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Aiuto di Stato: 3,9 miliardi al Monte dei Paschi di Siena

montepaschi

L’Ok della Commissione europea al salvataggio del “Monti” dei Paschi occasione per una più generale riflessione sulle banche ed i mercati

Ieri la Commissione europea ha acceso il semaforo verde acconsentendo al temporaneo aiuto di Stato destinato al salvataggio del Gruppo MPS. La storica banca toscana fruirà quindi dei cosiddetti “Monti bond”, titoli di Stato emessi per 3,9 miliardi di euro e destinati a ricapitalizzare il Monte dei Paschi di Siena, che senza questo intervento sarebbe molto probabilmente fallita.
I Monti bond andranno quindi ad integrare gli altri quasi due miliardi di euro dei precedenti “Tremonti bond” e potranno essere emessi solo se entro i prossimi sei mesi i vertici dell’istituto toscano presenteranno un piano di ristrutturazione e rilancio industriale credibile.

Anche se in molti si sono opposti, ed avrebbero lasciato volentieri la banca presieduta da Alessandro Profumo al suo destino, quello del Governo è un intervento decisamente opportuno. Non solo perché evita, o perlomeno allontana, l’ipotesi di una cessione della storica banca ad un gruppo estero, come avvenuto in passato per la Banca Nazionale del Lavoro passata nelle mani francesi del Gruppo Paribas, ma perché il fallimento di una banca così importante avrebbe avuto un devastante effetto, molto simile, nelle dovute proporzioni, a quello avvenuto nel 2008 negli Stati Uniti dopo il mancato salvataggio della Lehman Brothers, da molti considerato il terremoto che ha causato lo Tsunami che ha devastato l’economia occidentale.

Un enorme, anzi gigantesco problema, che non solo avrebbe messo in crisi il “Sistema Italia”, ma avrebbe rischiato di destabilizzare, anche più del problema dei debiti sovrani, l’intera eurozona. Proprio questo appare come il principale motivo che ha spinto l’Europa a derogare al divieto agli aiuti statali.

Mentre riflettevamo su questo aiuto dello Stato di 3,9 miliardi di euro in favore di una banca privata italiana, è arrivata da Oltreoceano un’altra notizia, sempre legata alle banche e al sistema finanziario, ma anche ad una impresa protagonista di un importante e rivoluzionario fenomeno sociale del nostro tempo.

La banca d’affari Morgan Stanley è stata condannata a pagare una multa di 5 milioni di dollari al termine di un negoziato con le autorità dello Stato americano del Massachusetts, che chiude il procedimento aperto in occasione della quotazione in Borsa del social network Facebook, avvenuta nello scorso maggio.

Secondo il documento pubblicato oggi dalle autorità del Massachusetts, la Morgan Stanley avrebbe permesso al suo servizio investimenti, che supportava il suo cliente Facebook nell’operazione di ingresso in borsa, di influenzare indebitamente gli analisti del suo dipartimento di ricerca e analisi. La banca non ha né ammesso né negato i fatti contestati.

La quotazione in Borsa di Facebook si è trasformata in disastro per i primi investitori. Infatti, in pochi mesi, le azioni del celebre social network sono arrivate a perdere fino alla metà del loro valore iniziale. Solo nelle ultime settimane il titolo ha iniziato a recuperare, ma è ancora intorno al 30% al di sotto del prezzo di collocamento, pari a 38€ ad azione.

Ma questa non è l’unica contestazione sorta intorno alla quotazione in borsa di Facebook. Già nello scorso mese di ottobre, un’altra banca era stata coinvolta. Si trattava della Citigroup, alla quale sempre le autorità del Massachusetts era stata inflitta una multa di 2 milioni di dollari, questa volta per chiudere il procedimento che accusava la banca di essere responsabile di una fuga di informazioni riservate legate alla stessa operazione di ingresso in Borsa da parte di Facebook.

