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Bersani ha vinto. Renzi resta il nuovo che verrà

Il Pd schizza nei sondaggi. Con Sel e Socialisti varca la soglia del 40%. Ecco i discorsi conclusivi dei due candidati

 

Doppia soddisfazione per Bersani. «Noi dobbiamo vincere senza raccontare favole». Bersani si è dichiarato soddisfatto per un successo che è andato altre le sue aspettative.: «Anche se non mi sono mai preoccupato.» Bersani ha ringraziato tutti, la famiglia, i volontari, l’organizzazione e il Comitato dei Garanti. Non ha mancato di ringraziato i Socialisti, Sinistra e Liberta, Puppato e Tabacci. Un saluto particolarissmo lo ha rivolto Niki Vendola: «Mi ha invitato a far sentire un profumo di sinistra, io se non mi sentissi addosso quel profumo, francamente non riconoscerei il mio odorato». Ha anche ringraziato per la telefonata e le parole affettuose che gli ha rivolto il suo contendente, al quale ha riconosciuto un ruolo importante nel rendere “vere” queste primarie. Un discorso in cui non sono mancate battute in bersanese: «In un paese come il nostro la mamma del populismo e della demagogia è sempre incinta», Bersani ha messo al primo posto il lavoro ed ha subito lanciato la campagna elettorale, quella vera.


Ha destato invece qualche sorpresa il discorso del Sindaco di Firenze che in maniera decisamente inusuale ha “celebrato” la sua sconfitta alle primarie del Centrosinistra. Da Giuliano Ferrara a Lucia Annunziata, tutti d’accordo sul fatto che l’atteggiamento e l’essenza stessa delle parole pronunciate da Renzi rappresentino una vera e straordinaria novità. Invece di “barricarsi” dietro al successo che indubbiamente rappresenta il quasi 40% del favore  dell’elettorato, il giovane Sindaco toscano ha infatti ammesso la “netta sconfitta”, considerandola una chiara decisione degli italiani che supera ogni polemica sulle regole.

Proprio come si usa in America, Renzi ha telefonato all’avversario per congratularsi e riconoscergli la vittoria. Nel suo discorso ha confermato la sua piena lealtà verso Bersani e ribadito che considera il Pd come la sua casa.  Un discorso che non è stato come al solito orientato nel ribaltare una sconfitta in vittoria. Un discorso che non è stato incentrato nell’evidenziare i lati positivi di un risultato negativo. Un discorso che per la prima volta non ha lanciato messaggi tesi a rafforzare il proprio peso e che non ha reclamato influenza e spazio nelle future scelte del vincitore.

Renzi non ha praticamente parlato delle prossime elezioni. Continuerà a dare il proprio contributo “da militante e da sindaco”. Nulla di più. Ha ringraziato tutti, in particolare i volontari. Ha assunto a sé la responsabilità della sconfitta, ha simbolicamente abbracciato i suoi. Ha parlato di una esperienza da cui ha avuto molto più di quello che ha dato, rivendicando come unico successo quello di aver ridato voglia di far politica alla gente comune. Ha espresso la speranza che il suo tentativo, anche se fallito, diventi uno stimolo per quelli della sua generazione, augurandosi che gli under 40 come lui alimentino con tenacia e determinazione il rinnovamento e l’innovazione, nelle imprese, nell’associazionismo, nella vita quotidiana.

Del futuro scenario politico e del suo ruolo nella prossima campagna elettorale è stato costretto a parlare, solo quando sceso dal palco ha risposto all’assalto delle televisioni. Renzi è apparso fortemente determinato nel mantenere fede alla sua promessa di non accettare “contentini”. Ha escluso la possibilità di un ticket, e quando gli analisti in studio, gli hanno fatto presente che aveva il dovere di rappresentare l’importante 40% che lo aveva votato, ha gettato la palla nel campo del vincitore. sostenendo che questo è un compito di Bersani. Al segretario del Pd la responsabilità di convincere quelli che hanno appoggiato una idea nettamente diversa di centrosinistra come la sua.

