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La Francia è la più “interventista”

bangui

Mentre la Germania vende navi da guerra ad Israele per un miliardo di euro, le truppe francesi vengono accolte trionfalmente dalla popolazione della Repubblica Centroafricana

In prima linea il Libia, nel Mali e nella Repubblica Centroafricana, determinata ad intervenire in Siria e battagliera sulla questione iraniana, la Francia registra l’acquisizione dello status di “interventista” tra i Paesi occidentali, superando nei fatti persino gli Stati Uniti.

Paradossalmente la Francia ha adottato sulla scena internazionale una posizione insolitamente “guerriera” proprio quando sembra in declino, immersa nelle sue difficoltà nel far quadrare il proprio bilancio militare e mentre appare evidente una perdita della sua influenza sugli scenari economici a causa dell’emergere di nuovi importanti attori come Cina, India e Brasile.

Le sue recenti risposte stanno sollevando la questione di un ritorno della ex potenza coloniale come poliziotto dell’Africa. In molti osservavano come la Francia abbia spinto per un intervento militare in Libia nel marzo 2011, come abbia invaso il Mali per salvarlo dall’influenza di Al-Qaeda, come sia stata la più entusiasta sostenitrice dell’intervento militare in Siria in seguito all’uso di armi chimiche che sarebbe avvenuto in agosto, senza parlare del nucleare iraniano, questione su cui ha impiegato tutto il suo peso per convincere americani ed europei nel chiedere più concessioni a Teheran.

Senza dubbio, sotto le presidenze di Nicolas Sarkozy e di François Hollande la Francia è divenuta tra i paesi dell’Alleanza Atlantica quella più impegnata e determinata nel difendere anche con la forza i principi e gli interessi del mondo occidentale.

Dopo aver ricevuto il semaforo verde delle Nazioni Unite è subito partita l’operazione “Sangaris” per ristabilire l’ordine nella Repubblica Centroafricana, ultimo evidente episodio dell’attivismo di Parigi nel mondo, operazione che segue a quella del 2011 nella Costa d’ Avorio e quella nel Mali risalente ai primi mesi di quest’anno.

Per quasi 50 anni la politica estera della Francia aveva invece seguito la dottrina adottata dal generale Charles de Gaulle, quella di tenere a dovuta distanza sia il colosso sovietico che quello americano, compreso Israele. Una sorta di “non allineamento” proseguita anche durante la presidenza del socialista François Mitterrand una politica che ha raggiunto il suo culmine nel 2003, quando Jacques Chirac non partecipò all’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein.

Una posizione che ha certamente irritato tutti gli americani e soprattutto i repubblicani che si sono spinti fino a reclamare un boicottaggio della Francia. Ma la gestione decisamente più aggressiva della politica estera di Sarkozy e Hollande ha finito per rinnovare la generazione dei diplomatici, dei servizi di intelligence e dei militari francesi, convertendoli tutti tra i maggiori sostenitori di una lotta attiva contro il terrorismo, prima nell’Afghanistan e poi nel Sahel.

Parigi ha inoltre colto ogni occasione utile che seguiva al relativo vuoto lasciato dagli Stati Uniti e questo sia in Medio Oriente che in Africa. Dopo l’attacco unilaterale francese in Libia il successivo eclatante esempio è proprio testimoniato da quanto accaduto nello scorso agosto sulla Siria. Dopo la morte di 1.500 persone uccise da armi chimiche vicino a Damasco, la Francia si è posta in prima linea, convinta che anche questa volta gli Stati Uniti avrebbero finito per concordare sulla necessità di lanciare attacchi su installazioni militari siriane, ma all’ultimo minuto Barack Obama ha finito per lasciare da sola la Francia, costringendo Hollande ad ammainare la bandiera.

Insomma, la Franca negli ultimi anni rivendica un ruolo dinamico e costruttivo, ma non sempre questo si traduce in soluzioni efficaci. Sul fronte degli affari, mentre sembra ormai certo che Sarkozy insieme alla Merkel abbiano in qualche modo approfittato della debolezza del governo greco per fargli comprare, in piena crisi economica, armamenti per miliardi di euro finiti nella casse di Francia e Germania, ora che l’asse Parigi-Berlino è finito sembra essere rimasta solo la Germania ad avvantaggiarsi economicamente dal business legato alle armi. Infatti, mentre le truppe francesi attraversavano il centroafrica, Berlino ha deciso di vendere ad Israele navi da guerra per un valore di un miliardo di euro. Si tratterebbe di due cacciatorpedinieri equipaggiati con siluri ufficialmente in grado di soddisfare l’esigenza di proteggere i gasdotti israeliani, ma che potrebbero essere di supporto anche per un attacco preventivo ai siti nucleari iraniani. Una trattativa che sarebbe stata conclusa in occasione della recente visita a Berlino di Yossi Cohen, consigliere per la sicurezza nazionale di Israele.

Queste rivelazioni arrivavano contemporaneamente all’ingresso della colonna dell’esercito francese nella nevralgica città di Bouar, nella parte occidentale della Repubblica Centroafricana. Centinaia di persone in festa hanno accolto i soldati francesi arrivati ​​dal Camerun, accolti da grida che li acclamavano come liberatori. Ammassati sul bordo della strada, uomini, donne e bambini saltavano di gioia, ballavano e simbolicamente spazzavano la strada con ramoscelli per dare il benvenuto ai francesi.

Di sicuro abbiamo una grande certezza: tralasciando le chiacchiere i fatti dimostrano che l’Europa è davvero lontana da una vera unione, e purtroppo non solo sul fronte dell’uso della forza e sulla politica nella vendita delle armi.

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