non effettuava nessuna verifica preventiva, si affidava semplicemente alla buona fede dei suoi fornitori. Il solo fatto che nella fattura questi indicassero che la fornitura era di carne bovina era sufficiente per stare tranquilli. E se quell’1% invece di essere carne equina fosse stata una sostanza tossica o comunque pericolosa per la salute? Appare evidente che se ne sarebbero accorti dopo averla messa in commercio. Intanto hanno annunciato di aver interrotto i rapporti non con il fornitore, ma con una società che lavora per uno dei suoi fornitori, la tedesca H. J. Schypke.
La Buitoni è una storica azienda del made in Italy alimentare, dal 1988 è stata acquisita dal colosso svizzero Nestlé, ed infatti la stampa ha parlato della multinazionale, ma almeno a quanto riporta Wikipedia, il settore della pasta fresca sarebbe stato dato dal 2008 dalla Nestlé in concessione decennale all’italiana Newlat SpA, e questo risulta anche dallo stesso sito dell’azienda, che oltre alla Buitoni, per quanto riguarda la pasta produce e commercializza anche i marchi Pezzullo, Corticella, Guacci, Ciccarese e Pallante, mentre la sua divisione lattierio-casearia produce e commercializza i marchi Polenghi, Giglio, Matese, Torre in Pietra, Ala, Optimus e Fior di Salento.

Ma allargando gli orizzonti, la giornata di ieri, ha proposto altre interessanti notizie dal mondo alimentare.

Il gigante agrochimico Monsanto sta giocando una partita importante, una causa contro un agricoltore americano che approda alla più alta istanza giuridica, la Corte Suprema degli Stati Uniti. Il caso riguarda la proprietà intellettuale dei suoi semi transgenici. Un agricoltore di 75 anni che vive in Indiana, al Nord degli Stati Uniti, dal 2007 ha piantato, coltivato e commercializzato soia coltivata da semi originariamente acquistati dal colosso Monsanto. Questi semi transgenici rendono la soia resistente agli erbicidi favorendo raccolti più importanti. Monsanto sostiene che questi semi sono protetti da brevetti e non possono essere ripiantati senza pagare i diritti di proprietà intellettuale ad ogni ciclo di semina.

La Monsanto sostiene che la tutela del brevetto «gioca un ruolo cruciale nel consentire l’innovazione nel settore delle biotecnologie in cui le scoperte comportano notevoli investimenti in ricerca e sviluppo».
Gli avvocati della Monsanto insistono sul fatto che la controversia è fondamentale non solo «per l’agricoltura, ma anche in altri settori basati su importanti investimenti in ricerca e sviluppo, la medicina, le biotecnologie, le tecnologie dell’informazione e scienze ambientali».

Mentre aspettiamo questa sentenza americana, che segnerà un punto fermo sulla importante questione dei semi transgenici, spostiamoci in Africa, per una notizia che ha anche il merito di farci sorridere.

Andiamo in Kenya, dove proprio ieri è avvenuto un caso insolito. Un centinaio di ministri e di personalità di tutto il mondo hanno goduto di un pasto particolare: era infatti a base di cibo rifiutato da supermercati europei. Cibo avariato? Cibo scaduto? Cibo malsano? Macché, era cibo rifiutato solo per motivi estetici.

I funzionari africani delle Nazioni Unite hanno trovato davvero un modo simpatico per rappresentare lo scandalo di un enorme spreco. Il pasto è stato infatti servito agli ospiti in occasione del vertice annuale del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), ed era costituito da ben 1600 chili di ortaggi e frutta keniani respinti dalle catene della grande distribuzione europea.

«Non l’economica, non l’ambientale o l’etica può giustificare lo sprecare quantità di cibo di questa portata» ha tuonato Achim Steiner, il Direttore Esecutivo dell’UNEP di fronte agli ospiti riuniti presso la sede dell’organizzazione a Nairobi.

Le Nazioni Unite stanno conducendo una campagna per ridurre l’enorme quantità di cibo che finisce persa o abbandonata ogni anno in tutto il mondo, oltre 1,3 miliardi di tonnellate. L’obiettivo è quello di ridurre l’impatto di questo fenomeno che avviene all’interno di un sistema globale di produzione alimentare già spinto al suo limite.

I ministri dell’Ambiente e le loro delegazioni avrebbero difficilmente realizzato, se non fosse stato loro detto, che il menu vegetariano a loro servito era composto esclusivamente da frutta e verdura che secondo le catene europee della grande distribuzione organizzata avevano un aspetto insoddisfacente.

Il menu comprendeva cinque piatti tra cui pantofole di mais alla griglia, il DAL, una specie di purea indiana, lenticchie gialle con tamarindo mentre il dessert è stato l’originale e buonissimo “mangomisu”, un tiramisù fatto con la polpa di mango.

«Questi prodotti che sono stati considerati indesiderabili in Europa provenivano da coltivazioni in Kenya, uno dei principali esportatori di frutta e verdura in Europa e soprattutto in Gran Bretagna. Ma simili esempi dello sproporzionato potere dei supermercati sugli agricoltori si verificano in tutto il mondo» ha sottolineato Tristram Stuart, l’attivista ambientale che ha collaborato con gli organizzatori per raccogliere il cibo rifiutato dalle catene e usato per la cena VIP a Nairobi.

Più di un terzo della produzione alimentare mondiale risulta inutilizzato, una situazione che contribuisce all’inflazione dei carburanti, al riscaldamento globale, malgrado che quasi un miliardo di persone ancora oggi non mangiano a sazietà.

«Uno scandalo enorme, ma anche una grande opportunità per cambiare questa situazione», ha dichiarato Stuart, furioso contro le pratiche perniciose che subiscono gli agricoltori africani, una situazione evidenziata anche da Nick Nuttalldal, il portavoce dell’UNEP: «Gli agricoltori del Kenya spesso non hanno il diritto contrattuale di poter vendere a livello locale, non possono nemmeno offrire i loro prodotti agricoli in beneficenza, li possono solo utilizzare come cibo per il bestiame. Questo non accade solo in Kenya, accade altrove in Africa, ma anche in Asia e America Latina. Abbiamo evidenziato solo la punta di un iceberg».

Speriamo che le Nazioni Unite vadano avanti su questa strada. Tornando in Italia siamo convinti che anche i ravioli e tortellini della Buitoni siano solo la punta di un iceberg. La punta emersa ci ha già rivelato che molta della Bresaola IGP non solo è fatta con carne brasiliana e argentina, ma spesso invece che con carne di manzo è fatta con carne di gnu. E questo avviene nel pieno rispetto delle leggi. Sono quindi le leggi italiane ed europee ad essere sbagliate. E vanno cambiate al più presto. La Bresaola fatta con lo gnu è buonissima, come la carne di manzo argentina o brasiliana. Il problema è che quando acquistiamo dobbiamo saperlo, dobbiamo essere informati per scegliere se mangiare carne equina o carne di gnu, non possono ingannarci e spacciarcela per carne di manzo. L’alimentazione è una cosa ben diversa dalla moda o dalle auto. Non si tratta solo di etichette, si tratta di una questione importante che riguarda la qualità e la credibilità, quindi lo stesso impatto economico del made in Italy. Piaccia o non piaccia all’Europa, dall’olio alla pasta, dalla Bresaola alle tante eccellenze alimentari del Belpaese, il marchio made in Italy deve essere apposto solo ed esclusivamente sui prodotti integralmente e realmente italiani. Più di molti altri, questo è davvero una questione di interesse nazionale.

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