Quella che ha fatto apparire come la conclusione di un capitolo, il suo serenamente farsi da parte per attendere occasioni future, risulta di difficile comprensione agli analisti politici italiani abituati a ben altri atteggiamenti. In realtà, se riuscirà a resistere alle tentazioni, la strategia a lungo termine del giovane Sindaco fiorentino, che proprio tra le rime del suo discorso non ha mancato di sottolineare che il tempo è dalla sua parte, potrebbe infatti risultare vincente. E mai come in questo caso la parola vincente è destinata ad assume un significato politico del tutto nuovo nel nostro paese. Renzi, che ha professato non solo una idea diversa di centrosinistra, ma che ha lanciato proposte concrete di programma, precise, articolate e quasi sempre in netto contrasto con quelle del resto del Pd oltre che di Vendola, Puppato e Tabacci, non avrebbe infatti nessuna possibilità di applicarle se andasse con un ruolo subalterno a finire nella eventuale futura compagine di governo. Renzi vuole “vincere”.

A differenza con il passato, siamo di fronte ad un esponente di centrosinistra che non nasconde la sua intenzione di arrivare al governo del Paese. Non ha vergogna della sua ambizione, non assume il solito atteggiamento di chi finge di accettare un incarico di tale importanza per senso di responsabilità, spinto dalla volontà degli altri. Non interpreta la sceneggiata di un passo compiuto per adempiere ad un interesse e una richiesta collettiva.  La sua ambizione è reale, concreta, palese. Ha perso, ma potrebbe avere ragione nel restare ora al di fuori della mischia, per tornare in campo in futuro, quando potrebbe di nuovo avere un’occasione per vincere e governare. Non per nulla la sua unica battuta è stata quella di riportare un twitt ricevuto:«Renzi ha fatto una cosa di sinistra: ha perso!»

Si considera una persona in grado di cambiare il Paese. Un individuo in grado di andare contro tutto e contro tutti per adottare soluzioni innovative in grado di risvegliare l’Italia.  Ha manifestato questa sua forte volontà di guidare il paese quando, andando contro tutto il suo partito, ha imposto il cambio statutario del Pd per permettere la sua candidatura. Una volontà rafforzata nel corso di tutta la campagna per le primarie, che in realtà è arrivato ad un passo dal vincere, pur essendo ancora una volta, solo contro tutti. Non può certo barattare tutto questo con una poltrona secondaria, per altro di incerta solidità e durata. Renzi non avrebbe alcun vantaggio dal ticket e ancora meno dal partecipare ad un governo che sicuramente sarebbe formato anche da Vendola, e nelle intenzioni di Bersani, anche da Casini. Ha tutto l’interesse a restare lontano anche dall’apparato dirigente del Pd, che per altro anche ieri, brindando alla vittoria di Bersani, ha continuato a trattarlo come un corpo estraneo. Capitalizzare il suo attuale capitale elettorale, non ora ma in futuro, potrebbe risultare una mossa vincente. Renzi, oggi più di prima è agli occhi di molti un valido individuo in grado di governare il paese.  A fronte di un Bersani che ha detto che non metterà mai il suo nome su un simbolo, che ha sostenuto che bisogna superare l’epoca dei personalismi per tornare alla collettività delle decisioni, il Sindaco di Firenze ha portato avanti una campagna incentrata invece tutta sulla sua persona e sul suo nome. Tutti i comizi di Bersani sono avvenuti tra bandiere e simboli del Pd, accuratamente evitati in ogni manifestazione o comunicazione di Renzi.

Non un caso, ma una scelta precisa. Un atteggiamento radicalmente diverso, che ha rappresentato uno dei fattori che ha contribuito a mobilitare in favore di Bersani molti militanti di sinistra. Un concetto che Bersani non ha dimenticato di ribadire in ogni occasione: «è finita l’epoca dell’uomo che che risolve i problemi».  Nelle primarie, promettendo una guida aperta e collettiva il segretario ha colto nel segno. Ma quella che in queta campagna è risultata una debolezza, potrebbe in futuro rivelarsi come una forza per Renzi, che resta, e stando da parte resterà,  il miglior interprete del nuovo che verrà.

