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1962/2012: La stagione conciliare


Una ‘rivoluzione’ che ha infranto le rigidità del mondo della Chiesa o un sussulto a cui non è stato dato seguito? Secondo Antonio Suraci la ricchezza del Concilio Vaticano II deve essere ancora rivelata

Più volte mi sono domandato se il Concilio Vaticano II debba essere considerato una ‘rivoluzione’ che ha infranto le rigidità del mondo della Chiesa o è stato un sussulto a cui non è stato dato seguito, nonostante l’ampio dibattito che è scaturito dall’evento conciliare.

Sono stato tentato ancor più, nel rispondere alla domanda iniziale, di considerare il Concilio Vaticano II come una fase storica chiusa in se stessa, una fase che ha esaurito la spinta propulsiva giovannea principalmente per il ruolo svolto da papa Wojtila che non avrebbe dato, non per mancanza di volontà quanto per necessità di riportare la Chiesa su un binario più solido dopo anni di deragliamenti, quell’impulso determinate per consolidare quanto auspicato dai padri conciliari.

Nonostante alcune perplessità e pur con altrettanti distinguo, sono convinto che, nonostante il discutibile intervallo del papato polacco, lo spirito conciliare abbia continuato a fermentare non solo nella coscienza dei cristiani, quanto anche in quella dei laici. Partendo dalla convinzione dell’influenza esercitata dalla società laica, a partire dal XIX secolo, sulla pur lenta evoluzione del pensiero cattolico, sono giunto a prendere in considerazione quanto quest’ultimo abbia restituito, sul piano dell’elaborazione ai laici, offrendo stimoli e approfondimenti sulla società e sull’uomo. La spinta propulsiva dei laici su questi due ultimi ‘valori’ si è infranta contro il muro dei totalitarismi pagando, sia sul piano sociale che umano, un prezzo talmente elevato che la stessa elaborazione di quei pochi spiriti liberi, rappresentando una minoranza, non ha influito, per decenni sull’evoluzione sociale in modo organico, ostacolata nella sua missione da un mondo massificato e ancor più influenzato, dopo il secondo conflitto mondiale, dal tentativo globalizzante del comunismo prima e dell’economia dopo.

Partendo da queste brevi considerazioni, sono giunto a ritenere che il mondo laico e il mondo cristiano si contaminino a vicenda, pur rendendomi conto che occorra, con maggiore determinazione, giungere ad un maggiore rispetto dei rispettivi ruoli, eliminando quel retaggio storico che sostanzia tentazioni prevaricatrici che ancora caratterizzano molti atteggiamenti in ambito cattolico.

Nel 1958, quattro anni prima del Concilio, Giovanni Spadolini, allora direttore del Resto del Carlino, intitolò un fondo ‘Il Tevere più largo’ prendendo spunto dall’invio di un telegramma a Giovanni Malagodi da parte del nunzio apostolico in risposta agli auguri di Malagodi per il nuovo pontefice, nel quale Roncalli non aveva esitato a impartire loro la ‘benedizione apostolica’. Quel telegramma aprì una nuova stagione.

Ma anche il Tevere più largo quando esonda deposita su entrambe le rive un limo fecondatore nelle cui caratteristiche si può racchiudere la fertilità dell’una o dell’altra riva. Ciò non vuol dire che debbano confondersi i ruoli o, ancor peggio, far si che l’uno prevarichi l’altro nell’imporre le colture, ciò, come la storia insegna, non gioverebbe a nessuno; dobbiamo, però, considerare che da quel limo contaminato non può che non discendere una profonda riflessione su come sia possibile governare una società sempre più dinamica e complessa affrontando, nell’allargare la platea degli interlocutori e nel rispetto dei ruoli, il ragionamento sulla nuova stagione dei valori, oggi pericolosamente parcheggiati su un binario di scarto.

Non possiamo non rammaricarci per come il mondo dell’economia, il capitalismo avanzato, abbia prodotto l’indebolimento del pensiero democratico e lo smarrimento della fede. Due aspetti non secondari, le cui soluzioni, pur in ambiti diversi, possono agevolare quell’armonico dialogo fondamentale per lo sviluppo dell’umanità della cui necessità sentiamo il bisogno.

Ecco, il Concilio Vaticano II, oltre ad aspetti teologici di cui non spetta a noi parlarne, rappresenta il tentativo di comprendere la società moderna, un tentativo tutt’oggi incompiuto, ma non per questo fallito o fallimentare.

Da quel Concilio si aprirono nel mondo cattolico ampi spazi di riflessione che in alcuni continenti andarono oltre il messaggio conciliare, fino a confondersi con un impegno politico. Sboccia e si rafforza, fino al punto di emendare i peccati della Chiesa, in America Latina, la Teologia della Liberazione, non amata e osteggiata da papa Wojtila, in cui la preoccupazione per il rinnovamento della Chiesa, che era il tema centrale del Concilio, non lo fu per quei sacerdoti impegnati nella trasformazione della società. La contiguità di analisi con il marxismo non piacque soprattutto alla Curia romana, ma nonostante ciò quella stagione ha saputo fecondare il mondo cattolico e cristiano, superando i confini geografici e le barriere ideologiche, contaminando molti atteggiamenti dei singoli cattolici.

