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Barcellona invidia Glasgow

Il presidente della Generalitat de Catalunya Artur Mas secondo i sondaggi confermerà il suo partito Convergencia i Uniò come primo partito della Catalogna. Anche senza maggioranza assoluta potrà allearsi con la sinistra nazionalista e puntare verso l’indipendenza

Domenica i catalani sono andati alle urne. Le elezioni anticipate convocate dal presidente Mas contro Madrid, volute come prova di forza sul negato referendum per l’autodeterminazione, alla fine hanno bocciato Convergencia i Unio e premiato i radicali nazionalisti di sinistra

Sono due città che hanno molte cose in comune oltre alla stessa altitudine. Due città che rappresentano, di fatto, le capitali di due popoli dalla lunga e fiera storia, eredi di una orgogliosa cultura. E se tra Whisky e Cava, al limite si potrebbe anche discutere, fino a qualche giorno fa erano decisamente gli scozzesi ad avere più cose da invidiare ai catalani: dal clima migliore, al cibo più buono, alla squadra di calcio più forte. Ma ora, e non perché il Celtic Glasgow ha inferto una delle rare sconfitte in Champion League ai Blaugrana, senza alcun dubbio è Barcellona a dover guardare Glasgow con invidia . Infatti, mentre la proposta di indire un referendum per l’autodeterminazione è stata categoricamente respinta da Madrid, la Scozia ha finalmente incassato il via libera di Londra. Il cancelliere britannico David Cameron si era già pronunciato in passato come favorevole alla consultazione che potrebbe mettere fine all´unione anglo-scozzese in vigore da 300 anni. Alla fine ad Edimburgo, città più piccola di Glasgow ma capitale politica della Scozia, ha firmato l´accordo per organizzare il referendum nel 2014 unitamente al leader nazionalista Alex Salmond. La Scozia che è legata alla Corona d´Inghilterra sin dal 1707 gode di una maggiore autonomia all´interno del Regno Unito dal 1997.

Il premier britannico David Cameron e il leader nazionalista scozzese Alfred Salmond hanno firmato a Edimburgo l’accordo che permetterà di indire nel 2014 un referendum sull’indipendenza della Scozia

Anche i catalani fanno risalire la fine della loro indipendenza nel XVIII secolo, esattamente con la caduta di Barcellona nel 1714. E per ricordare questo evento nell’ultima sfida casalinga con gli eterni rivali del Real Madrid, al Camp Nou si sono alzati tutti in piedi per gridare con un boato assordante esattamente a 17 minuti e 14 secondi dall’inizio dell’incontro. Anche se le similitudini sono molte, dalle autonomie che godono dai rispettivi governi centrali – che sono praticamente le stesse: competenza in materia di istruzione, salute, ambiente e giustizia mentre le questioni di politica estera, fiscalità e difesa restano di competenza di Londra e Madrid – tra Scozia e Catalogna restano molte differenze.

E quella più importante questa volta non ha nulla a che fare con la moneta. Anche se la Scozia ha la sua sterlina mentre Madrid e Barcellona sono legate dall’Euro, quello che davvero conta in questo caso è il diverso peso che hanno all’interno dello Stato. La Scozia ha una popolazione di appena 5,2 milioni di abitanti rispetto ai circa 62 del Regno Unito mentre la Catalogna conta una popolazione di 7,3 milioni sui complessivi 47 milioni della intera Spagna. Ma il problema più grande è che la Catalogna, dalla morte di Franco governata quasi ininterrottamente da Convergència i Uniò, partito che seppur moderato è sempre stato decisamente nazionalista, vera e concreta incarnazione dei valori tradizionali della borghesia mercantile catalana, è in assoluto la regione più florida della Spagna, con un PIL come quello dell’intero Portogallo. Perderla per Madrid sarebbe davvero una rovina. Questa è la grande differenza che sostanzialmente motiva il diverso atteggiamento tra Cameron e Rajoy. E la cosa più probabile è quella che da qui al 2014 ci porterà ad assistere ad un paradosso che resterà nella storia: la Scozia, dove si farà il referendum, resterà nel Regno Unito, mentre la Catalogna, dove il referendum viene proibito per cavilli legali, dichiarerà la sua indipendenza. Infatti i sondaggi non vedono gli scozzesi decisamente favorevoli all’indipendenza, mentre questa avrebbe una maggioranza schiacciante se a votare fossero gli inglesi, che in qualche modo preferirebbero liberarsene piuttosto che continuare con le politiche di sostegno e assistenza che Londra riconosce alla Scozia in virtù dell’autonomia.

Invece sembra proprio che non ci sia scampo per Madrid in Catalogna. Il presidente catalano Artur Mas si è anzi reso conto di essere addirittura in ritardo rispetto al suo popolo, quando in occasione della festa “nazionale” catalana, l’11 settembre scorso, una folla oceanica acclamava come unico slogan e parola d’ordine “indipendencia”. Quindi siamo rapidamente passati dal richiedere una maggiore autonomia fiscale all’apertura di un vero e forte conflitto con Madrid. Alla categorica negazione espressa dal governo centrale sul diritto di indire un referendum di tale portata, il presidente Mas ha infatti reagito con tutta la forza che disponeva, convocando elezioni anticipate in Catalogna per il 25 novembre. La campagna elettorale per la Generalitat de Catalunya, che oggi è ancora una regione autonoma della Spagna, si è quindi subito trasformata in una sorta di referendum anticipato. Infatti Mas ha lanciato la sua campagna elettorale promettendo solennemente che se vincerà le elezioni indirà il referendum per l’autodeterminazione.

Una mossa che ha costretto il Partito Popolare al potere in Spagna a mobilitare diversi ministri e persino il capo del governo. Mariano Rajoy. Tutti i principali esponenti hanno infatti sostenuto con ogni mezzo il candidato locale Alicia Sanchez-Camacho in una campagna elettorale in cui non sono mancati anche colpi bassi. Un grande impegno per evitare che “Convergencia i Unio”, il partito che fù dello storico presidente Jordi Pujol ed ora di Artur Mas, ottenga la maggioranza assoluta. Parallelamente, Mas ha attivato l’azione diplomatica della Catalogna verso le istituzioni europee, ma pare non ha abbia avuto il successo sperato. A questo punto la posta in gioco si è addirittura alzata. Mas infatti ha rilanciato: indipendenza anche a costo di uscire dall’Europa.

Puntava quindi a raggiungere la maggioranza assoluta, ma almeno in questo è stato sconfitto.
Gli elettori catalani gli hanno infatti dato uno schiaffo. Il suo partito, Covergencia i Uniò, pur restando il primo partito si ritrova nel parlamento regionale dagli attuali 62 a 50 seggi su 135. Ma lo schiaffo ad Artur Mas non è uno schiaffo all´indipendenza, anzi. Mas è stato decisamente scavalcato a sinistra dai partiti dal nazionalismo ancora più convinto.
Infatti il partito della sinistra repubblicana catalana avrebbe raddoppiato i suoi seggi passando dai 10 attuali a ben 21. Le voci contro l´indipendenza si alzeranno solo da 39 seggi, i 20 del partito socialista e i 19 del partito popolare. Quindi la spinta verso l´indipendenza potrà avere successo, ma solo in caso di una non facile alleanza tra i moderati di Mas e la sinistra radicale.

Il risultato non ha quindi incoronato Mas, ma Madrid sta ancora correndo un grande rischio, non può davvero sperare di salvare un matrimonio dichiarando illegale il divorzio.

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