Ma torniamo al presente. Le primarie sono state un grande successo per il Pd. Nei sondaggi è cresciuto al 36,4%. Insieme a Sel e Socialisti il giorno dopo il ballottaggio la coalizione varca la soglia del 40%. Gli stessi sondaggisti danno ancora Renzi in testa con il 17% quale presidente del Consiglio preferito dagli italiani. Malgrado la sconfitta in quel ruolo gli italiani lo preferiscono a Bersani e persino a Monti. Ma come al solito, nel Belpaese, tutti si mettono in fila per salire sul carro del vincitore, ed anche se Renzi ha mantenuto fede sia alla promessa di lealtà sia a quella di chiudere le polemiche sulle regole, non è solo una sensazione quella che primarie veramente “aperte”, cioè con le stesse regole che hanno incoronato Prodi, Veltroni e lo stesso Bersani, avrebbero avuto un risultato del tutto diverso.

A differenza di quanto in molti oggi sostengono, i dati ufficiali dimostrano che è mancato solo poco più del 10% a Renzi per vincere. Se ci limitiamo a considerare solo le circa 130mila richieste il risultato in effetti non sarebbe molto cambiato. Ma ridurre la questione in questi termini è decisamente poco razionale e ben lontano dai fatti. Non può che essere un errore pensare che il numero di quelli che hanno deciso di mandare email, e ricordiamolo nell’arco limitato di sole 48 ore,  possa rappresentare il totale di quelli che sarebbero andati a votare con procedure più snelle. I 130mila che hanno mandato email in realtà rappresentano solo la punta di un iceberg. Sono persone convinte, determinate, tenaci, pronte ad impegnare il loro tempo, e non solo per spedire una email. Infatti, chiunque ha deciso di chiedere la tardiva registrazione, aveva ben chiaro che oltre ad affrontare una preventiva e macchinosa procedura, con la necessità di giustificarsi, avrebbe dovuto affrontare nel momento del voto un iter per lo meno più lento rispetto agli altri .  Solo tenendo in conto gli effetti di questa burocratizzazione, si potrebbero stimare in almeno il doppio se non il triplo il numero di quelli che avrebbero voluto votare al secondo turno, “timidi” compresi. Ma tutto questo in realtà è secondario.

Restano pochi dubbi sul fatto che Renzi sarebbe uscito vincitore se la competizione si fosse svolta sin dall’inizio con le stesse identiche regole delle precedenti primarie. Proprio quelle regole che portarono Bersani alla segreteria del Pd e che anche Renzi ha accettato venissero cambiate.  Quelle del 2009, che a differenza di queste, riguardavano solo il partito e non la coalizione, e malgrado questi, furono molto più democratiche e “aperte”. Nella stessa identica maniera di quelle che nel 2007 scelsero come segretario del nascente Partito Democratico Walter Veltroni.

Anche a fronte di una marcata diminuzione dell’affluenza e solo 7mila nuove persone ammesse al voto, Renzi ha continuato ad accrescere il suo consenso, che al ballottaggio è arrivato intorno al 39% rispetto al 35,5% del primo turno. Mantenendo “chiuso” il ballottaggio la vittoria di Bersani era infatti scontata. Bastava sommare ai suoi la gran parte dei voti andati al primo turno a Vendola per chiudere la partita.