Due documenti conciliari, definiti minori, ma recentemente esaltati da Benedetto XVI, la Dignitatis Humanae, sulla libertà religiosa, e la Nostra Aetate, sul dialogo interreligioso, rappresentano il grande sforzo intellettuale operato nell’ambito del Concilio, dai quali prendono le mosse una diversa e più complessa lettura della società moderna e il dialogo con le altre religioni monoteiste non escludendo, con lungimiranza, il dialogo con il mondo islamico. Su queste due riflessioni viene impostato il dialogo con la società civile, non solo cattolica o cristiana, e vengono intraprese iniziative di pace e di sostegno non più attraverso una semplice azione di carità, ma arricchendo quest’ultima per una missione tesa al recupero della dignità dei meno abbienti, offrendo loro una prospettiva umana e sociale. La Chiesa diventa dinamica e la parrocchia, luogo un tempo statico, nel perdere la centralità diviene, insieme ad altre iniziative, uno dei luoghi del dialogo e della carità. L’articolazione si amplia e il volontariato diviene attivo impegnandosi concretamente nella società civile.

Per comprendere lo spirito e il messaggio del Concilio che affrontò, diversamente dal Vaticano I (1868), in una assise allargata all’intero mondo cattolico, il tema di recuperare il ruolo della Chiesa in un mondo profondamente cambiato, occorre non trascurare la lettura della lettera enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII del 15 maggio 1961, della costituzione pastorale Gaudium et Spes del 7 dicembre 1965 e della Populorum Progressio di Paolo VI del 26 marzo 1967.

Con la Gaudium et Spes la Chiesa tenta di dare una risposta concreta ai grandi problemi dell’oggi: l’esplosione demografica, le ingiustizie sociali tra classi e popoli, il pericolo della guerra e della catastrofe nucleare. Si sostiene, nella costituzione pastorale, che il progresso non debba essere lasciato in balia degli automatismi dell’economia, ma coniugato nel rispetto della dignità, dei diritti, delle esigenze della persona.

La pace deve essere difesa, superando la tradizionale concezione della ‘guerra giusta’ (anche se verrà riaffermata in riferimento ad avvenimenti recenti), attraverso la prospettiva della ‘costruzione della pace’. Un’opera di prevenzione basata sul dialogo. Gli effetti del Concilio si espanderanno sulla vita religiosa, culturale e politica favorendo l’affermazione, nel campo cattolico, di nuove sensibilità che raggiungeranno sul versante politico una maggiore autonomia nel prendere in considerazione una visione del mondo più articolata e innovativa.

Nei cinquant’anni che ci separano dal Concilio Vaticano II altri sconvolgimenti hanno caratterizzato la vita dell’umanità: la fine del comunismo, l’arrogante ascesa del capitalismo liberista, nuove forme di povertà derivanti dalla crescita demografica e nuove guerre locali. Battaglie queste che non possono essere vinte senza un dialogo, nello spirito di apertura conciliare, tra tutte le forze attive della società nazionale e internazionale: senza la disponibilità al dialogo sarà difficile sottrarre la fede religiosa all’innaturale ruolo di ispiratrice del potere temporale, trasformandosi essa stessa in ideologia secolarizzata.

Le sfide che attendono le società moderne sono molteplici, prima tra tutte l’interpretazione di valori che la scienza sollecita ad una più approfondita riflessione, riflessione che deve vedere coinvolti tutti i soggetti della società umana la cui sintesi dovrà rispondere all’oggettivo bene comune.

La Chiesa, che il Concilio Vaticano II sollecita ad aprirsi al mondo, deve prendere maggiore consapevolezza sulle dinamiche che muovono la società, non rappresentando più, quest’ultima, un terreno su cui far germogliare i frutti che altri desiderano. La società, oggi, è in grado di autofecondarsi, contravvenendo a direttive ritenute non più adatte a sanare individuali drammaticità, e richiede a tutti, Chiesa compresa, maggiore coraggio nell’affrontare temi che richiedono una diversa analisi e conseguenti soluzioni.

Quando il Concilio Vaticano II ha aperto le porte al mondo e alla società in particolare, il cattolico ha iniziato a ragionare diversamente, decidendo, senza perdere per questo la fede, su questioni che riguardavano la propria esistenza, in tal modo determinò la vittoria nel referendum sul divorzio e sull’aborto.

Eventi storici che devono far riflettere nella consapevolezza che interventi sulla società, pur stimolati da storiche e consolidate riflessioni, oggi non trovano e non potranno trovare un consenso allargato. Le continue interferenze sulla vita sociale, al di fuori di un dialogo conciliare basato sul reciproco rispetto, genereranno un ancor più preoccupante affievolimento delle coscienze verso la partecipazione religiosa. Cosa questa che un laico non vuole e non desidera, ma che non può non considerare quale frutto dell’esercizio di un potere che viaggia, garantito, sulla stessa macchina sociale tenendo tirato il freno a mano, con il pericolo di far sbandare parte della società. Un freno che fa socchiudere tutte le porte che il Concilio Vaticano II ha tentato di spalancare. La ricchezza del Concilio Vaticano II deve essere ancora rivelata.

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