Queste notizie rappresentano una chiara dimostrazione di quanto nel nostro Paese siamo ancora distanti anni luce dall’efficacia degli interventi che le autorità di controllo effettuano, e non solo nel mondo della finanza bancaria.
Un intervento che nel nostro Paese è davvero impensabile.

Con questa sanzione viene infatti addirittura punita una azione di influenza avvenuta all’interno dello stesso istituto.
Noi assistiamo invece a complessi ed articolati incroci di partecipazioni, a personaggi che siedono, allo stesso tempo, in Consigli di amministrazione di aziende che dovrebbero essere concorrenti e persino rivali. Nel Belpaese controllori e controllati sono legati da palesi vincoli di interesse, le banche hanno importanti e dirette partecipazioni nelle aziende quotate come nei giornali, una intricata matassa che rende il conflitto di interessi non solo mai sanzionato ma addirittura lo elegge a regola di sistema.

Un Paese che sui conflitti di interessi negli ultimi anni ha parlato solo di Berlusconi, per altro senza risolverlo, dopo aver colpevolmente permesso, sotto gli occhi di tutti ed in perfetto assoluto silenzio, che una importante industria nazionale, che godeva di un importante mercato e di un enorme prestigio e considerazione all’estero, in barba ad ogni regola di mercato ed esattamente in perfetta antitesi con i concetti anti-trust, sia stata colpevolmente devastata.

Stiamo ovviamente parlando dell’industria automobilistica italiana, pioniere e protagonista assoluta, che ad inizio secolo aveva uno storico vantaggio. Un vero e riconosciuto primato rispetto ai concorrenti internazionali, proprio perché era una industria libera e variegata, diffusa nel territorio e stimolata dalla forte e molteplice concorrenza.

Una industria che è arrivata a fine secolo a conoscere un lento e penoso declino, causato anche dal fatto che lentamente è finita praticamente tutta sotto un unico controllo, che ha monopolizzato l’intero mercato, compreso quello dell’indotto, cancellando ogni forma di competizione concorrenziale.

La Fiat, fondata nello stesso anno della Lancia, il 1899, ha infatti man mano acquisito il controllo dell’Alfa Romeo, fondata come SIAD a Roma nel 1906 cambiando nome quando passò all’ingegner Nicola Romeo nel 1915, della Ferrari creata nel 1929 a Modena dall’indimenticabile Enzo, della Maserati fondata a Bologna nel 1914, della Innocenti fondata a Milano dal toscano Ferdinando Innocenti negli anni trenta.

Una situazione che non sarebbe mai potuta accadere negli Stati Uniti, dove le leggi anti-trust puniscono persino le sole intenzioni che potrebbero portare, non solo a controllare, ma anche semplicemente influenzare il libero mercato.

Anche se trovano poco spazio nella campagna elettorale, questi sono argomenti importanti e fondamentali per il futuro del Paese. Visto che non solo l’agenda politica, ma anche i diritti sociali sembrano ormai dominati e condizionati alle reazioni dei mercati. Il rapporto tra imprese (Facebook), banche (Morgan Stanley-CitiGroup) e mercato (Borsa) dovrà essere, oggi più che mai, rigorosamente e costantemente controllato. Ogni azione, anche solo tendente ad influenzarlo, anche se avviene all’interno dello stesso istituto, deve essere punita con vigore e resa pubblica. Proprio come avviene oggi in America, che ha visto crescere l’impegno di controllo rispetto a quanto avveniva prima del terremoto finanziario.

Solo in questo modo, con una piena e libera concorrenza, il mercato orienterà la sua azione nella giusta direzione e finirà per offrire frutti anche a vantaggio dei cittadini. Diversamente, il destino del “Sistema Paese” sarà ancora più grave e pericoloso. I danni saranno molto più evidenti rispetto a quelli vissuti da una singola industria come quella automobilistica. Restando inermi, consolideremo infatti l’affermazione dell’oligarchia economica che già oggi considera i cittadini semplicemente come consumatori sudditi di un mercato che hanno il compito di controllare.