Primarie veramente “aperte”, non solo estese a 16enni ma soprattutto se come in precedenza, per votare fosse bastato per votare semplicemente presentarsi alle urne con un documento di riconoscimento, il risultato sarebbe stato molto diverso. Ecco cosa riportava l’Unità il 25 giugno, dopo la direzione nazionale che aveva deciso di derogare allo statuto e permettere a Renzi di candidarsi:“Bersani ha annunciato primarie «aperte» e Renzi ha più volte detto che non accetterà regole che restringano il campo dei possibili elettori. Nella segreteria Pd si ragiona sulla possibilità di istituire un Albo degli elettori a cui ci si debba iscrivere almeno una settimana prima del giorno in cui si va a votare, proprio per evitare che militanti e simpatizzanti di forze avversarie si presentino ai gazebo per influenzare in un modo o nell’altro il risultato delle primarie. L’ipotesi dell’Albo è però avversata da Renzi, per il quale ogni cittadino deve poter andare al gazebo e dare lì il proprio nome, senza fare pre-registrazioni. Altrimenti, ha già avuto modo di dire, «sarebbe un tentativo di bloccare la partecipazione»”.

Bersani ha rivendicato più volte il fatto di essere stato lui a volere le primarie. Non è proprio così. Tutti sanno che le primarie per la scelta del leader della coalizione di centrosinistra sono una realtà dal 2005, quando incoronarono Romano Prodi con il 74% dei favori. Quello che è successo è che Bersani, da saggio segretario di partito e come un buon padre di famiglia, si è prodigato per raggiungere un compromesso, evitando una probabile scissione nel Pd, bilanciando da una parte la deroga allo Statuto e dall’altra l’approvazione di regole più ristrette. Un compromesso alla vecchia maniera. Un compromesso che però Renzi ha accettato,  forse vivendolo come una vittoria visto che andava contro la volontà di quelli che a malincuore hanno poi accettato, i vertici del partito.Un partito in quel momento non proprio unito come dimostrano le liti proprio sui diritti gay e primarie.

Non ci possono essere dubbi sul fatto che la necessità di cambiare le regole delle primarie sia stata avvertita solo per difendere in qualche modo l’influenza del Pd nella futura competizione di coalizione. Renzi aveva infatti rischiato di spaccare il partito quando aveva reclamato la volontà di candidarsi, mentre lo statuto in vigore non lo permetteva. Lo statuto stabiliva nella figura del segretario in carica il naturale e automatico candidato del Pd alle primarie di coalizione. Quindi non è certo Bersani ad aver voluto le primarie, molto più semplicemente è stato lui a tenere a bada i suoi che non volevano la modifica statutaria, assumendosi coraggiosamente il rischio di un competitor interno e pericoloso rappresentato dal giovane “rottamatore”. Basta riascoltare D’altronde, quando tutti i media hanno puntato gli occhi sulla possibile scissione, sono state proprio le parole conclusive della per nulla “super partes” presidente del Pd, Rosy Bindi, a far capire quale era l’atmosfera e l’aria che tirava in quel momento nel partito.

Un altro importante aspetto da analizzare è quello sull’affluenza. Praticamente tutti i giornali e le televisioni al primo turno hanno parlato di “record”, persino di “affluenza senza precedenti” ma in realtà i 3,1 milioni dichiarati ufficialmente sono decisamente meno dei 4 milioni delle primarie uliviste del 2005 vinte da Romano Prodi con il 74% dei favori. Ma l’affluenza in realtà è stata inferiore anche rispetto a quella registrata nel 2007, alle primarie che elessero Veltroni a segretario dal neonato Partito Democratico. Primarie “aperte”, senza alcuna necessità di registrarsi o iscriversi al partito, in cui votarono 3 milioni e mezzo di italiani. L’affluenza al ballottaggio è stata persino inferiore alle primarie che nel 2009 portarono Bersani alla segreteria del Pd, anche quelle “aperte”, in cui votarono anche i cittadini 16enni e gli extracomunitari con permesso di soggiorno. Se a questi dati aggiungiamo la considerazione che in entrambi gli ultimi due casi, si trattava di primarie interne per l’elezione di un segretario di partito e non di primarie di coalizione, se teniamo ben presente che le primarie appena concluse, non coinvolgevano solo il Pd ma anche altri partiti come Sel, Api e Socialisti, aggiungendovi il non trascurabile fatto che in gioco non vi era la segreteria di un partito, ma la guida del paese, che il nome che gli elettori depositavano nelle urne non era quello di un segretario di partito ma quello del candidato alla presidenza del Consiglio dei ministri, se non proprio un flop, almeno di affluenza deludente potremmo tranquillamente parlare.

