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Anche il Giappone abbandona il rigore

ShinzoAbe

Dagli Stati Uniti al Brasile sempre più paesi pensano a rilanciare crescita e lavoro piuttosto che ridurre i loro deficit pubblici, ma l’Europa resta sorda

La Banca centrale del Giappone ha ulteriormente allentato la sua politica monetaria, sotto la pressione del futuro primo ministro Shinzo Abe che ha fatto della ripresa economica la sua priorità.

La prima importante misura è stata quella di aumentare notevolmente il riacquisto di obbligazioni proprie in circolazione sul mercato giapponese, in modo da fornire maggiore liquidità agli investitori per mettere olio negli ingranaggi dell’economia.

La Bank of Japan è indipendente per Statuto, ma la decisione odierna sembra decisamente provocata dalla vittoria schiacciante nelle elezioni di domenica scorsa del partito liberaldemocratico di Abe.

Il leader conservatore, che sarà nominato primo ministro dal parlamento mercoledì prossimo, aveva infatti sostenuto più volte durante la sua campagna elettorale che la Bank of Japan non aveva fatto abbastanza per sostenere l’attività economica e combattere la deflazione che ostacola da oltre tre anni la terza economia del mondo.

Indebolita dal rallentamento economico globale che ha compresso fortemente le sue esportazioni, l’economia giapponese è precipitata in recessione e il nuovo governo conservatore ha promesso di usare tutte le leve possibili per favorire la ripresa.

Abe, con gli alleati centristi, prevede di approvare rapidamente un bilancio suppletivo pari a quasi 100 miliardi di euro per sostenere l’economia giapponese.

Il nuovo governo vuole finanziare grandi opere, come la ristrutturazione di ponti, gallerie e altre infrastrutture soggette a invecchiamento, nel solco della politica del “cemento” tradizionalmente praticata dai conservatori giapponesi.

Questo anche a scapito di un peggioramento del colossale debito giapponese che ammonta al 236% del PIL, che secondo il FMI rappresenta la più alta percentuale tra i paesi sviluppati.

Anche Dilma Rousseff, presidente del Brasile, la sesta economia del mondo in visita a Parigi la scorsa settimana, ha suscitato invidia negli imprenditori europei depressi dalle politiche di austerità, annunciando un piano di investimenti per la costruzione di ottocento nuovi aeroporti, 7.500 Km di autostrade, 10mila di ferrovie, nel paese che ospiterà i Mondiali di Calcio nel 2014 e le Olimpiadi nel 2016

Scossa dalla crisi internazionale, la crescita del PIL brasiliano secondo le stime più recenti raggiungerà quest’anno solo l’uno per cento, il peggior risultato tra i 5 più grande paesi emergenti (Brasile, Cina, India, Russia e Sud Africa). Già lo scorso anno il PIL aveva registrato un brusco rallentamento passando ad una crescita del 2,7%, rispetto al 7,5% nel 2010.

Anche secondo il ministro del Tesoro americano i paesi sviluppati dovrebbe pensare a rilanciare crescita e lavoro piuttosto che ridurre i loro deficit pubblici, ma l’Europa sembra davvero sorda e come smarrita, continua imperterrita e sempre più isolata, sulla strada della burocratica austerità, che sta devastando il presente e pregiudicando il futuro del sempre più “vecchio” continente.

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