In quest’ottica sarà importante promuovere al più presto iniziative che possano invertire la tendenza. Iniziative che devono riguardare soprattutto le banche, che rivestono un ruolo fondamentale e sempre più importante sul mercato. Non per nulla le autorità dello Stato americano hanno preso di mira e punito non Facebook, ma gli istituti bancari che hanno accompagnato il suo percorso nel sistema finanziario.

Questo vale ancora di più nel nostro Paese che negli stessi giorni in cui incassava decine di miliardi di euro dalle tasche dei cittadini, ha chiesto ed ottenuto dalla Commissione europea di poter effettuare un aiuto di Stato di 3,9 miliardi ad una banca privata. Paradossalmente, proprio le banche, che generalmente sono le uniche che continuano a macinare utili malgrado la crisi, vengono alimentate da finanziamenti pubblici. Un circolo vizioso alimentato dal fatto che proprio queste ultime sono quelle che hanno in portafoglio la gran parte del debito pubblico. Non per nulla il primo obiettivo dell’Unione Europea è stato quello di creare la supervisione bancaria comune.

A nostro avviso è infatti fondamentale per rilanciare l’economia reale, quindi l’occupazione, quindi la ripresa, intervenire affinché le banche tornino ad essere strumento che finanzia le imprese, soprattutto quelle individuali, piccole e medie. Le banche devono tornare al loro storico ruolo, quello di supporto alle imprese e alle famiglie, aiutandole a superare momenti di difficoltà, sostenere progetti, superare imprevisti. Questo vale per le imprese che vogliono puntare sull’innovazione e sui mercati esteri come per le famiglie che vogliono sostenere un percorso di studio o di lavoro dei propri figli.

Un primo passo in questa direzione è la Tobin Tax, che colpisce la speculazione finanziaria e che in Europa ha finalmente imboccato la corsia preferenziale della Collaborazione rafforzata. Ma fino a quando risulterà meno rischioso e più conveniente investire nella finanza virtuale, piuttosto che dare credito alle imprese, alle famiglie, all’economia reale, continueremo a vivere in un sistema che non ha nessuna possibilità di riprendersi e di crescere.

E cogliamo questa occasione di riflessione per sfatare anche il mito che il Governo non possa intervenire su questa questione.

Portiamo ad esempio il decreto sull’Ilva di Taranto, che ha istituito un controllore terzo che ha il compito di verificare che gli amministratori di una azienda privata rispettino l’attuazione di un piano, un decreto che pone persino dei paletti all’intervento ordinario della magistratura, e che minaccia addirittura l’esproprio in caso di inadempienza.

Senza alcun dubbio, la piccola e media impresa italiana è di interesse nazionale non meno dell’industria siderurgica.
Quindi, quello che manca è unicamente la volontà politica. A chiunque sieda a palazzo Chigi, basterebbero solo 4 semplice paginette per intervenire con forza e determinazione.

Oltretutto, a differenza dell’azienda di Taranto, un simile decreto riguarderebbe sempre dei soggetti privati, ma che ricevono dallo Stato un ben diverso sostegno economico, enorme e costante.

Un decreto che istituisca una autorità che verifichi e controlli che le banche destinino gran parte delle loro risorse per dare credito alle imprese dell’economia reale e alle famiglie, abbandonando la speculazione e gli investimenti meramente finanziari, potrebbe essere molto efficace anche senza la minaccia di arrivare all’esproprio.

Gli effetti sarebbero immediati e concreti e potrebbero favorire la ripresa molto più delle chiacchiere sull’equità e la ridistribuzione della ricchezza. Le previsioni sul clima sociale potrebbero vedere sostituito il simbolo della probabile “tempesta” con il più indicato simbolo di “sereno”, decisamente fondamentale per affrontare tutti insieme, famiglie, imprese, banche e governo, tutte le sfide che inevitabilmente il futuro ci riserva.

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