Il risultato invece è da tutti considerato un successo perché viene valutato alla luce dell’enorme e crescente astensione registrata nelle ultime tornate elettorali, analizzata nell’ottica dell’imperante disamore verso la politica, tarata dal successo dell’antipolitica grillina e dalla frantumazione del centrodestra. Sono tutte considerazioni sagge e di buon senso, il risultato positivo delle primarie è indiscutibile e testimoniato dalla crescita del Pd nei sondaggi, che oggi lo vede come primo partito del paese. Ma i dati restano dati: molta meno gente è andata a votare al primo turno rispetto a quanta gente sia andata a votare nel 2009 per eleggere il segretario del Pd. E ancora meno gente, molta meno gente, è andata infine ieri alle urne per spingere il segretario del Pd o il giovane Sindaco toscano verso palazzo Chigi.

Prima di concludere, appurato il dato oggettivo che queste primarie abbiano visto una minore partecipazione e siano state perlomeno “meno aperte” rispetto alle precedenti, bisogna con la stessa razionalità dare atto a Bersani sul fatto che queste,  allo stesso tempo, sono state anche le prime “vere” primarie. Non c’è infatti alcun dubbio che quelle che hanno visto trionfare nel 2005 Prodi, nel 2007 Veltroni e infine nel 2009 lo stesso Bersani, erano in realtà una semplice formalità, una sorta di passerella che andava ad investire una persona già incoronata dal vertice. I giochi erano già fatti, non vi era alcuna reale competizione, mentre in questo caso il rischio Bersani se lo è assunto, e sul serio. E non è quel genere di rischio che si può calcolare. Tutt’altro. Non è un mistero che molti sondaggi ancora ad ottobre davano vincente Renzi. Nessun paletto o ostacolo poteva impedire al giovane Sindaco di convincere e portare già al primo turno 3-4-5oomila elettori in più. Insomma, queste primarie, questo sì grazie a Bersani che ha accettato la sfida, sono state le prime a vedere una vera e fino alla fine incerta competizione elettorale, e Renzi, malgrado le regole, avrebbe potuto vincerle. Bersani ha dimostrato coraggio. Il rischio che vincesse Renzi in realtà è esistito sempre, fino all’ultimo giorno. Un rischio che poteva trasformarsi in un grande problema per il Pd, e questo paradossalmente lo hanno dichiarato tutti, meno che Bersani. A parlare apertamente di enorme problema per il Pd in caso di vittoria di Renzi non solo D’Alema, Bindi, Franceschini, ma anche la Camusso, la leader della Cgil. Ma alla fine su tutto ha avuto ragione la calma, serena e rassicurante convinzione che Bersani è riuscito a trasmettere. L’usato sicuro è stato preferito al nuovo innovativo modello. Ora Bersani dirigerà il traffico. Ha subito definito i primi obiettivi che perseguirà sin da oggi. Ha indicato solo due punti.Vogliamo iniziare con il secondo punto che per Bersani è quello del rinnovo generazionale. Non è certo un caso, e più che un simbolico riconoscimento alle ragioni dello sconfitto, è il primo tentativo di non disperdere troppi di quegli elettori che hanno votato il “rottamatore”.

Il primo punto è decisamente il più difficile, è quello di lavorare per ampliare la coalizione che dovrà battere gli avversari: l’astensione, il grillismo e poi anche la destra. Vendola, ora più forte che mai, sarà un difficile fardello che non renderà certo facile l’inclusione di Casini. Quella di mettere insieme una coalizione allargata alle forze di centro sarà per Bersani una impresa molto più ardua della battaglia delle primarie.

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