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Alitalia: Colaninno resta al vertice

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Aveva annunciato che si sarebbe dimesso dopo l’aumento di Capitale ma resta in carica per traghettare la compagnia di bandiera nelle mani del gruppo aereo di Abu Dhabi che però considera la trattativa ancora in fase preliminare

Solo qualche mese fa, precisamente nello scorso novembre quando l’azienda era nell’occhio del ciclone, Roberto Colaninno aveva annunciato le sue dimissioni con queste testuali parole: «Dopo aver sostenuto la ricapitalizzazione di Alitalia, annuncio che al termine delle operazioni ad essa relative, quando le mie dimissioni verranno formalizzate insieme a quelle di tutto il Cda, non sarò disponibile ad assumere nuovamente incarichi di vertice nella società».

L’aumento di capitale è avvenuto. Ora Air France pesa pochissimo, il primo azionista di Alitalia è divenuta Intesa Sanpaolo, seguita da Poste Italiane, Unicredit e Atlantia. Ma Colaninno non si è dimesso. Oggi è stato infatti riconfermato alla presidenza. I vertici restano quindi gli stessi visto che anche Gabriele Del Torchio è stato riconfermato nel ruolo di amministratore delegato.

D’altronde sono proprio loro ad aver ipotizzato un nuovo e grandioso piano industriale che prevede nuovi sacrifici per i dipendenti, un taglio sul costo del lavoro con riduzione degli stipendi e ben 1.900 esuberi. Ancora una volta, ovviamente, il peso andrà a gravare sul denaro pubblico con il ricorso alla cassa integrazione.

Ufficialmente Colaninno resterà al timone di Alitalia con il compito di traghettatore, per condurre la compagnia alle ormai date per certe nozze con Etihad Airways . Ma il gruppo di Abu Dhabi, che ha già acquisito quote in Air Berlin, Air Serbia, Aer Lingus, Darwin Airlines, Virgin Australia, Jet Airways ed Air Seychelles, in realtà non ha ancora deciso proprio nulla:  « Non prenderemo decisioni affrettate» ha infatti dichiarato James Hogan il presidente e ceo di Etihad, che oltre ad aver smentito l’interesse per l’aeroporto di Fiumicino ha anche ribadito che «non ci sono piani relativi ad un annuncio alla fine di gennaio».

Quindi, in realtà, non solo non c’è ancora alcuna promessa, ma il matrimonio con Alitalia, per lo sposo che la dovrebbe salvare, è ancora in alto mare: «Siamo ancora in una fase preliminare dell’analisi su Alitalia. Stiamo lavorando alla due diligence, ma alla fine sarà il board della compagnia a decidere».

Insomma, Colaninno e soci, pur essendo riusciti a fare persino peggio di quanto aveva la mano pubblica, Alitalia infatti prima di essere messa in liquidazione dal governo Berlusconi aveva accumulato 5 miliardi di euro di perdite in 20 anni, nelle loro brillanti mani private, nonostante il ripristino di un monopolio nazionale con la fusione con Air One, la svalutazione della flotta aerea e il licenziamento di oltre 7mila dipendenti, Alitalia-Cai è riuscita a perdere in 4 anni e sette mesi ben 1 miliardo e 252 milioni di euro. Un vero capolavoro imprenditoriale.

In un paese normale, i soci di Alitalia-Cai avrebbero dovuto passare la mano uscendo in perdita dalla partita. Invece, come al solito, sono stati salvati con il denaro pubblico e dall’intervento di banche compiacenti che, purtroppo con la complicità del governo, mentre da una parte lesinano il credito alle piccole e medie imprese e alle famiglie, dall’altra continuano ad assumersi rischi imprenditoriali che dovrebbero invece evitare. D’importanza strategica dovrebbe essere la compagnia di bandiera e non certo il portafoglio dei “capitani coraggiosi”.

 

 

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